Marty Supreme di Josh Safdie, con Timothée Chalamet protagonista, è diventato rapidamente un fenomeno negli Stati Uniti: dalla proiezione a sorpresa del 6 ottobre 2025 al New York Film Festival all’uscita ufficiale il 25 dicembre, fino alla consacrazione ai Golden Globe, dove Chalamet ha vinto come miglior attore in un film commedia o musicale. In Italia il film è atteso nelle sale il 22 gennaio 2025
Marty Supreme racconta l’ascesa caotica e ossessiva del commesso di scarpe Marty Mauser verso l’obiettivo di diventare il più grande giocatore di tennistavolo del mondo. Lungo il percorso, Marty intreccia relazioni personali e professionali profondamente disfunzionali: con l’amica d’infanzia e amante Rachel Mizler, con il magnate Milton Rockwell e la moglie Kay Stone, e con il compagno di espedienti Wally. Il film, ispirato liberamente alla vita del campione Marty Reisman, non è mai interessato a costruire un classico racconto sportivo di riscatto, quanto piuttosto un ritratto febbrile di ambizione senza freni.
Si tratta del settimo film di Josh Safdie e del primo dopo la separazione creativa dal fratello Benny. In continuità con Good Time e Uncut Gems, il film ne raccoglie e rilancia la poetica: tensione costante, caos emotivo e una narrazione che procede più per esplosioni improvvise che per sviluppo lineare. La trama è relativamente semplice, ma la sua esposizione è volutamente convulsa, quasi ingestibile.

Al centro di tutto c’è Chalamet, la cui interpretazione regge da sola l’intero edificio, dando vita a un Marty predatorio, affascinante e repellente insieme, capace di manipolare chiunque lo circondi e di trasformare la seduzione e l’astuzia in strumenti di dominio emotivo. Eppure, grazie al carisma dell’attore, risulta credibile il fatto che chi lo circonda finisca per lasciarsi trascinare nelle sue macchinazioni
Ma il film non si regge solo sulla sua star. L’intero cast corale, formato da professionisti e non-attori, restituisce la vitalità e la densità di una New York anni Cinquanta che appare vissuta e pulsante, dove ogni dettaglio – dalla calma quasi ascetica di Koto Endo, avversario sportivo e specchio silenzioso dell’energia frenetica di Mauser, alla presenza enigmatica di Rockwell e Stone – contribuisce a tessere un quadro di tensione morale e psicologica costante.
Il mondo che circonda Marty è costruito con grande precisione formale. La fotografia in pellicola restituisce una New York anni Cinquanta non nostalgica ma sporca, nervosa, già corrotta. Le scenografie trasformano luoghi banali – negozi di scarpe, sale da bowling – in teatri di una tragedia quotidiana. L’uso di musiche volutamente anacronistiche, lontane dall’epoca in cui è ambientata la storia, accentua il carattere postmoderno del film, che rinuncia alla ricostruzione storica per collocarsi in una dimensione volutamente fuori dal tempo.
Marty Supreme è audace, vitale, spesso brillante, sul piano etico mostra crepe profonde. Alcune trasgressioni fondamentali vengono lasciate senza conseguenze reali, altre vengono addirittura giustificate da un contesto che le rende “comprensibili”. Non è un film per tutti, e non fa nulla per sembrarlo. È irregolare, eccessivo, a tratti sbilanciato, ma animato da un’energia rara. In un panorama cinematografico sempre più addomesticato, Safdie sceglie il rischio invece del compromesso. Il risultato non consola né rassicura: mette a disagio, costringe a interrogarsi sulla direzione in cui stiamo andando. E se, davvero, abbia senso continuare a correre.




