La grande nevicata del 1888 che paralizzò New York

Un evento meteorologico estremo che bloccò trasporti e servizi, mise in luce i limiti della città di fine Ottocento e contribuì a cambiare il modo in cui New York avrebbe progettato le proprie infrastrutture

Nel marzo del 1888 New York si fermò davvero. Non a causa di uno sciopero o un blackout, come può più facilmente succedere oggi, ma per una tempesta di neve che, per intensità e conseguenze, avrebbe cambiato in modo permanente il modo in cui la città pensava alle proprie infrastrutture. Tra l’11 e il 14 marzo del 1988, infatti, una violenta perturbazione colpì l’intera East Coast, con effetti particolarmente gravi su New York City, allora molto più vulnerabile e impreparata di quanto lo sia oggi.

Il fenomeno, passato alla storia come Great Blizzard of 1888, fu il risultato dello scontro improvviso tra aria artica proveniente dal Canada e correnti più calde dal Golfo del Messico. Nel giro di poche ore la pioggia si trasformò in neve, le temperature crollarono e il vento raggiunse intensità paragonabili a quelle di un uragano. In città si accumularono fino a 50-60 centimetri di neve, con cumuli che in alcune zone superarono diversi metri. Le raffiche arrivarono a oltre 130 chilometri orari, rendendo impossibile qualsiasi spostamento.

The awning of a grocery store is damaged from the weight of the snow during the blizzard of 1888 in New York City. The blizzard on March 12-14 paralyzed the city with about 40″ of snow and winds that reached up to 60 miles per hour, creating drifts as high as fifty feet. (AP Photo)

All’epoca il sistema di trasporto urbano era limitato. La metropolitana non esisteva ancora – la prima linea sarebbe stata inaugurata solo nel 1904 – e gran parte della mobilità dipendeva da traghetti e linee ferroviarie sopraelevate. Con i fiumi ghiacciati e i binari bloccati, molti collegamenti tra Manhattan e Brooklyn si interruppero del tutto. A quel punto, centinaia di persone decisero di attraversare a piedi l’East River, sfruttando lo spesso strato di ghiaccio formatosi durante la tempesta. I giornali dell’epoca raccontarono di passaggi improvvisati, con scale usate per scendere dalle banchine e pedaggi di pochi centesimi (ma era un’altra economia) richiesti a chi voleva tentare la traversata.

Le autorità intervennero dopo poche ore, preoccupate dal rischio che il ghiaccio potesse spezzarsi con il cambio delle maree, intrappolando le persone nel mezzo del fiume. In alcuni casi accadde davvero. Nel complesso, la tempesta causò più di 200 vittime nella sola area urbana, lasciò senza servizi essenziali migliaia di edifici e paralizzò le comunicazioni: le linee telegrafiche crollarono, le condutture dell’acqua gelarono e Wall Street rimase chiusa per diversi giorni, un evento raro anche per l’epoca.

In qualche modo, quella tempesta di neve ebbe degli effetti a lungo termine e cambiò il rapporto della città con il meteo. Il blocco delle ferrovie sopraelevate e la fragilità delle infrastrutture “a cielo aperto” spinsero l’amministrazione cittadina a ripensare radicalmente il sistema dei trasporti e dei servizi: nei decenni successivi iniziò lo spostamento sottoterra di cavi, tubature e, soprattutto, delle nuove linee ferroviarie, gettando le basi della rete metropolitana moderna. La tempesta del 1888 non fu l’unico episodio estremo – nel 1934 circa 500 persone attraversarono a piedi l’Hudson River ghiacciato tra Newburgh e Beacon – ma rimane quella che più di tutte rese evidente quanto una grande città potesse essere messa in crisi dal clima, e quanto fosse necessario adattarsi.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Francesco Caroli, nato a Taranto, ha iniziato a scrivere di musica e cultura per blog e testate online nel 2017. È autore per le riviste cartacee musicali L'Olifante e SMMAG! e caporedattore per IlNewyorkese. Nel 2023 ha pubblicato il saggio "Il mutamento delle subculture, dai teddy boy alla scena trap" per la casa editrice milanese Meltemi.

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