Sono tornata a cena da Le Parisien, tra 33rd Street e Lexington Avenue, a Murray Hill, il quartiere dove abito da quasi sedici anni. Si tratta di un piccolo ristorante francese che riesce sempre a trasportarmi nello spazio e nel tempo fino a un piccolo bistrot sulla Senna, affollato di accenti parigini e innaffiato di buon vino regionale. Stasera ho ordinato quello che ordino sempre: escargots, le cozze alla marinara da condividere e, a seguire, una steak frites che qui sanno fare come si deve. La gestione è cambiata negli anni (lo si intuisce soprattutto da un’autenticità che forse si è un po’ assottigliata) ma l’atmosfera resta quella giusta, con il rumore delle posate sui piatti bianchi e il vociare sommesso dei tavoli vicini.
È stato proprio durante questa cena che è nata la domanda che accompagna la tappa del Giro del Mondo a New York di questo mese: dov’è la Francia, a New York? La risposta più scontata risiede nel dono forse più famoso che sia mai stato fatto alla città: la Statua della Libertà, che dal 1886 accoglie con la sua fiaccola chiunque arrivi via mare, dono del popolo francese al popolo americano e su cui torneremo, alla fine di questo viaggio. Ma se proviamo ora a cercare la Francia nelle pieghe della città oltre il porto, le cose si complicano un pochino.

Non esiste oggi, a differenza di quanto accade per altri Paesi di cui vi ho già raccontato, un quartiere francese vero e proprio: nessun perimetro netto fatto di insegne e bandiere dentro cui infilarsi con la certezza di trovare ciò che si cerca. Questo non vuol dire però che sia sempre stato così. Tra gli anni Settanta e Novanta dell’Ottocento un vero e proprio quartiere francese occupava quella che oggi conosciamo come SoHo, grosso modo tra Washington Square South e Grand Street, West Broadway e Greene Street. Qui una nutrita comunità francese, composta in gran parte da esuli arrivati dopo la Comune di Parigi del 1871, viveva tra panetterie, macellerie, caffè e piccoli ristoranti nei seminterrati. Nei primi del Novecento la comunità risalì più a nord, verso Chelsea, dove arrivò a contare circa ventiseimila residenti e si dotò di istituzioni solide come la chiesa di Saint Vincent de Paul, l’Ospedale francese e la Jeanne D’Arc Residence per giovani donne sole, lontane da casa e bisognose di un tetto sicuro. Ma già entro la Seconda Guerra Mondiale quella comunità si era in gran parte dispersa, e a differenza di Little Italy o di Chinatown, tenute in vita da ondate migratorie mai davvero interrotte, nessun nuovo quartiere francese si è più ricostituito al suo posto.
Eppure, i francesi a New York non sono affatto pochi: si stima che oggi in città vivano oltre sessantamila cittadini francesi, e che le persone che parlano francese superino le ottantamila. Ho deciso allora che questa tappa del nostro Giro del Mondo non sarebbe stata la solita passeggiata in un quartiere, ma una vera e propria caccia al tesoro: un itinerario fatto di tappe sparse, ciascuna un piccolo indizio di una presenza francese che da quasi un secolo non ha più un indirizzo unico da cui ripartire, e che proprio per questo va cercata con più attenzione.
Il primo indizio, in realtà, un perimetro ce l’ha comunque: è quello che due cugine francesi, Léa e Marianne Perret, hanno ribattezzato “Little Paris”, tra Nolita e Chinatown, lungo Centre Street, nel tratto compreso tra Broome e Grand Street. Le due fondatrici di Coucou French Classes, la scuola di lingua che di questo piccolo movimento è diventata il quartier generale, avviarono nella primavera del 2019 una petizione per un riconoscimento ufficiale del tratto di strada, e per il 14 luglio del 2021 fecero installare sulle facciate dei palazzi le insegne dipinte a mano con il nuovo nome, quasi a voler ricucire per decreto affettivo ciò che la storia aveva sfilacciato. Non è un caso che abbiano scelto proprio questo angolo di città: le radici francesi, raccontano loro stesse, affondano fin nel Seicento, quando questi terreni appartenevano alla famiglia ugonotta dei Bayard ed è comunque più o meno lo stesso terreno del quartiere francese ottocentesco di cui vi raccontavo poco fa, ricordato oggi dall’imponente edificio neoclassico del 1909 al 240 di Centre Street, l’ex sede centrale della polizia di New York, che i suoi architetti disegnarono ispirandosi esplicitamente all’Hôtel de Ville di Parigi.

Intorno a questo indirizzo si sono raccolte negli ultimi anni alcune insegne che meritano una sosta. Maman, la famosa bakery che oggi è cresciuta fino a contare oltre trentasette sedi tra Stati Uniti e Canada – a discapito della sua autenticità – è nata proprio qui, al 239 di Centre Street, nell’ottobre del 2014, per mano della canadese Elisa Marshall e del francese Benjamin Sormonte. Poco distante, La Compagnie des Vins Surnaturels resta invece un’enoteca elegante e raccolta, con proposte di piccoli piatti mediterranei da accompagnare a un calice scelto con cura; e Clic, spazio curato tra fotografia contemporanea e oggetti di gusto francese, completa questo piccolo triangolo di Parigi ritrovata. Più che di un vero quartiere si tratta soltanto di una strada ma senza dubbio con altissima concentrazione parigina!

Il secondo indizio va cercato, invece, molto più a nord, sulla Fifth Avenue, dentro le mura della Payne Whitney Mansion. Si tratta di un palazzo in stile rinascimentale italiano costruito tra il 1902 e il 1909 da Stanford White come regalo di nozze per William Payne Whitney, passato dopo alterne vicende al governo francese nel 1952 e oggi sede dei Servizi Culturali dell’Ambasciata di Francia, noti come Villa Albertine. Al secondo e terzo piano, dal settembre 2014, si trova Albertine, la libreria bilingue francese e inglese che per chi come me ama perdersi tra gli scaffali resta una delle soste più preziose della città: oltre quattordicimila titoli custoditi sotto un soffitto dipinto a motivi zodiacali e murales celesti, in un ambiente di legno scuro ridisegnato dal designer francese Jacques Garcia, dove per un attimo si dimentica di essere a due passi da Central Park e non su una riva qualsiasi della Senna.

Appena fuori, sul muro del giardino che si affaccia sulla Fifth Avenue, a completare la magia di questo luogo, si nasconde una vera chicca: una statua in bronzo del Piccolo Principe, alta poco più di un metro, opera dello scultore francese Jean-Marc de Pas e inaugurata nel settembre 2023 per celebrare l’ottantesimo anniversario del libro di Antoine de Saint-Exupéry, che proprio a New York – e a Long Island, dove visse tra il 1940 e il 1943 – scrisse buona parte di quelle pagine.

Il terzo indizio va cercato, invece, al 22 di East 60th Street, dove dal 1925 ha sede quello che oggi si chiama Alliance New York. Le sue radici affondano nel 1898, quando l’Alliance Française aprì qui la propria sede newyorkese. Nel 1971 quella storia si fuse con quella del French Institute, fondato nel 1911, dando vita all’istituzione che per generazioni di newyorkesi, e di italiani come me, curiosi di lingue e culture diverse, è stata sinonimo di cinema francese, mostre, biblioteca e corsi di lingua. Ogni anno, intorno al 14 luglio, L’Alliance esce dalle proprie mura e chiude il tratto di 60th Street davanti alla sede per il Bastille Day durante il quale bancarelle, musica e buon cibo trasformano per un pomeriggio un isolato dell’Upper East Side in una versione in miniatura di una festa di paese francese.
Un ultimo indizio, forse più inatteso, che ha saputo attirare l’attenzione degli appassionati di calcio soprattutto durante i mondiali che si sono appena conclusi a New York, è il flagship store del Paris Saint-Germain, che secondo il club è il negozio ufficiale più grande al mondo dedicato ai propri colori. Ha aperto alla fine del 2023 al civico 535 di Fifth Avenue e ogni giorno attira folle di tifosi che acquistano maglie personalizzate e gadget di ogni tipo. È la Francia contemporanea, quella dello sport e del marketing globale, che si affianca senza troppi complimenti alla Francia più letteraria dell’Albertine o a quella più raccolta di Little Paris. Mi piace pensare che anche questo, a suo modo, sia un indizio autentico: l’identità di un Paese, in una città come New York, non si racconta mai su un solo registro.
E poi, certo, la tavola: qui la Francia a New York smette di essere un indizio nascosto e diventa quasi un’ovvietà, tanti sono i bistrot e le brasserie che rivendicano origini francesi in ogni angolo della città: da Le Veau d’Or nell’Upper East Side che vanta il titolo di primo bistrot francese di New York a Le Coucou, punto di riferimento per l’alta ristorazione. C’è però un indirizzo tra tutti di cui non posso non parlare, perché è francese non solo nel menu ma nel sangue: Raoul’s, al 180 di Prince Street, aperto l’8 dicembre 1975 dai fratelli alsaziani Serge e Guy Raoul, la cui nonna Helen aveva gestito il Raoul’s originale in Alsazia durante la Seconda Guerra Mondiale. Cinquant’anni dopo il locale è ancora di famiglia: a guidarlo oggi è Karim Raoul, figlio di Serge, e sulla facciata campeggia ancora, senza bisogno di traduzioni, la scritta “Restaurant Français”, come una promessa mantenuta di generazione in generazione. Nonostante la ristorazione francese meriterebbe un articolo a sé, e anche più di uno, potrei, infine, citare i miei due indirizzi del cuore, oltre a Le Parisien che ha ispirato questo articolo. Si trovano entrambi nel West Village: Buvette, al 42 di Grove Street, minuscola gastrothèque dove il bancone in marmo e le candele accese ricreano l’atmosfera di un bistrot parigino di quartiere; e Petite Boucherie, al 99 di Seventh Avenue South, dentro le mura che un tempo ospitavano il leggendario Circle Repertory Theater, oggi regno di bistecche, frutti di mare e pasticceria francese, dalle madeleine al Paris-Brest.

A chiudere il cerchio di questa caccia al tesoro torna lei, la Statua della Libertà: l’indizio più grande e insieme il più ovvio, quello a cui ormai non pensiamo quasi più come a “un pezzo di Francia”, tanto è diventata lei stessa il simbolo della città di New York. Fu costruita per celebrare il centenario dell’indipendenza degli Stati Uniti, ed è Frédéric-Auguste Bartholdi ad averne disegnato le forme, dalla corona alla tavola con la data del 4 luglio 1776 incisa sopra; fu invece un altro francese, Gustave Eiffel, a ingegnerizzare la struttura interna in ferro che ancora oggi permette al rivestimento in rame di muoversi senza spezzarsi, come un cuore che continua a battere sotto una pelle immobile.
Con questa tappa aggiungiamo un nuovo timbro al passaporto del nostro Giro del Mondo a New York, tra insegne dipinte a mano, soffitti stellati e indizi nascosti dietro l’angolo. Se vi siete persi le puntate precedenti, potete recuperarle per continuare a viaggiare tra le mille anime di questa città. Ci aspettano ancora tante nuove destinazioni da scoprire insieme, un indizio e un assaggio alla volta. Grazie per essere arrivati fin qui e… alla prossima caccia al tesoro!




