Il nemico invisibile: come la rete riscrive la violenza di genere e come fermarla

La rete amplifica emozioni negative: rabbia, frustrazione, misoginia. Donne di ogni età – giornaliste, ricercatrici, attiviste, ma anche semplici studentesse – diventano bersagli quotidiani di insulti, derisioni, minacce e commenti sessualizzati. Non si tratta di episodi isolati, ma di un vero ecosistema culturale. Si parla di una vera e propria rape culture digitale: un contesto che banalizza la violenza sessuale e tende a far ricadere la colpa sulle vittime. La sicurezza online non è una semplice questione tecnica: è una sfida culturale e politica

Viviamo in un tempo in cui la tecnologia non è più un semplice strumento di comunicazione: è un ambiente complesso, un ecosistema che modella relazioni, identità e immaginari collettivi. La dimensione digitale non rappresenta un altrove, ma un’estensione della quotidianità che la modifica e la amplifica. È proprio in questo intreccio che si nasconde un avversario ancora sottovalutato: la nuova, silenziosa violenza di genere.

Per anni abbiamo immaginato la violenza come un atto fisico, riconoscibile, legato a contesti estremi. Oggi, invece, le sue manifestazioni si sono trasformate: più sottili, rapide, pervasive. La rete funziona come un amplificatore di dinamiche già presenti nella società, rendendole più diffuse e talvolta difficili da individuare.

Il “nemico invisibile” si presenta attraverso piccoli gesti aggressivi, linguaggi svalutanti normalizzati, pressioni estetiche continue, controllo emotivo tramite messaggi, richieste di foto intime, hate speech, body shaming, deepfake pornografici e revenge porn. Segni che non si vedono sulla pelle, ma feriscono profondamente l’identità.

Come ricordano studiosi quali van Dijck, Poell e de Waal, i social network non sono semplici piattaforme di interazione: sono vere e proprie architetture di visibilità governate da algoritmi che determinano ciò che appare, ciò che resta nascosto, ciò che viene reso virale. Le adolescenti crescono in questi ambienti, costruendo parti importanti della propria immagine attraverso like, commenti e micro-interazioni che funzionano come specchi sociali.

Il sociologo Anthony Giddens definisce questo processo “riflessività dell’identità”: oggi, però, tale riflessività è filtrata dagli schermi. Bauman la chiamava “vetrinizzazione dell’io”: si esiste nella misura in cui si è osservabili, e quella visibilità è fragile, esposta a giudizio costante e spesso a ostilità.

In questo scenario, le disuguaglianze di genere si radicano con facilità. L’ossessione estetica, la competizione continua, il bisogno di approvazione diventano condizioni che accrescono la vulnerabilità delle ragazze, esponendole a forme di controllo, derisione e manipolazione.

La digitalizzazione dei rapporti affettivi produce relazioni sempre più rapide, intense ma superficiali. L’emotività diventa spettacolo: emoji al posto delle parole, reazioni al posto dell’ascolto, connessione al posto della presenza. Le app di incontri trasformano l’incontro in un algoritmo, lo scambio in consumo.

Come sostiene Eva Illouz, sociologa e teorica culturale franco-israelina, le emozioni oggi sono “mediate dal mercato e dalla tecnologia”: ciò che un tempo era privato si trasforma in contenuto visibile e giudicabile. Tra i giovani questa dinamica alimenta sorveglianza reciproca, gelosie normalizzate, controllo degli accessi e dei messaggi, fino a veri e propri atteggiamenti eccessivi.

La pornografia online, accessibile senza filtri di età, è diventata uno dei principali agenti di socializzazione sessuale. Propone una visione del desiderio basata sul dominio e sull’oggettivazione del corpo femminile. Molti adolescenti costruiscono la propria idea di sesso attraverso questi contenuti, senza una reale educazione affettiva o strumenti critici.

Il risultato è una crescente normalizzazione della violenza, una sessualità performativa e la diffusione di aspettative irreali che influenzano profondamente le relazioni offline.

Il sexting può essere una scelta consapevole, ma può facilmente diventare pericoloso. Quando un contenuto intimo viene condiviso senza autorizzazione, la violenza acquista una dimensione virale. Il revenge porn non è solo un tradimento personale: è una ferita alla reputazione, alla dignità e alla vita relazionale della persona coinvolta.

L’arrivo dei deepfake ha aggravato ulteriormente il problema: non serve più un’immagine reale, è sufficiente un volto per generare materiale pornografico falso. Una forma di abuso che aggira completamente il consenso e che l’attuale legislazione fatica a inquadrare.

La rete amplifica emozioni negative: rabbia, frustrazione, misoginia. Donne di ogni età – giornaliste, ricercatrici, attiviste, ma anche semplici studentesse – diventano bersagli quotidiani di insulti, derisioni, minacce e commenti sessualizzati. Non si tratta di episodi isolati, ma di un vero ecosistema culturale. Si parla di una vera e propria rape culture digitale: un contesto che banalizza la violenza sessuale e tende a far ricadere la colpa sulle vittime.

La sicurezza online non è una semplice questione tecnica: è una sfida culturale e politica. Richiede nuove competenze, ma soprattutto nuovi valori: educazione emotiva, cultura del consenso, responsabilità maschile, alleanze tra scuola, famiglie e istituzioni. Servono anche norme capaci di tenere il passo con tecnologie in costante evoluzione.

Allo stesso tempo, il digitale può essere un luogo di emancipazione. I movimenti #MeToo, #BodyPositive e #NoRevengePorn dimostrano che lo spazio online può diventare terreno di riscatto, solidarietà e trasformazione.

L’obiettivo è trasformare la rete in uno spazio in cui il nemico invisibile perda forza e in cui la libertà femminile sia un diritto. Perché il digitale non è solo rischio: è anche possibilità. Costruire un futuro più giusto significa iniziare da qui.

Immagine di Francesco Pira

Francesco Pira

Professore Associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi, insegna Comunicazione Strategica, Teorie e Tecniche del Giornalismo Digitale e Giornalismo Sportivo, Social Media e Comunicazione d’Impresa, presso i corsi di laurea magistrale e triennale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina. A marzo 2024 è stato nominato Presidente della branch Comunicazione Media e Informazione dii Confassociazioni, di cui era stato Vice Presidente e dal giugno 2020 è Presidente anche dell’Osservatorio Nazionale sulle Fake News. Il quotidiano italiano Avvenire l’ha definito uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno Fake News.

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