Garantire gratuitamente un posto nei servizi per l’infanzia a tutti i bambini di New York, dalle sei settimane ai cinque anni, potrebbe costare tra gli 8,7 e i 9,3 miliardi di dollari all’anno. La stima è contenuta in un nuovo modello elaborato dal Center for New York City Affairs della New School ed è sensibilmente più alta dei 6 miliardi indicati da Zohran Mamdani durante la campagna elettorale. Per realizzare il programma nella sua forma più estesa servirebbero quindi circa 5,5 miliardi di dollari in più rispetto a quanto la città spende oggi per fornire direttamente questi servizi.
Il calcolo non è un preventivo definitivo e dipende da quante famiglie sceglierebbero effettivamente di usufruire del servizio. Il modello considera due scenari: quello con la partecipazione più alta porta il costo a 9,3 miliardi, mentre una domanda più vicina all’utilizzo attuale di Pre-K, 3-K e dei voucher pubblici lo riduce a circa 8,7 miliardi. La stima non comprende inoltre tutte le eventuali spese iniziali per costruire o ristrutturare le strutture. Il costo reale potrebbe quindi diminuire con meno adesioni oppure aumentare se fosse necessario creare nuovi spazi.
La differenza rispetto ai 6 miliardi previsti da Mamdani dipende soprattutto da quanto verrebbero pagate le persone che si occupano dei bambini. Il modello non usa semplicemente le tariffe praticate oggi, spesso determinate da quanto le famiglie riescono a spendere, ma prova a calcolare quanto serva realmente per coprire stipendi, contributi, personale di supporto e spese di gestione. Secondo il rapporto, circa 68 centesimi di ogni dollaro speso da un centro per l’infanzia servono a pagare salari e benefit.
È una distinzione importante, perché il settore funziona da anni grazie a compensi molto bassi. I servizi domiciliari, cioè i piccoli programmi gestiti nelle abitazioni private, hanno costi per posto relativamente alti a causa del rapporto obbligatorio tra adulti e bambini, ma spesso lasciano ai gestori guadagni minimi. Usare le tariffe attuali come punto di partenza permetterebbe di presentare un programma meno costoso, continuando però a pagare poco chi dovrebbe sostenerne l’espansione.

La disponibilità di edifici sembra essere un problema meno grande di quanto si potrebbe pensare. Secondo il rapporto, per arrivare alla copertura universale servirebbero circa 10.500 posti aggiuntivi, distribuiti in poco meno di 1.200 nuovi programmi. Molti centri e servizi domiciliari autorizzati hanno già posti inutilizzati e potrebbero assorbire una parte considerevole della domanda. Per questo, almeno nella prima fase, i ricercatori non ritengono necessaria la costruzione di un gran numero di nuove strutture.
Il limite principale riguarda invece il personale. Oggi il settore impiega circa 50.300 persone tra educatori, dipendenti dei centri e gestori dei programmi domiciliari. Un sistema universale ne richiederebbe quasi 74mila. New York dovrebbe quindi assumere circa 23.600 lavoratori, in gran parte destinati ai bambini sotto i tre anni, per i quali sono previsti gruppi più piccoli e un maggior numero di adulti presenti.
Anche la spesa attuale è difficile da quantificare con precisione, perché è divisa tra scuole pubbliche, centri convenzionati, programmi gestiti nelle abitazioni private e voucher destinati alle famiglie con redditi più bassi. Nel 2025 la città aveva stanziato circa 2,45 miliardi di dollari per l’erogazione diretta dei servizi, ma a fine anno ne aveva spesi 3,82. Considerando anche le spese amministrative, il totale era arrivato ad almeno 4,86 miliardi. Lo stesso rapporto avverte che la cifra potrebbe essere sottostimata, perché alcune voci del bilancio scolastico non permettono di separare con precisione le spese per l’infanzia da quelle per il resto del sistema educativo.
La distanza tra quanto era stato previsto e quanto è stato effettivamente speso mostra uno dei rischi del nuovo programma: partire da una cifra troppo bassa e coprire la differenza in seguito, lasciando intanto i gestori con contratti insufficienti. Il Center for New York City Affairs calcola che, considerando i 3,82 miliardi già spesi per l’erogazione dei servizi, la città sia arrivata a circa il 40 per cento delle risorse necessarie per un sistema universale. Ne mancherebbero 5,5 miliardi ogni anno.
È una somma equivalente a oltre il 4 per cento dell’intero bilancio cittadino, che per l’anno fiscale 2027 ammonta a 125,8 miliardi di dollari. Il confronto non significa che il programma occuperebbe da solo quella quota del bilancio, perché una parte della spesa è già finanziata. Indica però la dimensione delle nuove entrate necessarie per trasformare i programmi esistenti in un servizio disponibile a tutti, senza limiti di reddito.
Il progetto è cominciato per ora su una scala molto più piccola. Nell’autunno del 2026 saranno disponibili 2mila posti gratuiti per bambini di due anni in alcuni distretti scolastici di Manhattan, Bronx, Brooklyn e Queens. Lo Stato ha stanziato 73 milioni di dollari per il primo anno e prevede di portare il finanziamento a 425 milioni nel successivo, quando i posti dovrebbero diventare 12mila e raggiungere tutti e cinque i borough.
L’investimento statale complessivo da 1,2 miliardi comprende però anche altri interventi per l’educazione prescolare e non rappresenta un finanziamento permanente dell’intero sistema immaginato da Mamdani. Al momento dell’annuncio, né il sindaco né la governatrice Kathy Hochul avevano spiegato come sarebbe stata finanziata l’espansione dopo il secondo anno. Hochul ha sostenuto che la prima fase può essere coperta con le entrate già disponibili, mentre Mamdani aveva proposto durante la campagna di aumentare le imposte sui redditi più alti e sulle grandi aziende.
Una decisione sulle imposte dipenderebbe dal governo e dal parlamento statale di Albany. Senza nuove risorse statali o federali, la città potrebbe estendere gradualmente il servizio ai bambini di due anni e consolidare il 3-K, ma difficilmente riuscirebbe a garantire in tempi brevi la gratuità completa a tutti i bambini sotto i cinque anni. Il rapporto sostiene infatti che un sistema del genere richiederebbe ogni anno miliardi di nuove entrate e dovrebbe essere introdotto per fasi, anche perché la città e lo Stato non possono finanziare stabilmente il programma attraverso il deficit.
La nuova stima non dimostra che l’asilo universale sia irrealizzabile. Mostra la distanza tra un programma pilota da qualche migliaio di posti e un sistema pubblico stabile, accessibile a centinaia di migliaia di famiglie. Gli spazi disponibili potrebbero essere sufficienti per buona parte dell’espansione. La questione più complicata sarà trovare quasi 24mila persone disposte a lavorare nel settore e garantire ogni anno abbastanza denaro per pagarle.




