Un’analisi delle elezioni europee appena concluse

A Parigi, il presidente Macron ha dovuto annunciare nuove elezioni parlamentari tra due settimane; Il cancelliere Olaf Scholz paga duramente la crisi economica cui non ha saputo porre rimedio; L'Europa dovrà capire come muoversi tra il dominio cinese nella manifattura e quello statunitense nell’hi-tech.

I risultati per le elezioni del Parlamento europeo 2024 erano prevedibili, se si pensa che i temi sul tappeto erano decisivi. Pensiamo alla guerra espansionista della Russia (accompagnata dal conflitto innescato da Russia e Iran contro Gaza e contro Israele). La guerra di posizione in Ucraina è legata alle elezioni negli Stati Uniti: una vittoria di Donald Trump porterebbe a un ridimensionamento degli aiuti militari statunitensi, e l’Europa resterebbe sola contro Putin e i suoi alleati.

I risultati più eclatanti del voto sono quelli di Francia e Germania.
A Parigi, il presidente Macron ha dovuto annunciare nuove elezioni parlamentari tra due settimane, dopo lo straripamento del partito lepenista RN, che da solo vale più della somma dei voti del partito di Macron con quelli socialisti. La Francia diventerà una “anatra zoppa” come gli USA attuali, con la presidenza opposta ai parlamentari. Il che è un problema per tutta l’Europa.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Anche in Germania si è prodotto un ribaltamento micidiale. Il cancelliere Olaf Scholz paga duramente la crisi economica cui non ha saputo porre rimedio. La Spd diventa il terzo partito dopo Cdu/Csu e la destra radicale Afd, che tra i giovani cresce del 12%.
Di conseguenza le due nazioni-guida della Ue si ritrovano con una geometria del potere completamente rovesciata: Putin gongolerà assai.

Scholz paga l’incapacità di costruire un modello economico competitivo da proporre agli elettori, esente da residui novecenteschi e in grado di conciliare la produzione di ricchezza con un welfare costruito non aumentando il debito pubblico, ma utilizzando meglio e di più le attività produttive hi-tech (compatibili con l’ambiente), le uniche in grado di produrre fondi per il welfare.

Macron paga le sue sparate sulla guerra. Visto dall’Italia Macron è sembrato ansiogeno sui conflitti in corso, isolato nella sua (giusta) volontà di contrastare i dittatori, ma privo una strategia in grado di riportare l’imperialismo russo-sino-iraniano nella sua tana.

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz

Quanto alle strategie economiche, l’Europa dovrà capire come muoversi tra il dominio cinese nella manifattura e quello statunitense nell’hi-tech. Impresa titanica, che dovrà certamente eliminare una burocrazia odiata dai cittadini e il cancro della iper-legiferazione. Bruxelles si deve render conto che le sue direttive si aggiungono alle leggi nazionali e alle regolamentazioni locali, il che è un ostacolo alla libertà economica e individuale. Se non lo farà la perdita di consenso proseguirà.

Rivedere la transizione green sarà importante per rispondere al voto che ha dato – se non un crollo – un avvertimento serio all’idea stessa di Europa. La transizione energetica – quando partorirà un sistema integrato convincente ed efficiente – è cosa buona e giusta, perché le rinnovabili possono contribuire a ridurre alla ragione i “Signori della Guerra e dell’Energia”. Finora l’accelerazione green è impattata sulle tasche degli impoveriti dalla crisi iniziata con l’11 settembre, continuata con la crisi dei sub-prime, col Covid e con la nuova Guerra Fredda (o Tiepida) da parte di Mosca & Co.

L’auto elettrica obbligatoria per tutti porterà certo respiro all’industria tedesca, ma per ora sembra favorire le microauto cinesi (che si trovano ormai a 2000 €). Idem per le caldaie di casa a zero emissioni e la coibentazione degli edifici. L’impressione di questi provvedimenti “verdi” sulla popolazione europea è stata quella di un “colossale business” pagato dai contribuenti. Ecco le ragioni della caduta degli Dei socialdemocratici e del massiccio sostegno alle destre più scettiche sul cambiamento climatico causato dalle attività umane.

IL VOTO IN ITALIA: I PERCHÈ DEL (PICCOLO) SUCCESSO DEL PD

Il Partito Democratico di Elly Schlein ottiene un discreto risultato (il 24%, con AVS al 6,69%) grazie alla cannibalizzazione del M5Stelle, che è passato dal 17,1% del 2019 all’attuale 9,98%. Ma ciò non basta a spiegare il consenso ottenuto, il quale si basa soprattutto sulla radicalizzazione seguita alla sconfitta delle ultime politiche. Tuttavia, la radicalizzazione implica delle retromarce che impediranno il ritorno del Pd al potere, senza che si diano agli elettori soluzioni economiche non più Novecentesche. Il Pd inoltre non ha chiarezza sul conflitto ucraino-russo: proporre di dare cibo ma non armi a chi è stato invaso è grave errore; idem l’incapacità di capire che il conflitto Gaza-Israele è un’arma di distrazione scatenata da Russia e Iran.
Paradossalmente le problematiche irrisolte dal quadro dirigente di quello che fu il primo partito comunista europeo al di fuori dell’impero sovietico, sono la causa della tenuta elettorale del 2024. C’è un altro elemento: il Pd ha saputo passare dal 22,7% del 2019 al 24,05% del 2024 grazie all’argine fornito dalla componente fideistica e religiosa (il politologo Gianni Baget Bozzo e l’antropologo Ernesto de Martino sostenevano che i partiti socialcomunisti erano una variante delle chiese cristiane). La fidelizzazione del proprio elettorato si è rinforzata col marcato spostamento a sinistra, evitando al Pd il tracollo cui sono cadute le socialdemocrazie nordeuropee.

SORELLA D’ITALIA?
Il voto a Fratelli d’Italia è soprattutto un voto per Giorgia Meloni, che ha saputo sottrarre voti alla Lega di Salvini (abbandonato da molti leghisti, a partire dal fondatore Umberto Bossi ed escluso Vladimir Putin). La demonizzazione in chiave leninista (al grido “Al fascio!” ripreso anche da organi d’informazione mainstream) non ha funzionato, perché Giorgia Meloni è fondamentalmente un democristiana 2.0. Certo nell’organigramma di FdI resta qualche cencio di una politica fascio-nostalgica e antisemita, ma la direzione della Meloni va in direzione opposta al passato e si propone a volte più progressista di molti autodichiarati “riformisti”.

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

I CENTRISTI
I centristi sono da anni gli alfieri di decisioni sbagliate e cantonate epocali. Nel 2008 il sottoscritto fece parte del team che organizzava la formazione di un gruppo parlamentare “laico-liberale”. Non farò i nomi di chi supportava il progetto né quello dei partecipanti, dirò solo che, quando il comunista Bertinotti e il catto-centrista Mastella fecero cadere il governo Prodi nel 2008, in molti corsero al greppo per diventare o restare parlamentari presso i vari schieramenti. Gli sponsor, che avevano speso molto in riunioni politiche nei migliori hotel di Roma e dell’Italia etc., restarono con un cerino in mano.

I nuovi centristi dovrebbero essere chiari: vogliono essere indipendenti da sinistra e destra, oppure vogliono tettare da più parti? Se si fossero uniti, alle europee 2024 avrebbero superato il 10% (con una campagna elettorale ben strutturata). Invece nulla, e all’Italia tocca restare ancorati a un bipolarismo che si declina come infinita guerra (in)civile a mezzo stampa, tra denunce e sfascismi vari.

Quanto alla crescita delle destre e delle sinistre radicali in Europa: queste non si combattono con la Santa Inquisizione a mezzo parole, ma con la laica decisione di fare e agire bene.
Non i fatti ma le opinioni muovono le persone”, scriveva il filosofo Epitteto due millenni fa. Se solo riuscissimo a rovesciare la realtà descritta da Epitteto, avremmo già risolto l’80% dei nostri problemi di europei.

Picture of Paolo Della Sala

Paolo Della Sala

Paolo Della Sala è uno scrittore e musicista che trova ispirazione nella musica mentre lavora ai suoi articoli e racconti. Ha collaborato con Gianni Celati e ha ricevuto influenze da figure come Paolo Fabbri, Carlo e Natalia Ginzburg e Umberto Eco. Attualmente, scrive per diverse testate, tra cui Il Settimanale, Reputation Review e L’Opinione, concentrandosi su geopolitica e cultura. Ha esperienza anche con Il Secolo XIX, Rai Radio Tre e altre testate. Ha pubblicato "Alice Disambientata" con Gianni Celati e curato l'archivio di Gianni Rodari. Nel cinema e nella TV, ha lavorato come promoter per Portofino Film Commission e come aiuto regista in videomusica e pubblicità, oltre ad essere stato interprete-musicista per La Chambre des Dames.

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