Da Milano e Piacenza a New York, passando per Londra e l’Isola d’Elba: la storia di Elena Della Volpe e Matteo Prospiti è quella di una coppia che ha scelto di ricominciare da zero puntando sull’autenticità italiana. Con Sottocasa Harlem hanno costruito molto più di una pizzeria: un punto di riferimento per il quartiere, dove tradizione, comunità e ospitalità si intrecciano ogni giorno nel cuore di Harlem.
Elena Della Volpe nasce ad Aversa, in provincia di Caserta, da una famiglia del Sud con radici napoletane e siciliane. Cresciuta a Milano sviluppa una carriera ventennale nell’information technology prima di decidere di cambiare vita. Dopo esperienze tra Milano, l’Isola d’Elba, Londra, approda infine a New York, dove apre con il socio e compagno di vita, Matteo Prospiti, la pizzeria Sottocasa Harlem.
Matteo Prospiti nasce e cresce a Piacenza, dove frequenta la scuola alberghiera con l’idea di intraprendere un mestiere che gli permettesse di viaggiare. La sua prima esperienza negli Stati Uniti arriva nel 1990 alla Disney, nel ristorante italiano Alfredo, seguita da altre esperienze tra Europa e Italia. Dopo anni di lavoro tra hotel e ristorazione, arriva la decisione di trasferirsi con Elena a New York.

Partiamo dall’inizio: quando avete aperto Sottocasa Harlem e in che momento della vostra vita è arrivata questa decisione?
Siamo venuti a New York per la prima volta in vacanza nel 2010 e abbiamo vissuto a Harlem, rendendoci subito conto di trovarci in un contesto completamente diverso da quello europeo. A New York, le persone escono a mangiare molto più frequentemente rispetto all’Italia: un approccio completamente diverso alla ristorazione, che ci ha fatto ulteriormente riflettere e adattare la nostra idea imprenditoriale. Negli anni successivi siamo tornati più volte, iniziando a comprendere meglio il mercato e le sue dinamiche. La nostra idea iniziale era quella di aprire un wine bar italiano, ma col tempo il progetto si è evoluto. Attraverso un avvocato siamo entrati in contatto con un imprenditore, Luca Arrigoni, già attivo nel settore della ristorazione a Brooklyn con Sottocasa Pizzeria Brooklyn. Da lì è nata l’opportunità di aprire Sottocasa Harlem.
Perché avete scelto Harlem? Cosa vi ha convinto ad aprire proprio qui?
Abbiamo scelto Harlem perché, dal 2010, ogni volta che venivamo a New York ci sentivamo a casa: è un quartiere vivo, accogliente, molto umano. Inoltre, ci teniamo a sottolineare che non lo riteniamo affatto più pericoloso di altre aree della città.
Vi sentite più una pizzeria di quartiere o una destinazione per italiani e turisti?
Entrambe le cose. Siamo molto legati al quartiere, alle famiglie e ai clienti che ci seguono da anni. Allo stesso tempo abbiamo anche una clientela internazionale, ma il rapporto con la comunità locale resta centrale.
C’è ancora oggi, secondo voi, un “modo italiano” di fare ristorazione all’estero? Oppure New York obbliga inevitabilmente a cambiare approccio?
Cerchiamo di rimanere autentici: non adattiamo il prodotto per inseguire il mercato. Utilizziamo ingredienti italiani, macchinari italiani e puntiamo a mantenere un’identità coerente in ogni aspetto del nostro lavoro. L’obiettivo è offrire un’esperienza il più possibile vicina a quella italiana. Abbiamo quindi aperto la nostra pizzeria seguendo proprio questa filosofia: musica italiana, prodotti italiani e personale in grado di comprendere l’italiano. Fin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di far vivere ai clienti un’esperienza autentica, senza mai snaturarci. È un lavoro impegnativo, soprattutto in una città come New York, altamente competitiva e molto omologata, ma la nostra identità è rimasta invariata.

Quali sono state le difficoltà più grandi nell’aprire un’attività da italiani negli Stati Uniti?
Appena trasferiti è stato difficile ottenere credito, ma al di là di questo aspetto, la burocrazia è sicuramente più snella e al tempo stesso più rigida. Se esiste una regola o una procedura, quella viene seguita in modo preciso, e trovare soluzioni alternative è complesso. Questa, forse, è stata la principale difficoltà: la scarsa flessibilità nell’individuare percorsi diversi rispetto a quelli stabiliti.
Dopo quasi dieci anni di attività, cosa rappresenta oggi Sottocasa Harlem?
Sottocasa Harlem con il tempo è diventato un punto di riferimento. Abbiamo visto crescere clienti, famiglie e una comunità che nel tempo si è consolidata. È un quartiere che sentiamo nostro. A raccontarlo sono soprattutto episodi quotidiani che, nel tempo, hanno dato significato al nostro lavoro. Una coppia di clienti e amici si sono trasferiti dopo il Covid. Ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a parlare; lei, che aveva festeggiato da noi il baby shower, a un certo punto si è commossa. Ci ha raccontato che, anche se oggi vive altrove, quando abitavano in zona il nostro locale era il loro punto di riferimento. Venivano spesso lei e il marito. Il loro primo appuntamento lo aveva organizzato proprio da noi.
Cosa significa per voi “casa” oggi? Italia o New York?
Per noi sono due dimensioni diverse ma complementari. L’Italia rappresenta la famiglia, le radici, gli affetti e tutto ciò che ci ha formato. New York, invece, è la vita che abbiamo costruito nel tempo, il nostro lavoro, le esperienze e il percorso personale e professionale. Entrambe, in modi diversi, sono casa, perché ciascuna appartiene a una parte fondamentale della nostra vita.




