Un grande spot

Inter-Napoli è stata la partita che serviva in un momento storico in cui il calcio italiano ha un grande bisogno di storie ed eroi

Il calcio sta vivendo un’epoca di grande transizione, nella quale la sua stessa sopravvivenza futura, come spettacolo rivolto al grande pubblico, è in discussione.

Nell’epoca dei reel e degli short, della soglia dell’attenzione e dell’interesse abbassate dalle nuove abitudini inculcate dagli algoritmi, nessuno sport può permettersi di avere lunghe pause ed essere noioso.

Il discorso è lungo, e meriterebbe un approfondimento a parte, ma per capirne la portata basti pensare al tennis, che adesso in Italia va per la maggiore anche grazie al “fenomeno Sinner” che ha catalizzato l’attenzione dei media così come, negli anni ’90, aveva fatto Alberto Tomba con lo sci.

Il tennis, sport che deve fronteggiare le stesse difficoltà del calcio per mantenere la propria appetibilità e (ri)proporsi costantemente come fenomeno mediatico (dire solo “televisivo” oramai è anacronistico), ha introdotto un rigido countdown al momento della battuta per ridurre al massimo i tempi morti e limitare le pause.

È solo un esempio, ce ne sarebbero tanti altri, per rendere l’idea di come, per citare Eraclito, “tutto scorre” e per tutti gli sport diventi fondamentale provare a ricalibrarsi per rimanere al passo coi tempi.

Vale a maggior ragione vale anche per il calcio. Rispetto al tennis, al basket, alla pallavolo o il football americano (tanto per fare alcuni esempi) il calcio parte da un gap difficile da colmare: nel calcio si fanno pochi punti.

Una partita di calcio può finire senza che nessuna delle due squadre in campo riesca a realizzare neanche un punto, vale a dire un goal: essendo il gol il fine ultimo del calcio, il grande paradosso del calcio è che una partita può svilupparsi per tutta la sua durata, un’ora e mezza più recupero, senza che nessuno in campo riesca a realizzare neanche una volta l’obiettivo ultimo e supremo per il quale si gioca.

Per semplificare al massimo l’argomento non andiamo molto distanti dalla verità se diciamo che questo è il motivo principale per il quale il calcio non è mai entrato totalmente nei cuori degli americani.

Fin qui un’analisi, sbrigativa e per nulla esaustiva, ma che rende l’idea di una criticità di fondo, di un “problema”. Come risolvere questo problema?

Intanto inserendo nuove regole, che possano in qualche modo velocizzare il gioco e limitare i tempi morti. E questo riguarda il futuro, con una task force di esperti che da tempo è al lavoro per ricalibrare il calcio rispetto alle nuove necessità, perché di questo si tratta, con buona pace dei nostalgici.

E si perché se il calcio fosse tuttora ancorato ai “magnifici anni ’80 e ’90”, al netto dei grandi protagonisti che all’epoca calcavano i campi italiani e che adesso ci sogniamo, sarebbe uno sport morto e sepolto: provate a immaginare una partita oggi con 100 e passa retropassaggi al portiere, che poteva bloccare la palla con le mani e tenerla per qualche secondo, fare melina e ritardare la ripresa del gioco…

Tutto scorre, dicevamo, e i cambi nel regolamento servono per aiutare uno sport a sopravvivere, restando al passo coi tempi, senza perdere le proprie peculiarità e la propria unicità, s’intende.

In attesa di nuove regole il calcio, oggi, ha bisogno storie da raccontare, di nuovi eroi, grandi allenatori, grandi giocatori e grandi giocate e, soprattutto, grandi partite che possano rappresentare uno spot per questo sport.

Il Napoli degli ultimi tre anni, indipendentemente dal tifo, è oggettivamente una grande storia da raccontare: una società storicamente poco vincente che vince uno scudetto impensabile e dominato con Spalletti, crolla la stagione successiva e torna a vincere un secondo scudetto con un altro (grande) allenatore, Conte, sfidando e battendo le grandi del nord che hanno fagocitato i trofei in palio nel belpaese negli ultimi 50 anni, lasciando agli altri solo le briciole.

Riusciranno i partenopei a ripetere l’impresa anche questa stagione? Questo è certamente una delle storie più coinvolgenti di questa stagione, a maggior ragione se nella trama lo sceneggiatore aggiunge una serie di infortuni ad alcuni dei giocatori più importanti della squadra, e l’inizio a dir poco stentato (pensate a Bologna-Napoli e allo sfogo di Conte…), con la sensazione che si potesse ripetere un altro “tonfo dopo il trionfo”.

Non devi essere un tifoso del Napoli per capire che il Napoli, in questi ultimi anni, è la società che più di ogni altra sta contribuendo, a livello di narrazione, di storia, a salvare il calcio italiano…dalla noia.

Ogni storia ha bisogno dei suoi protagonisti, eroi o nemesi degli eroi: Spalletti è stato eroe, da trionfatore (col Napoli, appunto) per poi diventare nemesi dell’eroe, antieroe con il fallimento in azzurro. Fino a diventare nemico di quel popolo che si è tatuato addosso dopo lo scudetto, scegliendo di allenare l’odiata Juventus.

Nel bene e nel male Spalletti è un eroe/antieroe del quale il calcio italiano ha straordinariamente bisogno, con il suo carico di visioni e di nemici più o meno immaginari e le sue conferenze stampa fiume che fanno discutere per giorni.

Mourinho è stato un altro grande eroe del nostro calcio, amato e odiato ma mai banale, fino a che i Friedkin non hanno preso la decisione più scellerata mai presa da una proprietà cacciandolo da Roma e privando i tifosi romanisti del loro eroe e la Serie A di un personaggio del quale aveva maledettamente bisogno.

Conte è senza dubbio un altro grande eroe del nostro calcio, il più grande probabilmente ad oggi, con tutto il carico di amore e di odio che questa definizione si porta dietro. Conte è il Mourinho 2.0.

I grandi giocatori sono sempre meno, è vero: i grandi giocatori hanno la continuità di rendimento, determinano nel tempo, cadono e si ritrovano. Sono decisivi e, soprattutto, fanno grandi giocate.

Ancora una volta tocca citare il Napoli, perché è la squadra partenopea che, indubbiamente, è stata in grado di portare i grandi giocatori e le grandi giocate negli ultimi anni.

Non so voi, ma se penso a giocatori decisivi, uomini franchigia determinanti nello scrivere le storie vincenti, mi vengono in mente Osimhen e Kvara nel Napoli di Spalletti: uomini copertina perfetti in un contesto tecnico e tattico altissimo. Oggi mi viene in mente Scott McTominay, uomo scudetto del Napoli di Conte dello scorso anno, straordinario nel tornare ai suoi livelli dopo un inizio sottotono, che aveva fatto pensare che la magia potesse essere finita.

Il richiamo a “McFratm”, come è stato ribattezzato nella città che l’ha adottato (uno scozzese-napoletano, cosa c’è di più suggestivo?) ci riporta al presente e al titolo di questo editoriale: Inter-Napoli, ovvero un “grande spot” per questo sport.

Inter-Napoli è stata una grande partita, un vero e proprio spot per il calcio. Una squadra favorita, l’Inter, a pieno organico contro un Napoli incerottato, con 5 primavera in panchina, ma mai domo, grazie soprattutto a quell’eroe scozzese diventato napoletano.

Due volte in svantaggio e due volte in grado di recuperare il risultato, il Napoli ha giocato una partita eroica, impedendo all’Inter di vincere una gara che avrebbe potuto lanciare una volata decisiva in chiave scudetto e, dunque, tenendo così aperti tutti i discorsi al vertice.

Anche l’Inter ha giocato una gara tosta, di personalità, all’altezza di un big match, e il 2 a 2 finale è stato un risultato giusto al termine della partita giusta. Nella quale si sono viste giocate, eroi, storie, discussioni, litigi, urla, rabbia, agonismo. Tutto.

La partita che serviva. Perché di partite che facciano da spot al calcio ce n’è sempre più bisogno.

Immagine di Guglielmo Timpano

Guglielmo Timpano

Laureato in Scienze Politiche. Giornalista freelance. Conduttore radiofonico. Presentatore televisivo. Appassionato di sport, storia e animali: per combinare tutti questi interessi, il sogno sarebbe seguire un torneo di calcio tra dinosauri.

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