Per anni la Puglia è stata raccontata sempre allo stesso modo. Il mare che sembra caraibico, i trulli, le orecchiette tirate a mano dalle signore nei vicoli di Bari Vecchia. Un’immagine bellissima, a tratti vera, ma incompleta. Perché da qualche estate a questa parte, chi arriva quaggiù ci arriva anche per un altro motivo, e ha a che fare con la musica.
C’è un’onda che attraversa la regione da giugno a settembre, e passa per masserie che diventano dancefloor, cave di pietra trasformate in anfiteatri naturali, spiagge dove il set del dj finisce con l’alba. La Puglia è entrata nel circuito europeo della club culture, e lo ha fatto senza rinunciare a quello che è. Anzi, usando proprio quello che è: il paesaggio, la luce e il tempo lento come parte dell’esperienza.
Il nome che ha spianato la strada è quello del Polifonic. Nato in Valle d’Itria, il festival è arrivato quest’anno alla sua ottava edizione e si è imposto come uno degli appuntamenti più importanti e attesi d’Europa, di quelli che i ragazzi di Berlino e Londra segnano sul calendario mesi prima. Dal 22 al 26 luglio, cinque giorni distribuiti su tre location che raccontano da sole il senso del progetto, la Masseria Capece, Cala Maka e Le Palme Beach Club, con la musica che si sposta dalla campagna al mare seguendo il ritmo della giornata.
Il tema scelto per il 2026 si chiama “Sensory Bloom”, un invito a lasciare che suono, luce e spazio amplifichino la percezione. Detta così può sembrare una formula quasi vuota, ma chi c’è stato sa che funziona esattamente in questo modo. Si balla dentro una cava di pietra, lo Stone Stage, con le pareti che rimandano il basso addosso. Si passa la notte in masseria e si finisce la domenica in riva al mare, con l’ultima traccia che sfuma mentre il sole scende.
Ed è qui che sta il punto. La Puglia non ha copiato Ibiza né Berlino ma ha capito il suo vantaggio competitivo: il contesto. Attorno a questo ci ha costruito un modello in cui la musica dialoga con il territorio invece di consumarlo. Le masserie restano masserie, le cave restano cave, il cibo è quello vero, e la gente del posto non guarda tutto questo dall’esterno. Il risultato è un turismo diverso, giovane, internazionale, che arriva per la line-up e riparte avendo scoperto un pezzo d’Italia che non conosceva.
Per chi vuole capire di cosa parliamo, basta guardare i nomi che quest’anno passano dalla Valle d’Itria. Sessantatré act in cartellone, tra pionieri storici, icone del clubbing e nuove traiettorie della scena globale.
Il momento più atteso porta la firma di due leggende di Detroit, Carl Craig e Moodymann, che si ritrovano in un b2b destinato a restare. Accanto a loro arrivano Sama’ Abdulhadi, tra le voci più importanti della scena mediorientale, Djrum con la sua elettronica che attraversa techno, breakbeat e ambient, e Tiga, che porta l’energia del clubbing internazionale. Spazio anche ai live, con A Guy Called Gerald, pioniere dell’acid house, Chet Faker che intreccia elettronica e songwriting, Shackleton e i Voices From The Lake, chiamati ad aprire le giornate in masseria dallo Stone Stage.
E poi c’è la parte che i nerd della club culture aspettano da sempre, quella dei selector puri. Ben UFO, Craig Richards, Job Jobse, Lena Willikens, Prosumer, Ivan Smagghe, Nicolas Lutz, Peach, Chloé Caillet, Cinthie, DJ Marcelle, Donato Dozzy, Pearson Sound. Una costellazione che da sola spiega perché Polifonic è finito nelle liste dei festival da fare almeno una volta nella vita.
La Puglia che balla, insomma, si è presa il suo posto.




