Da El Barrio al Super Bowl: la New York di Bad Bunny

C’è forse una tappa del “Giro del Mondo a New York” più necessaria da esplorare rispetto a East Harlem, il quartiere latino per eccellenza, dopo la notte storica del Super Bowl da poco conclusa? Se anche la passione per il football non fosse in cima alla nostra lista, sicuramente abbiamo avuto tutti modo di respirare la potentissima ventata di ossigeno che Bad Bunny ha portato in campo durante il suo half time show. Ma chi è Bad Bunny? E soprattutto, cosa rappresenta oggi per l’America e per New York?

Bad Bunny, nome d’arte di Benito Antonio Martínez Ocasio, è un artista portoricano nato nel 1994 a Vega Baja, non lontano dalla costa nord di Porto Rico. In pochi anni è diventato uno dei musicisti più ascoltati al mondo, portando reggaeton e latin trap ai vertici delle classifiche globali senza mai abbandonare la lingua spagnola. I suoi album hanno vinto Grammy e Latin Grammy, e la sua presenza nei grandi eventi mainstream americani segna un dato culturale preciso: la musica latina non è più “di nicchia”, ma parte integrante dell’identità pop degli Stati Uniti. Per l’America di oggi Bad Bunny e la sua musica rappresentano una generazione latina che non chiede traduzione per esistere nello spazio pubblico americano. La sua scelta di cantare prevalentemente in spagnolo, anche sui palchi più simbolici come appunto quello del Super Bowl, racconta un Paese in cui l’identità ispanica è sempre più centrale. Negli Stati Uniti vivono oggi oltre 60 milioni di persone di origine latina, e la comunità portoricana, cittadina americana dal 1917, ha avuto storicamente un ruolo fondamentale in questa trasformazione. Ed è qui che New York entra in scena. Perché se Porto Rico è l’isola, New York è stata per oltre un secolo la sua seconda casa. Quartieri come East Harlem, conosciuto anche come El Barrio sono diventati, a partire dal Novecento, uno dei principali punti di arrivo della migrazione portoricana ed è proprio tra queste strade che è nata l’identità Nuyorican: un ponte culturale tra l’isola e la città, tra memoria delle tradizioni e reinvenzione in un contesto nuovo e per certi versi ostile. Capire cosa rappresenta oggi Bad Bunny significa anche capire questa storia. E per farlo, dobbiamo partire proprio da qui: dal barrio latino di East Harlem.

Per comprendere davvero il ruolo centrale che la comunità portoricana ha avuto nella storia di New York, occorre tornare indietro di oltre un secolo fino al Jones-Shafroth Act del 1917 che concesse la cittadinanza statunitense ai portoricani. Porto Rico era già territorio americano dal 1898 quando, alla vigilia dell’ingresso degli Stati Uniti nella Prima Guerra Mondiale, Washington rafforzò il proprio controllo sull’isola, integrandola formalmente nel sistema politico federale. Da quel momento, chi lasciava l’isola per trasferirsi a New York non attraversava un confine internazionale, ma si spostava all’interno degli Stati Uniti. Eppure, nella pratica, l’integrazione fu tutt’altro che semplice. I primi arrivi significativi negli USA risalgono ai primi decenni del Novecento, ma il vero punto di svolta arrivò nel secondo dopoguerra quando, tra gli anni ’40 e ’60, centinaia di migliaia di portoricani si stabilirono a New York attratti dalle maggiori opportunità di lavoro.  East Harlem divenne quindi il principale punto di approdo e quella che era stata una roccaforte dell’immigrazione italiana si trasformò progressivamente in El Barrio, uno dei centri più vitali della diaspora portoricana. Proprio in questo contesto, negli anni ’60 e ’70 nacque il cosiddetto movimento Nuyorican, fatto di poesia, musica, teatro e attivismo. Attorno a luoghi simbolo di El Barrio e altri come il Nuyorican Poets Café, fondato nel 1973 nel Lower East Side, scrittori e artisti diedero voce a un’identità bilingue e urbana, raccontando razzismo, marginalità, orgoglio e appartenenza attraverso narrazioni potenti che ci aiutano a leggere anche il presente. Perché prima di arrivare ai palchi globali, la traiettoria culturale che oggi celebriamo con Bad Bunny affonda le sue radici qui, tra le case popolari, i murales, le strade e le chiese di East Harlem.

Consiglio la scoperta di questo quartiere iniziando da un luogo simbolico: El Museo del Barrio, affacciato su Fifth Avenue, di fronte a Central Park all’altezza della centoquattresima strada. Il museo nasce nel 1969 per iniziativa di educatori e artisti portoricani che chiedevano di vedere la propria cultura rappresentata nelle istituzioni della città in uno spazio autorevole che non fosse semplicemente un’appendice folcloristica. Si trattò all’inizio di un progetto comunitario pensato per i bambini del quartiere ma oggi El Museo del Barrio è una delle principali istituzioni dedicate all’arte latina negli Stati Uniti. Le sale del museo raccontano la storia dell’arte latino-americana, caraibica e latina attraverso una collezione permanente di oltre 8.500 opere che abbraccia oltre 800 anni di storia passando per pittura, sculture, fotografie, tessuti e installazioni temporanee che riflettono la diversità delle culture della diaspora. Oltre a programmare mostre che celebrano un orgoglio culturale mai sopito e l’importanza delle origini, il museo organizza proiezioni, conferenze ed eventi comunitari dedicati alle tante e variegate voci dell’arte latino‑americana.

Uscendo dal museo e proseguendo verso est, le strade si animano subito dei colori sgargianti dei murales, una vera e propria forma di comunicazione identitaria per la comunità portoricana di East Harlem. Queste opere raccontano storie di migrazione, lotta e orgoglio, celebrano poeti, leader e figure simbolo, e trasformano i muri in veri e propri libri a cielo aperto. All’interno del Jackie Robinson Educational Complex, lungo East 106th Street tra Park Avenue e Lexington Avenue, la Graffiti Hall of Fame cattura immediatamente lo sguardo. Nata negli anni ’80 come spazio per gli artisti di strada e gli appassionati di hip‑hop, è oggi una galleria a cielo aperto dove i murales sono in continua evoluzione e raccontano storie di resistenza e identità urbana, facendo sentire viva la comunità. La Calle de Pedro Pietri, invece, celebra il poeta e drammaturgo simbolo del movimento Nuyorican, mentre il famoso murale dedicato a Julia de Burgos sulla East 106th Street ricorda la forza e la voce delle donne portoricane nella letteratura. Non lontano, altra tappa imperdibile è il monumentale “The Spirit of East Harlem”, all’angolo tra Lexington ed East 104th Street, che si staglia con figure e simboli che rappresentano la comunità stessa in un unico grande ritratto collettivo che è facilmente ascrivibile tra i murales più iconici di tutta New York. Qui vale la pena fermarsi un attimo e lasciarsi trasportare indietro nel tempo fino agli anni ’70. La rappresentazione ritrae i residenti del quartiere di quell’epoca, tra cui il proprietario di un negozio di giocattoli e George Espada, che cantava in una band di musica soul, presentati in vivide scene tra le finestre dell’edificio. L’opera ha resistito agli agenti atmosferici, a un incendio e a diversi attacchi vandalici. Ogni volta che è stata minacciata, gli abitanti del quartiere si sono uniti per preservarla e così intendono fare anche in futuro.

Vale la pena a questo punto proseguire verso nord fino alla 116th Street, cuore storico di El Barrio dove si respira ancora l’identità portoricana e latina in generale, nata qui con le prime ondate migratorie degli anni ’40 e ’50 e custodita oggi da associazioni e centri culturali che continuano a sostenere la comunità e le nuove generazioni. Tra le insegne in spagnolo e i negozi della 116th Street, le bodegas emergono come piccoli ma fondamentali punti di riferimento. Non si tratta soltanto di negozi di alimentari ma di veri e propri luoghi di incontro, dove si scambiano notizie, si danno consigli e si celebrano i piccoli momenti della vita di quartiere. Aperte 24 ore su 24, sono veri e propri simboli di continuità che conoscono i clienti per nome, mantengono ricette tradizionali e raccontano storie di famiglie che da decenni operano nello stesso luogo, intrecciando commercio e relazioni sociali.

Accanto all’arte e alle bodegas, un tratto distintivo della vita a East Harlem è la musica, che invade le strade e nelle giornate estive risuona dalle finestre aperte e dai finestrini delle auto. Salsa, bomba, plena e jazz si intrecciano con la quotidianità, dando ritmo e voce alle storie del quartiere. La salsa, in particolare, ha avuto un ruolo centrale nel costruire e mantenere l’identità della comunità portoricana a New York, diventando uno strumento di socialità, espressione culturale e orgoglio collettivo. Oggi questa tradizione continua a vivere in appuntamenti come i Salsa Saturdays alla Marqueta di East Harlem, dove musicisti e ballerini si ritrovano a celebrare la cultura latina direttamente nelle strade del quartiere. E fuori dal Barrio, luoghi come il Toñita’s Caribbean Social Club a Williamsburg, punto di riferimento della comunità latina di Brooklyn, mantengono viva la scena portoricana della città, offrendo serate che richiamano l’energia e la convivialità dei vecchi tempi. Il momento culminante di questa vitalità è, infine, la National Puerto Rican Day Parade, che si tiene la prima domenica di giugno lungo la Fifth Avenue e trasforma Manhattan in un’esplosione di bandiere, costumi, musica e danza: un’occasione in cui l’orgoglio, la cultura e il contributo dei portoricani a New York e agli Stati Uniti vengono celebrati da centinaia di migliaia di persone.

E proprio la musica ci riporta all’inizio di questo articolo per celebrare la figura di Bad Bunny come simbolo di presenza, orgoglio e visibilità. La sua musica va oltre il ritmo coinvolgente e diventa una dichiarazione di appartenenza. Nel pezzo “NUEVAYoL”, titolo reso con l’espressione portoricana per New York, Bad Bunny esplora il rapporto complesso tra isola e diaspora, raccontando storie di migrazione, nostalgia e resistenza, e celebrando la capacità di portare con sé casa ovunque si vada. Proprio come El Barrio conserva la sua anima tra murales, bodegas, voci e ritmi latini, così l’arte di Bad Bunny dà voce a milioni di persone sudamericane che vivono e lavorano nelle metropoli statunitensi. In un momento storico in cui le politiche restrittive sull’immigrazione e la retorica antilatina segnano profondamente il clima politico americano, East Harlem e la voce di Bad Bunny affermano con chiarezza che la presenza latina non è una minaccia da contenere, ma una realtà strutturale dell’America contemporanea. Con l’invito ad assaporare le strade di East Harlem con curiosità e atteggiamento critico, vi do appuntamento al prossimo mese per una nuova tappa del nostro “giro del mondo a New York”.

Immagine di Marta Galfetti

Marta Galfetti

Laureata in Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si occupa di comunicazione attraverso progetti online e gestisce la pagina Instagram @Nyc_Pics_and_Tips. Vive a New York dal 2010 dove ogni giorno ricerca nuovi stimoli e scoperte.

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