Mussolini, il successo del romanzo documentario e la serie che interpella lo spettatore

Pensare che un libro su Mussolini appartenga inevitabilmente alla sfera della saggistica più accademica è un pregiudizio che M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati smentisce con decisione. In Italia il volume è stato un caso editoriale di grande rilievo, ha vinto il Premio Strega nel 2019 e ha alimentato un ampio dibattito pubblico, perché non si limita a essere un romanzo storico in senso tradizionale. L’opera combina infatti racconto e ricostruzione documentaria, intrecciando narrazione, articoli, fonti d’epoca e materiali d’archivio. Ne emerge un ibrido che molti hanno definito “romanzo documentario” e che obbliga il lettore a considerare il fascismo non come una realtà remota e cristallizzata, ma come un processo storico costruito progressivamente, le cui implicazioni continuano a parlare al presente.

Una delle osservazioni più ricorrenti nelle recensioni riguarda proprio la capacità del libro di restituire vitalità al passato senza indulgere in alcuna nostalgia. Il romanzo non si propone come una semplice rievocazione, ma come una rilettura che rimette in movimento la materia storica e la rende immediatamente percepibile nella sua urgenza contemporanea. La forza del testo sta nel mostrare come quella vicenda non appartenga soltanto alla memoria nazionale, ma interroghi ancora il lettore di oggi.

Al centro dell’operazione narrativa di Scurati vi è la scelta di raccontare l’ascesa di Mussolini dall’interno. Il punto di vista adottato segue il protagonista nei suoi calcoli, nella sua spregiudicatezza, nella sua capacità di seduzione politica e nella progressiva costruzione del consenso. Non si tratta, tuttavia, di un tentativo di attenuazione o di giustificazione. Al contrario, il romanzo procede come una vera dissezione del potere e dei suoi meccanismi. È anche per questo che molti critici hanno letto l’opera come un intervento profondamente antifascista: non una condanna astratta, ma la dimostrazione concreta di come il fascismo si formi, si diffonda e finisca per apparire normale.

Uno degli aspetti più discussi del libro è il principio dichiarato dall’autore secondo cui “nulla è inventato”. Scurati costruisce il testo come un’opera narrativa fondata però su documenti, giornali e testimonianze storiche. Questa impostazione conferisce al romanzo una tensione particolare: quando il lettore viene catturato dal ritmo del racconto, il peso delle fonti lo richiama costantemente alla realtà dei fatti. La narrazione non si allontana mai del tutto dal terreno storico da cui trae origine.

Per questa ragione M. Il figlio del secolo è stato spesso accostato ad altre opere che esplorano il confine tra invenzione letteraria e verità documentaria. Anche in questo caso, tuttavia, Scurati imprime al materiale una fisionomia propria, con una scrittura che conserva il rigore dell’archivio ma lo trasforma in energia narrativa. Il risultato è un’opera che, pur nella sua densità, possiede una forza di trascinamento rara.

Il romanzo ricostruisce gli anni compresi tra il 1919 e il 1925, cioè la fase in cui il fascismo consolida la propria presa e Mussolini passa da figura emergente a dominatore della scena politica italiana. Questo passaggio è decisivo, perché il libro non osserva un regime già compiuto, ma segue il suo processo di formazione. Il fascismo appare così non come un blocco monolitico, bensì come una costruzione graduale fatta di decisioni, complicità, violenza e consenso.

Accanto a Mussolini si muovono figure centrali come Matteotti, D’Annunzio e Balbo, in un quadro corale che restituisce la complessità del contesto storico. Il fascismo, in questa prospettiva, non appare come il prodotto di un solo individuo, ma come il risultato di una rete di interessi, ambizioni e responsabilità condivise. È proprio questa dimensione collettiva a rendere il romanzo particolarmente efficace nel chiarire le origini del fenomeno.

Molte recensioni hanno insistito sul fatto che il libro illumina la nascita del fascismo con una precisione tanto maggiore quanto più inquietante. Il regime non viene presentato come un’anomalia incomprensibile o irripetibile, ma come l’esito di condizioni riconoscibili: esasperazione sociale, rancore politico, propaganda sistematica, uso crescente della violenza e progressiva assuefazione pubblica. In questa capacità di mostrare la genesi del fenomeno risiede una delle ragioni per cui il romanzo è stato definito necessario e attuale.

Tra le osservazioni critiche più frequenti vi è quella relativa all’avvio del libro, giudicato da alcuni lettori particolarmente denso e talvolta impegnativo. Le prime pagine possono dare l’impressione di una maggiore prossimità al saggio che al romanzo, e l’inserimento dei documenti può rallentare a tratti la fluidità della lettura. Tuttavia, molte di queste stesse valutazioni riconoscono che, superata la soglia iniziale, il testo acquisisce un ritmo più serrato e coinvolgente. Nonostante l’ampiezza del volume, il romanzo è stato spesso descritto come un’opera di forte tensione narrativa, sostenuta da scene e dialoghi di notevole efficacia.

La dichiarazione programmatica secondo cui nulla sarebbe inventato ha inevitabilmente esposto il libro a un intenso scrutinio critico. Alcuni storici hanno segnalato imprecisioni documentali relative a date, luoghi e dettagli specifici. Ernesto Galli della Loggia, tra gli altri, ha contestato al romanzo diversi errori puntuali. Scurati ha replicato rivendicando la libertà propria della forma romanzesca, purché rispettosa della sostanza storica. Da questo confronto è nato un dibattito culturale di grande ampiezza. Eppure, anche tra coloro che hanno individuato limiti o inesattezze, è rimasto spesso fermo il riconoscimento del valore letterario dell’opera e della sua capacità di restituire con efficacia il clima politico e morale dell’Italia del tempo.

Dal successo del romanzo è nata anche la serie Sky Original diretta da Joe Wright, con Luca Marinelli nel ruolo di Mussolini, distribuita negli Stati Uniti anche attraverso MUBI. L’adattamento televisivo ha accentuato la dimensione stilistica e ha scelto un linguaggio visivo fortemente contemporaneo, cupo e deformante. Alcuni commentatori hanno sottolineato la natura volutamente anti-naturalistica della serie, accompagnata dalla colonna sonora dei Chemical Brothers, che sposta la percezione dello spettatore verso un incubo moderno più che verso una semplice ricostruzione storica.

L’elemento più divisivo dell’adattamento è probabilmente la rottura della quarta parete: Mussolini si rivolge direttamente allo spettatore, lo fissa, lo coinvolge, tenta di sedurlo. È una scelta efficace nel rappresentare il potere come performance e la propaganda come forma di spettacolo, ma solleva anche un interrogativo cruciale. Quando il protagonista viene reso così scenicamente magnetico, l’effetto finale è una demolizione del mito oppure, almeno in parte, una sua rinnovata attrazione?

Le reazioni alla serie sono state infatti più contrastate rispetto a quelle registrate dal romanzo. Da un lato sono arrivati apprezzamenti per la regia, la costruzione visiva e l’ambizione formale del progetto. Dall’altro non sono mancate critiche rivolte al tono giudicato eccessivamente grottesco, alle libertà prese rispetto all’opera originaria e al rischio che lo shock visivo finisca per prevalere sulla riflessione storica. Lo stesso Scurati ha espresso riserve sull’adattamento, temendo che potesse alterare il nucleo antifascista del libro. In questo risiede il punto centrale della discussione: il romanzo entra nella logica del fascismo per smontarla, mentre la serie, secondo alcuni, corre il rischio di trasformare quella stessa operazione in spettacolo.

L’adattamento accentua inoltre la violenza e insiste su una rappresentazione del potere più fisica, carnale e talvolta prossima all’eccesso. I personaggi assumono in diversi momenti tratti quasi espressionisti. Là dove il romanzo cercava di restituire una tragicità umana e storicamente riconoscibile, la serie spinge verso una stilizzazione più marcata. Alcuni critici, come Giordano Bruno Guerri, hanno parlato di forzature e di una spettacolarizzazione capace di alterare il rapporto con la realtà dei fatti. Lo storico Marco Mondini ha sintetizzato questa impressione con un’espressione destinata a restare: il “Mussolini Marvel”, cioè un Mussolini costruito come antagonista da fumetto. Per alcuni è una chiave utile a chiarire che non si tratta di un documentario, ma di una lettura autoriale; per altri rappresenta una semplificazione eccessiva, potenzialmente incline a produrre un effetto di fascinazione involontaria.

Il confronto tra libro e serie, dunque, non si risolve facilmente in una preferenza netta. Il romanzo offre una ricostruzione poderosa, sostenuta dalla documentazione e al tempo stesso animata da una forte energia narrativa. La serie, invece, traduce quella stessa materia in un’esperienza visiva popolare, perturbante e fortemente stilizzata. Per alcuni questa trasformazione è un’intuizione felice; per altri un tradimento del tono e della finalità dell’opera di partenza. In ogni caso, non si tratta di un adattamento didascalico, ma di un’interpretazione che punta a provocare una reazione e accetta, per questo, di dividere il pubblico.

Forse è proprio questo il motivo per cui M. Il figlio del secolo continua a suscitare discussioni. Il romanzo, e con esso il dibattito nato attorno alla sua trasposizione televisiva, non si limita a raccontare una stagione conclusa della storia italiana. Rimette quel passato in circolo, lo sottrae alla distanza rassicurante della memoria e costringe a osservare il fascismo per ciò che fu realmente: non un mostro astratto, ma un fenomeno storico nato dentro le fratture della società, alimentato da meccanismi che restano, ancora oggi, riconoscibili.

Immagine di Monica Rossi Miller

Monica Rossi Miller

Monica Rossi Miller è professoressa di lingua e cultura italiana e tedesca presso la City University di New York, dove vive e lavora da molti anni. La sua attività didattica si concentra sull’insegnamento della letteratura e della cultura italiane attraverso il cinema, valorizzando il film come strumento per comprendere testi, contesti e linguaggi. Accanto all’insegnamento, la sua ricerca approfondisce l’uso della scrittura come strumento di apprendimento critico e tiene regolarmente corsi di formazione per docenti universitari sul metodo WAC (Writing Across the Curriculum), che promuove la scrittura come efficace mezzo di formazione in tutte le discipline, dalle materie umanistiche a quelle scientifiche, giuridiche, mediche e tecnologiche.

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