Il 7 aprile nasceva e moriva Crazy Joe Gallo, il gangster della Beat Generation

È stato uno dei mafiosi italoamericani più violenti, ma anche una figura che ha contribuito a portare la mafia fuori dalla cronaca, accendendo l’attenzione su Little Italy e sull’immaginario che ne è seguito

Joseph Gallo, known as 'Crazy Joe Gallo,' wears sunglasses as he testifies before the Senate Rackets Committee in Washington, D.C., Feb. 17, 1959. (AP Photo/Henry Griffin)

Il destino, a volte, ha il senso dell’ironia. Crazy Joe Gallo nasce il 7 aprile 1929 e muore il 7 aprile 1972. Stesso giorno, due estremi della stessa parabola. In mezzo: New York, la mafia, la poesia e un mito che ancora oggi non ha smesso di respirare.

Joe Gallo non è stato soltanto un gangster. È stato un simbolo ambiguo, quasi romantico, di un’epoca in cui il crimine organizzato si fondeva con la cultura, la strada con i salotti, la violenza con una certa estetica della ribellione. E forse è proprio questa contraddizione che lo rende ancora così affascinante. Già nel 1963, durante le audizioni della Commissione McClellan contro il crimine organizzato – diventate centrali dopo le rivelazioni di Joe Valachi – si presenta con occhiali scuri e un atteggiamento quasi teatrale: un’immagine che, in modo sorprendente, anticipa l’estetica del mafioso cinematografico che verrà.

Per capire Gallo, bisogna partire dalla guerra interna alla famiglia Profaci. Negli anni ’60, Joe sfida apertamente il suo boss, Joe Profaci, rompendo equilibri che sembravano intoccabili – da lì, “Crazy Joe”. È una guerra sporca, fatta di attentati, tradimenti e vendette. Nel 1971, il nuovo boss, Joe Colombo – da cui la famiglia prenderà il nome – viene colpito durante un comizio pubblico e resterà in coma per anni, fino alla morte. A sparare è Jerome Johnson, un afroamericano, ma il principale sospettato come mandante è proprio Gallo. Perché, già da tempo, aveva iniziato a muoversi fuori dagli schemi, rompendo una delle regole non scritte della mafia: non coinvolgere persone nere nelle operazioni. Un tabù culturale che Gallo infrange. E proprio per questo i sospetti su Crazy Joe diventano immediati. Non fu mai provato che fosse lui. Ma nella malavita il verdetto arriva prima delle prove.

Il 7 aprile 1972, Gallo viene ucciso al ristorante Umberto’s Clam House, a Little Italy. Una morte spettacolare, quasi cinematografica. Fino a quel momento, Little Italy era ancora un’enclave, chiusa e autentica. Dopo quella notte, qualcosa cambia. La gente comincia a visitare Little Italy non solo per assaporare la cucina italiana, ma per vedere, per respirare il luogo dove “è successo”. È l’inizio di una trasformazione: da enclave a destinazione turistica, da quartiere vissuto a scenografia. La curiosità verso la mafia – fino ad allora confinata tra cronaca e sussurri – esplode e non si fermerà più.

Il ristorante Umberto’s Clam House dove fu ucciso Crazy Joe Gallo

C’è una coincidenza che sembra scritta da uno sceneggiatore: Il Padrino esce il 24 marzo 1972. Gallo muore esattamente due settimane dopo. Prima di allora, il cinema gangsteristico esisteva, ma aveva un’altra grammatica. C’erano i grandi classici con James Cagney, come The Public Enemy, o Scarface di Howard Hawks. Film potenti, ma ancora lontani da quella dimensione cruda, realistica e al tempo stesso mitologica che esploderà negli anni successivi. Dopo la morte di Gallo – coincidenza o meno – il crimine diventa racconto globale: arrivano poi Il Padrino Parte II, Quei bravi ragazzi, Scarface di Brian De Palma, Donnie Brasco e molti altri.

Ma la vera particolarità di Crazy Joe sta altrove, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Non solo nelle guerre di potere, ma nella sua doppia esistenza. Grazie a una donna, Gallo comincia a frequentare il West Village, entra nei salotti intellettuali, si muove tra artisti, musicisti, scrittori. Si appassiona a Jack Kerouac e alla Beat Generation, a quell’idea di libertà istintiva, quasi anarchica, che sembra agli antipodi rispetto alle regole della mafia. È lì che prende forma il mito: un gangster che legge, che ascolta jazz, che discute di letteratura, che attraversa mondi opposti. Era il gangster della Beat Generation.

Negli anni, la sua figura viene raccontata, trasformata e mitizzata. Film come Crazy Joe e The Gang That Couldn’t Shoot Straight si ispirano direttamente o indirettamente alla sua vita e, più recentemente, il suo spirito aleggia anche in The Irishman di Martin Scorsese o nelle serie Godfather of Harlem e The Offer. La sua morte segna anche l’inizio di un’ossessione collettiva. La curiosità verso il crimine organizzato cresce, si espande, cambia forma. Dai racconti di quartiere si passa ai libri, ai film, alle serie, fino all’era attuale del true crime.

Crazy Joe Gallo resta una figura impossibile da incasellare. Non era un mafioso classico e neanche un ribelle puro: era qualcosa di più contraddittorio, più umano. Nasce e muore lo stesso giorno, come una storia chiusa in un cerchio perfetto. E, come tutte le grandi storie, non smette mai davvero di essere raccontato.

Immagine di Claudio Bellante

Claudio Bellante

Regista, sceneggiatore, produttore e attore SAG, Claudio Bellante è un filmmaker internazionale con oltre dieci anni di esperienza tra lungometraggi, videoclip musicali di artisti di primo piano e campagne televisive globali. Con base a New York e originario dell’Italia, Claudio fonde un realismo ruvido con una narrazione di genere sofisticata, esplorando spesso temi come l’identità, l’eredità e il potere. In qualità di produttore, i suoi crediti includono The Student (Premio Speciale, Cannes 2016) e The Book of Love (presentato in anteprima al Tribeca Film Festival), con Jason Sudeikis e Jessica Biel e una colonna sonora originale di Justin Timberlake. Più recentemente, ha scritto, prodotto e diretto Don Q, film molto apprezzato nei festival, che ha ottenuto numerosi premi internazionali e una distribuzione mondiale

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