Ogni tanto ci sono, anche, le buone notizie. E gennaio sembra un buon mese, al di là dei tanti fatti tragici che pure è nostro dovere professionale raccontarvi. Comunque, l’8 gennaio dello scorso anno fu liberata Cecilia Sala, la collega giornalista imprigionata in Iran dove si era recata per alcuni reportage, e oggi, 12 gennaio, è stato liberato Alberto Trentini. Il cooperante del Lido di Venezia che era in uno dei carceri duri di Caracas dal 15 novembre 2024. Era in Venezuela per una missione umanitaria per conto di un’organizzazione francese, Humanity & Inclusion. Non erano chiari allora i motivi dell’arresto, non sono chiari neanche ora che il leader di quel Paese, Maduro, non un fulgido esponente della democrazia diciamo così, è stato arrestato e portato in America da Trump.
Il nostro ministro degli Esteri Tajani ha ringraziato la leader attuale, Rodríguez, e il Segretario di Stato americano Rubio per la collaborazione, ma ha ricordato che dopo Trentini e Mario Burlò, che tra poche ore torneranno nel nostro Paese, ci sono ancora 40 italiani nelle carceri venezuelane. Ma questo, lo ripeto, è il giorno della gioia: il premier Giorgia Meloni ha ringraziato, come è giusto, la nostra diplomazia e tutto il nostro personale diplomatico per il successo di questa operazione, che è un successo nazionale.
Anche la mamma del cooperante, ammorbidita dopo le polemiche che aveva aperto col cuore di madre e non con la realpolitik che richiedono queste situazioni, oggi ha gioito alla notizia e alla telefonata, sempre emozionante oltre che simbolica, del Presidente Mattarella. Ripeto, quello di oggi è il giorno della gioia e non delle polemiche.
È un successo della diplomazia, ma è un successo soprattutto di quella che chiamiamo Italia, quindi di tutti, anche di quelli che sotto sotto erano anche un po’ dalla parte del dittatore Maduro come confusa metafora di un anticapitalismo americano senza nessuna logica politica e senza nessuna trasparenza. Fa bene Enrico Mentana, direttore del Tg de La7, a chiedere anche a caldo che i para-simpatizzanti di quel regime chiedano almeno adesso perché un signore che era lì per una missione umanitaria si sia fatto 423 giorni di carcere. Un signore che non ci sembra una spia e che aveva pure bisogno di cure salvavita.
Una sola telefonata per dire che stava bene alla madre lo scorso agosto e poi le consuete polemiche nostrane, con il mainstream che strillava tutti i giorni per la presunta dimenticanza della sua storia quando invece era preso da tutt’altro. Una volta tanto però copiamo gli altri, in questo caso un marinaio della neonata nazione americana: “giusto o sbagliato questo è il mio Paese”, disse poco dopo la prima Costituzione dell’Occidente.
E allora per qualche ora dimentichiamo i guelfi e i ghibellini medievali che sono in noi e sempre al bar eterno dello sport, e godiamoci un po’ di orgoglio nostrano. Soprattutto un po’ di empatia con i protagonisti e i loro familiari. Alberto torna a casa, vivo. Non sapeva niente di Maduro e la prima cosa che ha chiesto è stata una sigaretta. Se ne faranno una ragione pure i salutisti, poi da domani qualche domanda gliela faremo pure noi.




