Federico Desimoni: «L’Aceto Balsamico di Modena IGP è un bene collettivo, non solo un prodotto»

Il Direttore Generale del Consorzio Tutela Aceto Balsamico di Modena IGP racconta a Ritratti la natura giuridica e culturale della denominazione, il ruolo dei consorzi, il legame con gli Stati Uniti e le sfide del mercato globale

Federico Desimoni è intervenuto ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti, condotto da Claudio Brachino, offrendo una riflessione ampia che intreccia diritto, cultura alimentare e geopolitica dei mercati. Un dialogo che parte dalla sua formazione giuridica e arriva fino alle prospettive internazionali dell’Aceto Balsamico di Modena IGP, passando per il ruolo cruciale dei consorzi di tutela come presìdi di un interesse collettivo.

Il percorso professionale di Desimoni affonda le radici nel diritto: «Ho iniziato come avvocato, ho sostenuto anche l’esame di Stato e ho lavorato in uno studio legale. La primissima parte della mia vita professionale è stata proprio quella dell’avvocatura, ed è da lì che parte il mio percorso». Una formazione che oggi si rivela decisiva nel suo ruolo alla guida del Consorzio, soprattutto quando il tema è la protezione delle indicazioni geografiche.

La sensibilità giuridica, spiega, è tutt’altro che accessoria: «Conta moltissimo, perché il tema della tutela è parte integrante, anzi forse la parte principale, del lavoro dei consorzi. Non a caso si chiamano consorzi di tutela: la loro prima funzione è vigilare e salvaguardare la denominazione». Ma non si tratta di difendere un marchio come bene privato: «Qui non si tutela solo un diritto di proprietà intellettuale in senso classico, ma un diritto collettivo: non difendiamo l’interesse di una singola azienda, bensì quello di una comunità di produttori che operano in un determinato territorio». È in questa dimensione che l’Aceto Balsamico di Modena IGP diventa, nelle sue parole, «un bene pubblico, un interesse collettivo».

Spesso il termine “consorzio” resta astratto per il grande pubblico. Desimoni lo chiarisce con precisione: «Il consorzio è un ente giuridico previsto dal diritto, che nasce quando più aziende di uno stesso settore si mettono insieme per svolgere in forma comune una parte della loro attività. In Italia siamo forse il Paese più avanzato nella regolamentazione di questo modello, che poi è diventato anche europeo. Nel nostro settore, dopo il riconoscimento dell’IGP nel 1999, una legge ha definito che gli interessi della denominazione potessero essere rappresentati da un consorzio di tutela, riconosciuto dal Ministero. Da quel momento i consorzi svolgono funzioni che sono in parte private ma soprattutto pubbliche, perché delegate dallo Stato». 

Le due direttrici fondamentali restano «la tutela della denominazione e dei diritti di proprietà intellettuale» e «la promozione e la comunicazione del prodotto nel mondo».

Anche la governance riflette questo equilibrio tra pubblico e privato. «Il consorzio è composto innanzitutto dai produttori, ma può includere tutta la filiera: nel caso dell’Aceto Balsamico di Modena possono aderire anche i produttori di mosto, che è la materia prima, oppure gli imbottigliatori», spiega Desimoni, sottolineando come la maggioranza resti saldamente in mano ai produttori, che sostengono economicamente il consorzio attraverso un contributo proporzionale al prodotto. 

«Il sistema è democratico: c’è un’assemblea, un consiglio di amministrazione, comitati tecnici, e i voti sono in parte proporzionali ma con correttivi che permettono la convivenza di grandi e piccole aziende». Un assetto che opera sotto la costante supervisione del Ministero, con verifiche e rinnovi periodici.

Fondamentale, nel racconto, è anche la distinzione tra DOP e IGP, spesso fraintesa. «La DOP è legata in modo stretto al territorio anche per quanto riguarda la materia prima, mentre nell’IGP il legame è soprattutto umano e reputazionale: il prodotto è storicamente fatto in quel luogo, ma la materia prima non deve necessariamente provenire dallo stesso territorio». 

Due modelli diversi, entrambi tutelati dall’Unione Europea, che raccontano modelli produttivi differenti.

Quando si arriva al cuore del tema, l’Aceto Balsamico di Modena, il tono si fa quasi identitario. «Non esiste un aceto balsamico che non sia di Modena o di Reggio Emilia. È un prodotto con una storia millenaria, nato come condimento a base di mosto cotto, definito “balsamico” sia per le sue qualità sensoriali sia per le presunte proprietà curative». Un successo globale che oggi si traduce in numeri impressionanti: «Esportiamo il 92% della produzione e circa il 50% va fuori dall’Europa». Anche grazie a una versatilità che lo rende universale: «Si abbina a tutto, entra facilmente nelle cucine di culture diverse ed è anche in linea con i nuovi trend: zero alcol, totalmente vegetale».

In questo scenario, gli Stati Uniti rappresentano un pilastro strategico. «È un mercato fondamentale, insostituibile. Negli Stati Uniti esportiamo quasi il 30% della produzione, circa 25 milioni di litri». Ma c’è anche una dimensione emotiva: «È il mercato dove nasce la grande reputazione internazionale dell’Aceto Balsamico di Modena negli anni Ottanta, a partire da New York. C’è un legame economico, commerciale ma anche affettivo molto forte».

Le tensioni sui dazi hanno messo alla prova il settore: «La fase più difficile è stata quella dell’incertezza, quei sei-otto mesi che hanno turbato il mercato». Nonostante ciò, il comparto tiene, anche se «aumentano i valori, ma diminuiscono i redditi» per via dei costi crescenti che i produttori si stanno accollando. La priorità resta una: «Non incidere sul consumatore finale, per evitare che il prodotto originale venga sostituito da imitazioni, soprattutto negli Stati Uniti, dove i prodotti imitativi sono numerosi».

Lo sguardo finale è rivolto al 2026 e alla comunicazione. «Stiamo lavorando molto sul legame con Modena, sull’identità: abbiamo realizzato uno short film, già presentato in diverse città americane, e nel 2026 lanceremo una campagna digitale più ampia dal titolo “Modena Balsamic Genius”. Vogliamo comunicare che esiste una genialità unica, radicata nella tradizione e nei produttori di Modena». Perché l’Aceto Balsamico di Modena non è un semplice brand, ma «un’indicazione di origine che è garanzia di originalità».

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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