Generare il futuro: IA, potere e la sfida etica di un mondo iperconnesso

Negli ultimi anni la tecnologia si è imposta non più come semplice insieme di strumenti, ma come ideologia egemone che modella la società, la politica e persino la nostra percezione del tempo e dell’identità. Questa idea non è nuova: già negli anni Sessanta Jürgen Habermas (nato nel 1929) aveva analizzato come scienza e tecnologia possano trasformarsi in un’ideologia consolidata nelle società industriali, assumendo il ruolo di paradigma culturale dominante e mascherando i reali processi di potere e dominio che operano dietro le innovazioni. La nuova edizione critica di Scienza e tecnologia come ideologia, pubblicata nel 2025 con apparato critico rinnovato, sottolinea proprio questa trasformazione: la tecnologia non è neutrale, ma incarna un modo di vedere il mondo che privilegia la razionalità strumentale rispetto alla deliberazione democratica. Oggi questa prospettiva è particolarmente urgente se guardiamo al ruolo dell’intelligenza artificiale generativa e alle sue molteplici applicazioni che vanno ben oltre la semplice automazione di compiti. Modelli di generazione linguistica, visiva e sonora sono in grado di produrre contenuti nuovi – testi, immagini, musica e persino codice – attingendo a grandi dataset e algoritmi complessi, e ciò ha ridefinito il confine tra produzione culturale umana e generazione automatica di significato. In questa dinamica la tecnologia non è più strumento neutro ma fattore costitutivo dei processi sociali e cognitivi, influenzando non solo cosa produciamo, ma come pensiamo, comunichiamo e prendiamo decisioni.

Le grandi corporation tecnologiche sono il fulcro di questa trasformazione. Aziende come Alphabet, Microsoft e Nvidia sono riuscite a consolidare una posizione di potere non solo economico ma epistemico: Google ha integrato l’intelligenza artificiale nel suo motore di ricerca e nelle piattaforme di servizi globali, ampliando così la propria capacità di influenzare l’accesso alle informazioni, mentre Nvidia è diventata una delle realtà più capitalizzate al mondo grazie alla domanda di GPU necessarie per l’addestramento dei modelli IA . Questo solleva questioni di potere economico e di controllo sui dati, elemento centrale se si considera che l’economia digitale attribuisce un ruolo centrale proprio alle informazioni, ai modelli predittivi e alla capacità di estrarre valore da insiemi di dati enormi.

Guardando al futuro, entro i prossimi dieci anni prospettive come quella dell’intelligenza artificiale avanzata (AGI) e della superintelligenza artificiale potrebbero ridefinire ulteriormente le dinamiche economiche globali. Previsioni di analisti del settore suggeriscono che l’IA generalizzata potrebbe emergere tra il 2035 e il 2040, con capacità cognitive simili o superiori a quelle umane e con enormi impatti su settori come medicina, logistica, sicurezza e tecnologia militare. In parallelo, la convergenza tra IA e tecnologie quantistiche sta accelerando l’evoluzione tecnologica, creando un ecosistema in cui questi due pilastri – capacità computazionale quantistica e intelligenza automatica – si alimentano reciprocamente e producono innovazioni dirompenti in ambiti come la simulazione di materiali, ottimizzazione dei processi produttivi e crittografia.

Nel campo della biotecnologia, l’uso dell’IA nella ricerca genetica e nella terapia sta già offrendo risultati sorprendenti, come la possibilità di progettare terapie geniche più sicure e precise in collaborazione con grandi attori tecnologici internazionali, ma questi stessi sviluppi sollevano interrogativi morali sulla manipolazione del vivente, sull’equità di accesso alle cure e sulla governance globale di tecnologie che possono alterare i fondamenti biologici della vita.

Habermas invita a interrogarsi sul fatto che la normalizzazione della tecnologia nella vita quotidiana – dalla salute alla comunicazione, dall’economia alla conoscenza – rischi di ridurre l’autocoscienza critica, favorendo l’accettazione passiva delle soluzioni tecniche senza un dibattito pubblico sui valori sottesi all’adozione di tali tecnologie. Questo rischio si amplifica se si considera che la tecnologia digitale influenza anche la struttura della sfera pubblica stessa: la frammentazione dei discorsi, la personalizzazione degli algoritmi e la polarizzazione dell’informazione possono erodere le basi della deliberazione democratica.

Da qui deriva la tensione tra un futuro ipertecnologico e una visione di società deliberativa: da un lato l’innovazione di software avanzato, sistemi di IA integrati con reti neurali sempre più sofisticate e robot multifunzionali, e dall’altro il potenziale impatto delle tecnologie quantistiche che potrebbero, entro pochi anni, riscrivere le regole della computazione e dell’informazione. A questa evoluzione si aggiungono le applicazioni emergenti come interfacce cervello‑computer e robotica autonoma avanzata, che cambieranno non solo i lavori manuali ma anche quelli cognitivi e sociali.

Il quadro che emerge, se interpretato attraverso una lente critica ispirata a Habermas, apre anche scenari più cupi. Alcuni studi teorici contemporanei ipotizzano che il dominio incontrollato di IA avanzate possa accentuare le disuguaglianze esistenti, concentrare il potere economico in mani di pochi e persino configurarsi come una nuova forma di “techno‑feudalismo” dove AI diventa capitale esclusivo e la democrazia economica si erode. In questo scenario apocalittico futuristico, i rapporti di forza globali non sarebbero più tra Stati nazionali ma tra blocchi tecnologici capaci di direzionare infrastrutture di IA, controllo dei dati e modelli cognitivi.

Habermas stesso, pur non rifiutando l’innovazione tecnologica, sottolineerebbe che essa deve essere accompagnata da regole etiche, deliberazione democratica e controllo sociale sui processi tecnici. La tecnologia non deve travolgere la capacità dell’uomo di discutere, di definire finalità e scopi collettivi, ma deve essere inserita in un quadro di governance trasparente e partecipato, affinché non si trasformi in un sistema che agisce prima ancora di essere compreso dai cittadini.

Guardando alla tecnologia tra dieci anni, non si può ridurre il futuro a una semplice progressione meccanica di innovazioni: le tecnologie quantistiche, le intelligenze artificiali sempre più autonome, la biotecnologia e persino l’esplorazione spaziale saranno parte di un ecosistema socio‑tecnico complesso in cui tempi, significati, valori e potere si intrecciano. Il futuro apocalittico più estremo non è inevitabile, ma resta un monito: senza una deliberazione pubblica e una gestione etica delle tecnologie, rischiamo di consegnare l’evoluzione della società non alla collettività, ma a chi detiene i mezzi e i modelli che la definiscono. È questa la sfida posta dall’IA e dalle tecnologie del XXI secolo, una sfida che è allo stesso tempo tecnica, economica, politica e profondamente filosofica.

Immagine di Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano

Yuleisy Cruz Lezcano, nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Laureata in scienze biologiche e scienze infermieristiche e ostetricia presso l’Università di Bologna, ha pubblicato numerosi libri e conseguito riconoscimenti e premi. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina, Spagna e con il giornale letterario del Premio Nabokov. Il suo ultimo libro “Di un’altra voce sarà la paura” (2024, Leonida edizioni) è stato presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino edizione 2024.

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