Le otto montagne: un’amicizia che sa di casa, anche quando sembra lontana

Un romanzo e un film che seguono per anni due amici molto diversi tra loro, mettendo al centro la montagna, le scelte che separano e il modo in cui il tempo cambia ciò che abbiamo chiamato casa

C’è un momento, nella vita, in cui capiamo che “tornare” non è una sconfitta ma una scelta. Tornare in un luogo, in una memoria, perfino in una persona. Le otto montagne racconta proprio questo: il movimento continuo tra andarsene e rientrare, tra lo slancio verso il mondo e l’attrazione silenziosa delle proprie radici. È la storia di un’amicizia nata da bambini e rimasta in piedi nonostante il tempo, i caratteri, le distanze e le inevitabili fratture che l’età adulta porta con sé. Un legame che non ha bisogno di essere perfetto per essere vero, e che proprio per questo resta addosso come certe estati della memoria: finite da anni, ma ancora calde quando ci pensi.

Nel romanzo di Paolo Cognetti, il cuore del racconto batte tra due poli opposti e complementari. Pietro è un ragazzo di città, cresciuto con l’idea che altrove ci sia sempre qualcosa di più interessante; Bruno, invece, è l’ultimo bambino rimasto in un villaggio di montagna, uno di quelli che sembrano sospesi nel tempo, dove la neve e la fatica sono parte del carattere. Si incontrano da piccoli e, quasi senza accorgersene, diventano l’uno il punto fermo dell’altro. All’inizio sembra il classico incontro “improbabile” che la vita regala quando vuole sorprendere: il cittadino curioso e impacciato davanti a un mondo che non conosce, e il montanaro schivo che misura le persone con la stessa precisione con cui si misura il tempo del fieno. Eppure, proprio perché diversi, si incastrano. La loro amicizia è fatta di gesti più che di parole, di camminate, di silenzi condivisi, di piccole prove superate insieme. È un’intesa che nasce semplice e poi, crescendo, diventa complessa, come tutte le cose che contano davvero.

Con l’età adulta arrivano le distanze, e non solo quelle geografiche. Pietro diventa quello che va e viene, quello che parte e ritorna senza mai sentirsi del tutto “a casa” da nessuna parte, come se la sua natura fosse l’inquietudine. Bruno resta fedele alle sue montagne, e questa fedeltà non è una posa romantica, ma una scelta dura, quotidiana, che si paga con la solitudine, con i compromessi, con la frustrazione di chi sente di appartenere a un luogo che però non sempre restituisce ciò che promette. Il paradosso più umano del loro percorso è che entrambi, in modi diversi, provano a prendere le distanze dalla strada dei padri e dalla loro ombra ingombrante, ma finiscono sempre per tornare a quel punto d’origine. Non perché siano prigionieri del passato, ma perché certe domande non smettono di chiamarti finché non le ascolti davvero.

Questa stessa traiettoria emotiva attraversa anche il film, presentato in concorso al Festival di Cannes nel 2022 e premiato con il Premio della Giuria ex aequo: un riconoscimento che non celebra soltanto la bellezza delle immagini, ma la delicatezza con cui la storia riesce a parlare di sentimenti che durano, resistono, si incrinano e poi, magari, tornano a cercarsi. Non è un racconto che “spinge” sul dramma per colpire, ma che lavora per sottrazione: ti prende per mano e ti porta dentro il tempo, come se ti dicesse che le amicizie vere non vivono nelle frasi ad effetto, ma nei ritorni, nelle assenze, negli appuntamenti mancati e nei rari momenti in cui due persone si rivedono e capiscono, senza bisogno di spiegarlo, che qualcosa è rimasto.

Dietro tutto questo c’è lo sguardo di Paolo Cognetti, autore del romanzo pubblicato da Einaudi nel 2016 e diventato un caso letterario in Italia e fuori, vincitore del Premio Strega nel 2017. Cognetti è nato a Milano nel 1978 e il suo percorso personale sembra già contenere, in miniatura, il cuore del libro: città e montagna, fuga e ritorno, bisogno di cambiare aria e bisogno di un punto fermo. Prima di Le otto montagne aveva già scritto racconti e romanzi in cui la sensibilità per le relazioni e per i dettagli quotidiani era evidente, ma qui trova una forma ancora più piena, quasi definitiva. La cosa sorprendente è che Cognetti non descrive la montagna come un luogo “buono” per definizione, né come una cartolina da vendere ai nostalgici: la montagna nei suoi occhi è una presenza viva, una forza che ti mette alla prova e non ti fa sconti. Ti costringe a essere sincero, perché lì sopra le maschere durano poco. Ed è anche per questo che il titolo porta con sé un’eco simbolica particolare: richiama un’immagine legata a una antica visione del mondo, con montagne e mari che definiscono l’orizzonte dell’esistenza, suggerendo l’idea che alcuni viaggiano per conoscere tutto, mentre altri scelgono una montagna sola e la esplorano fino in fondo. Nel rapporto tra Pietro e Bruno c’è proprio questa domanda: è più ricco chi si muove sempre o chi resta e scava nello stesso luogo fino a comprenderlo?

Quando la storia arriva al cinema, la scelta più interessante è che non viene “italianizzata” nel senso televisivo del termine, ma attraversata con uno sguardo europeo e insieme rispettosissimo. La regia è di Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, autori belgi con una sensibilità intensa per i legami umani; van Groeningen era già noto internazionalmente per The Broken Circle Breakdown (Alabama Monroe), candidato all’Oscar. Nel film, la montagna non è uno sfondo: è quasi un personaggio, e la macchina da presa la tratta come tale. Le riprese in Valle d’Aosta, tra la Val d’Ayas e altri luoghi che profumano di legno, pietra e resina, danno alle immagini un realismo fisico che si sente sulla pelle. E poi, come in un respiro più ampio, la storia si apre anche altrove, fino al Nepal, a suggerire che la ricerca di Pietro non è solo geografica ma interiore. C’è persino un dettaglio da intenditori che rende più affascinante questo passaggio dalla pagina allo schermo: Cognetti appare in un cameo, in una scena a Torino, come un avventore nel ristorante dove lavora Pietro. È una presenza discreta, quasi un sorriso complice, come se l’autore dicesse “ci sono, ma ormai questa storia appartiene anche a chi la guarda”.

Una delle somiglianze più potenti tra romanzo e film è la maniera in cui entrambi raccontano il tempo senza avere paura della lentezza. Non cercano la trama a scatti, le svolte continue, l’effetto facile. Preferiscono la durata, la sedimentazione, la verità delle cose che maturano lentamente. È un’impostazione che può sembrare “semplice”, ma in realtà è coraggiosa, perché chiede allo spettatore e al lettore di stare dentro le emozioni, di non scappare. Il cinema traduce questa scelta con immagini lunghe, con paesaggi che respirano, con il suono del vento e del legno, con la ripetizione di gesti concreti: camminare, costruire, aggiustare, portare pesi, aspettare. E qui si vede la fedeltà allo spirito del libro: la montagna non cura automaticamente, non “salva” come in certe storie consolatorie. Ti costringe piuttosto a guardarti allo specchio.

Anche la musica, usata con una discrezione quasi commovente, segue la stessa idea. Gran parte della colonna sonora è affidata ai brani di Daniel Norgren, e la scelta funziona perché non invade mai la scena: accompagna come un pensiero che arriva quando sei solo, come una voce che non vuole comandarti cosa provare, ma solo stare accanto a ciò che già stai sentendo.

A rendere tutto ancora più vivido ci sono Luca Marinelli e Alessandro Borghi, protagonisti che si ritrovano insieme dopo Non essere cattivo di Claudio Caligari, il film che anni fa li aveva messi sotto i riflettori e che, in un certo senso, aveva già mostrato quanto fossero capaci di lavorare sulla verità emotiva. Qui, però, è diverso: non c’è la corsa bruciante di una giovinezza che si consuma, ma la lunga durata di un legame che attraversa fasi, stagioni, silenzi e ritorni. Marinelli, romano classe 1984, porta in Pietro una fragilità magnetica che gli appartiene: quella di chi cerca continuamente qualcosa e spesso non sa nemmeno nominarla. Il suo percorso è fatto di ruoli intensi e mai banali, dalla Coppa Volpi vinta a Venezia per Martin Eden ai personaggi più popolari e sorprendenti come in Lo chiamavano Jeeg Robot. In Pietro riesce a tenere insieme due cose che convivono in modo doloroso: il desiderio di andare via e la nostalgia di ciò che non smette di chiamarlo.

Borghi, nato a Roma nel 1986, è invece perfetto per Bruno perché sa rendere credibile la fatica senza trasformarla in retorica. Ha un modo di stare in scena che sembra fatto della stessa materia del suo personaggio: concreto, essenziale, a tratti duro, ma mai disumano. Il pubblico lo ha conosciuto e amato in molti film e serie, e il suo lavoro in Sulla mia pelle gli ha portato il David di Donatello come miglior attore protagonista, ma qui fa qualcosa di più sottile: rende Bruno un uomo pieno di contraddizioni. Non il “selvaggio puro” da ammirare, non l’eroe romantico della montagna, bensì qualcuno che resta e paga il prezzo del restare. E il punto più bello è proprio il modo in cui i due attori stanno insieme: la loro amicizia non viene spiegata, viene mostrata. Vive negli sguardi, nei gesti trattenuti, nella rabbia che ogni tanto affiora e poi si ritira come una nuvola che copre il sole.

Ed è qui che romanzo e film si toccano con la stessa intensità: entrambi capiscono che, soprattutto tra uomini, l’amicizia spesso parla attraverso ciò che non si dice. Le frasi importanti arrivano tardi, a volte arrivano male, e spesso non arrivano affatto. Ma l’affetto resta, anche quando prende strade sbagliate, anche quando si nasconde dietro l’orgoglio. La storia di Pietro e Bruno lo dimostra con una sincerità che non consola, ma illumina: essere amici “per sempre” non significa non perdersi mai, significa ritrovarsi nonostante tutto, o almeno portarsi dentro l’altro come una traccia indelebile.

Alla fine, quello che rimane addosso è una sensazione molto italiana, molto nostra: la certezza che non esiste un futuro davvero nuovo se prima non hai fatto pace con la tua idea di casa. Casa non come luogo perfetto, ma come nodo emotivo, come punto da cui si parte e a cui, prima o poi, si torna per capire chi si è diventati. Forse è anche per questo che Le otto montagne ha avuto un destino raro per un titolo italiano, arrivando a viaggiare e ad essere visto anche fuori dai nostri confini: perché racconta qualcosa di profondamente radicato nelle Alpi, nei silenzi e nelle stagioni, ma allo stesso tempo universale, semplice e spietato come le verità che contano davvero.

E quando tutto finisce, quando l’ultima inquadratura si spegne o l’ultima pagina si chiude, resta una voglia strana, quasi improvvisa: non solo di vedere una montagna vera, ma di chiamare qualcuno che non senti da tempo. Come se il segreto più potente di questa storia fosse proprio lì, senza effetti speciali: certe amicizie non finiscono, fanno solo giri lunghissimi per tornare al punto in cui erano nate.

Immagine di Monica Rossi Miller

Monica Rossi Miller

Monica Rossi Miller è professoressa di lingua e cultura italiana e tedesca presso la City University di New York, dove vive e lavora da molti anni. La sua attività didattica si concentra sull’insegnamento della letteratura e della cultura italiane attraverso il cinema, valorizzando il film come strumento per comprendere testi, contesti e linguaggi. Accanto all’insegnamento, la sua ricerca approfondisce l’uso della scrittura come strumento di apprendimento critico e tiene regolarmente corsi di formazione per docenti universitari sul metodo WAC (Writing Across the Curriculum), che promuove la scrittura come efficace mezzo di formazione in tutte le discipline, dalle materie umanistiche a quelle scientifiche, giuridiche, mediche e tecnologiche.

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