Il formaggio e i vermi: la storia diventa grande quando si fa piccola

Tra i numerosi testi che hanno avuto un impatto significativo sul mio modo di intendere la storia, Il formaggio e i vermi, saggio storico di Carlo Ginzburg, detiene una posizione elevata. In origine la scelta di leggerlo fu legata ad una motivazione piuttosto pratica, di uno studente appena ventenne, con una visione piuttosto miope riguardo molti aspetti della vita, al suo primo anno di università: un libro per ottenere punti di credito aggiuntivi in uno dei tanti esami di storia moderna. Tuttavia quella che inizialmente appariva come una semplice “scelta strategica”, si rivelò subito dopo i primi capitoli, una vera chiave di volta per decodificare un nuovo modo di approcciarmi alla disciplina, in quanto, mi permise di vedere oltre i grandi eventi e di acquisire una prospettiva diversa, in cui anche le vite comuni assumono un valore conoscitivo fondamentale.

Non si trattava soltanto di un’opera dedicata a una vicenda del XVI secolo, ma di un esempio concreto di come fosse possibile cambiare prospettiva nell’analisi del passato. La lettura mi portò a riconsiderare un’idea iniziale della storia che tendevo a dare per scontata, cioè quella centrata quasi esclusivamente sui grandi eventi e sui personaggi più noti. Pensateci un attimo… quando noi pensiamo alla storia, balzano nelle nostre menti o sempre gli stessi eventi come guerre, rivoluzioni, decisioni politiche oppure le classiche figure di primo piano come sovrani, condottieri, leader religiosi o uomini di Stato.

Questo tipo di narrazione è fondamentale per comprendere le trasformazioni generali delle società, ma rischia di lasciare in ombra una parte molto più ampia e silenziosa della popolazione. La maggioranza delle persone che hanno vissuto nelle epoche precedenti non ha lasciato grandi opere, non ha partecipato a eventi decisivi e non compare nei manuali scolastici. Eppure, anche queste persone hanno contribuito a costruire la realtà storica del loro tempo attraverso la vita quotidiana, le credenze, il lavoro e il modo di interpretare il mondo.

È proprio da questo punto di partenza che si sviluppa il lavoro di Ginzburg. Lo storico torinese, concentrandosi sulla figura di Domenico Scandella, detto Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento che, a prima vista, non avrebbe alcun rilievo storico particolare. Non è un protagonista della politica, non appartiene alle élite culturali e non ha prodotto testi scritti destinati alla tradizione. Tuttavia, il suo caso diventa eccezionale proprio grazie al modo in cui è stato documentato: Menocchio venne infatti processato dall’Inquisizione per le sue idee religiose considerate eretiche.

Ciò che rende l’opera particolarmente interessante non è quindi solo la vicenda in sé, ma il metodo attraverso cui viene ricostruita. Ginzburg ha lavorato sulle carte processuali prodotte durante gli interrogatori e i procedimenti inquisitoriali, trasformando documenti nati con finalità giudiziarie in una fonte storica straordinaria. Attraverso queste testimonianze è stato possibile ricostruire il mondo mentale del mugnaio: le sue letture, le interpretazioni personali dei testi religiosi, il modo in cui rielabora concetti complessi e li adatta alla propria esperienza quotidiana.

Questo aspetto mi colpì in modo particolare perché mostrava concretamente come la storia poteva essere costruita anche a partire da fonti “inermi”, apparentemente secondarie. Documenti che non erano stati prodotti per raccontare una cultura, ma per giudicare un individuo, sono diventati invece lo strumento per far emergere un’intera visione del mondo. In questo senso, Menocchio non è solo un caso isolato, ma diventa una finestra spalancata sulla cultura popolare della prima età moderna.

Il punto centrale del lavoro di Ginzburg è stato proprio questo: dimostrare che la storia non si esaurisce nei grandi eventi o nelle figure eccezionali, ma può essere compresa anche attraverso le esperienze di individui comuni. La vicenda del mugnaio friulano permette infatti di mettere in luce temi più ampi, come il rapporto tra cultura popolare e cultura dotta, la diffusione della stampa e dei libri e il controllo esercitato dalle istituzioni religiose sulle idee. È in questo passaggio dal particolare al generale che si coglie il valore metodologico dell’opera.

Un singolo individuo, inizialmente marginale, diventa uno strumento per comprendere dinamiche storiche molto più ampie. Questo approccio ha rappresentato per me una scoperta importante, perché ha ampliato il modo in cui ho concepito la disciplina storica, rendendola meno distante e più complessa, ma anche più vicina alle esperienze concrete delle persone.

Da questa impostazione nasce la microstoria, corrente storiografica sviluppatasi in Italia negli anni Settanta del Novecento e di cui Ginzburg è stato uno dei principali esponenti. La microstoria propone di ridurre la scala dell’analisi storica, concentrandosi su casi specifici, individui o comunità circoscritte. L’obiettivo non è quello di rinunciare alla comprensione dei grandi processi, ma di raggiungerla attraverso lo studio approfondito del dettaglio. In questo senso, la microstoria non si oppone alla storia “tradizionale”, ma la integra. Accanto alla ricostruzione dei grandi eventi, propone un’attenzione maggiore alle esperienze individuali e alle relazioni sociali che spesso restano invisibili nelle narrazioni più generali. Il passato può essere così osservato da più angolazioni, permettendo una comprensione più ricca e articolata.

Il formaggio e i vermi rappresenta uno degli esempi più efficaci di questo metodo. Attraverso la figura di Scandella, lo storico torinese ci ha dimostrato che anche una persona comune può diventare protagonista della ricerca storica e contribuire alla comprensione di fenomeni culturali e sociali molto più ampi. Il principale insegnamento che ho tratto dall’opera è proprio questo: la consapevolezza che la storia non appartiene solo ai grandi personaggi e ai grandi eventi, ma anche a tutte quelle vite “minori” che, pur restando spesso invisibili, hanno comunque contribuito a dare forma al mondo, quel mondo in cui per essere preparati nel presente e nel domani imminente non può dimenticarsi di studiareil passato. E per il suo studio, Ginzburg non ci ha soltanto regalato una lente ma ha anche spostato il punto da dove guardare le cose: alius prospectus, alia veritas.

Immagine di Mario Santoro

Mario Santoro

Laureato in Scienze Storiche presso La Sapienza università di Roma e specializzato in Storia Contemporanea e Storia Militare. Ha collaborato con la Giunta Centrale per gli Studi Storici. Vive attualmente a New York dove insegna italiano e porta avanti la sua passione per la ricerca storica.

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