Vita in transito tra New York e l’Italia: La figlia di lui e i romanzi di Chiara Marchelli

Una storia che parte da New York e torna in Italia per raccontare relazioni adulte, famiglie già esistenti e quell’equilibrio instabile tra amore, responsabilità e identità personale

La figlia di lui è un romanzo che prende una situazione molto comune e la tratta senza scorciatoie: una donna adulta, senza figli, che si innamora di un uomo separato e si ritrova, insieme a lui, a dover fare i conti con la presenza totale di una bambina. Livia ha quarant’anni, è italiana, vive a New York e lavora nel mondo dei libri; quando incontra Arno sente subito una vicinanza rara, ma la relazione non nasce mai in uno spazio vuoto, perché Arno ha una figlia piccola, Emma. E basta questo a cambiare tutto: il loro amore non può essere soltanto una faccenda a due, perché c’è una terza persona che non ha scelto niente, e proprio per questo occupa ogni stanza emotiva.

Marchelli racconta questa triangolazione con una scelta che, a mio avviso, è la vera forza del romanzo: non “spiega” i personaggi per renderli simpatici, li lascia essere umani. Emma può essere ostile, possessiva, spiazzante; Livia può essere generosa e subito dopo irritata, fragile e insieme dura. Il punto non è stabilire chi ha ragione, ma guardare cosa succede quando l’amore entra in una famiglia già iniziata, con ruoli che sembrano scritti da altri. La tensione cresce in modo quasi fisico, da quotidianità apparentemente minime, fino a un episodio che mette tutti davanti a ciò che stavano evitando: non si può far finta che l’equilibrio sia semplice, né che il dolore resti sempre educato.

Anche lo stile è coerente con questa materia. La scrittura è misurata, pulita, priva di compiacimenti, e proprio per questo sa essere tagliente quando serve. Il ritmo, poi, ha qualcosa di febbrile: sembra un libro scritto di slancio, con un passo serrato che ti trascina dentro l’urgenza delle scene. Non è un romanzo che ama i grandi discorsi; preferisce la precisione dei dettagli, le frasi che non alzano mai la voce e per questo arrivano più vicino. L’effetto è quello di una lettura agile, che scorre, ma che ti lascia addosso domande scomode.

Se lo mettiamo accanto agli altri romanzi di Chiara Marchelli, si nota subito una cosa: lei cambia spesso forma, ma conserva un nucleo riconoscibile. In Angeli e cani il centro è il trauma e la memoria, con una protagonista che torna a un evento del passato e lo attraversa come si attraversano i luoghi dell’origine, tra New York e la Valle d’Aosta. È già presente la sua inclinazione a trattare la trama come un percorso interiore: non conta soltanto cosa è accaduto, conta come quell’accaduto continua a lavorare sotto pelle. La figlia di lui si muove nella stessa direzione, ma con un’energia più contemporanea e domestica: qui la ferita non è un ricordo lontano, è la vita di tutti i giorni, il modo in cui ci si saluta, ci si aspetta, ci si sente fuori posto.

Nei romanzi Piemme, L’amore involontario e Le mie parole per te, Marchelli esplora in modo diverso lo stesso territorio emotivo. In L’amore involontario il rapporto familiare è un campo minato: una scrittrice in coma, un fratello che le porta addosso un’accusa non detta, un lutto che ha deformato il linguaggio stesso dell’affetto. È una storia dove l’amore non ha nulla di armonioso: resta, persiste, a volte si impone persino quando lo si vorrebbe respingere. In Le mie parole per te il movimento è più apertamente sentimentale: una donna con una vita ordinata a New York, costruita con scelte precise e tanta disciplina quotidiana, viene costretta da un incontro a rimettere in discussione ciò che credeva definitivo. In entrambi i casi, come in La figlia di lui, Marchelli non è interessata al colpo di scena in sé: le interessa l’istante in cui un personaggio capisce che non può più raccontarsi la stessa versione di sé.

Le notti blu porta questa lucidità su un matrimonio lungo. Qui il dolore non è una vampata, è un clima: un’esperienza che regola i gesti, cambia le parole, sposta i silenzi. La scrittura si fa ancora più precisa, quasi chirurgica, e la coppia diventa un laboratorio dove si osserva come i segreti si formano, come si difendono, e come prima o poi chiedono conto. Rispetto a La figlia di lui, c’è meno attrito immediato e più sedimentazione, ma la tensione è la stessa: l’amore come luogo di cura e insieme come luogo di verità difficili.

Con La memoria della cenere Marchelli lavora su un altro tipo di rottura: la fragilità del corpo e della memoria dopo un evento improvviso, e la necessità di ricominciare altrove, in un paesaggio che diventa metafora. L’Auvergne, con la sua presenza vulcanica, è quasi un personaggio: un promemoria costante del fatto che sotto l’apparenza tranquilla può esserci movimento, calore, materia pronta a risalire. Anche qui, come in La figlia di lui, la protagonista non viene “aggiustata”; viene mostrata nel tentativo di ridisegnarsi.

E poi c’è la deviazione apparente del noir, con Redenzione e Madre Terra. Apparente, perché se cambia il genere, non cambia la sostanza. A Volterra la trama è più investigativa, più legata al caso e al sospetto, ma Marchelli resta fedele alla sua ossessione migliore: capire come reagiscono le persone quando l’equilibrio sociale si incrina, come una comunità protegge se stessa, come si costruisce un colpevole. Il comandante Nardi, con la sua attenzione ai dettagli e la sua malinconia, non è così lontano dalle sue protagoniste più intime: anche lui è un adulto in soglia, che si muove tra ciò che deve fare e ciò che prova, tra la disciplina del ruolo e la vulnerabilità privata.

I luoghi, in tutto questo, contano moltissimo. New York ritorna come città della vita adulta, dove le relazioni sono incastri complessi e la solitudine non è mai romantica. La montagna della Valle d’Aosta, quando appare, è la lingua dell’origine, del ritorno, della memoria che non smette di chiamare. La provincia toscana nei noir è il territorio dei non detti, perfetto per raccontare come la verità, in certi contesti, sia sempre anche un fatto di potere. E l’Auvergne è il paesaggio della trasformazione lenta, quello che ti costringe a guardare cosa bolle sotto la superficie.

Arriviamo allora a Livia, che è una delle protagoniste più riuscite di Marchelli proprio perché non cerca consenso. È costruita come una donna che lavora, desidera, sbaglia, si vergogna, prova a fare la cosa giusta e non sempre ci riesce. Il romanzo le concede una complessità rara: non la trasforma in madre per far quadrare la morale, ma non la lascia nemmeno nella posa dell’eterna vittima. La mette, piuttosto, in un territorio ambivalente, dove l’amore è vero e insieme faticoso, dove l’istinto alla cura convive con l’istinto alla difesa.

Quanto al finale, La figlia di lui sceglie una chiusura coerente con tutto questo: non cerca di tranquillizzare il lettore con una pacificazione facile, ma porta i personaggi davanti a una verità emotiva che non può essere ignorata. È un modo di concludere che Marchelli usa spesso, anche quando scrive storie molto diverse: la trama arriva a un punto di svolta, certo, ma ciò che resta davvero è la traccia interiore, la conseguenza, quel residuo che ti fa pensare che i personaggi continueranno a vivere oltre l’ultima pagina, non necessariamente più felici, ma più consapevoli.

Se volete una linea comune tra i protagonisti dei suoi romanzi, la si trova lì: sono quasi sempre adulti che attraversano una soglia. Non stanno imparando a vivere, stanno imparando a vivere di nuovo. C’è un prima che non regge più e un dopo che non ha ancora forma. E in mezzo, Marchelli mette la sua materia preferita: relazioni che non si lasciano ridurre a giusto o sbagliato, famiglie che non coincidono con l’idea di famiglia, amori che chiedono un prezzo. In questo senso La figlia di lui è uno dei suoi libri più nitidi: perché ha il coraggio di raccontare una zona d’ombra quotidiana e di farne, senza enfasi, un grande romanzo sull’identità e sull’appartenenza.

Immagine di Monica Rossi Miller

Monica Rossi Miller

Monica Rossi Miller è docente universitaria presso la City University of New York e insegna lingua e cultura italiana e tedesca. Vive e insegna negli Stati Uniti da molti anni e si occupa di letteratura e cultura italiana attraverso il cinema. Recentemente ha curato un corso di formazione per professori universitari su come usare la scrittura come mezzo di apprendimento critico.

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