Ramy R.A., talent agent di una delle agency più influenti del mondo della moda

Da New York al fashion globale: come si costruisce una carriera che muove modelle e vere e proprie icone

Ramy R.A. è talent agent presso The Society Management, l’agenzia di moda con sede a New York fondata nel 2013 e conosciuta per gestire carriere ai confini tra fashion, beauty, pop culture e media digitali. In poco più di un decennio, The Society è diventata un punto di riferimento nella costruzione e nello sviluppo di talenti di livello mondiale, lavorando con personaggi come Kendall Jenner, Irina Shayk, Vittoria Ceretti e Adriana Lima e collaborando con marchi e brand globali. In questa conversazione, Ramy R.A. ci spiega come ci si sposta dal circuito europeo di moda fino alle strategie di posizionamento internazionale, e come oggi – tra social media, e-commerce e nuove narrative culturali – il ruolo dell’agente sia drasticamente cambiato

Partiamo dalle basi. Raccontaci il tuo percorso: come sei arrivato dove sei oggi e quali sono stati i passaggi chiave prima di questo momento?

Ho iniziato la mia carriera a Milano come talent agent, lavorando in un’agenzia che rappresentava sia modelle iconiche degli anni ’90 sia la nuova generazione di “it girls” londinesi, spesso figlie di personaggi pubblici. Il lavoro andava oltre le sfilate e le campagne tradizionali, includendo progetti più trasversali legati all’immagine e al posizionamento. L’idea di trasferirmi a New York nasceva dal desiderio di confrontarmi con un mercato più dinamico. Nel settore era diffusa la percezione che gli agenti americani fossero tra i più preparati e visionari, e volevo misurarmi direttamente con quel livello.

Secondo te questa percezione è reale? E se sì, in che misura?

In parte sì. Gli agenti americani operano in un mercato che non può contare su heritage brand stabili come in Europa, e questo li costringe a sviluppare continuamente nuovi personaggi e nuove narrative per rispondere alle esigenze dei brand. Questo porta a un approccio molto completo al management. In Europa abbiamo una preparazione culturale molto forte sul prodotto e sulla storia del brand. Gli Stati Uniti, invece, eccellono nella costruzione dell’intrattenimento e nella creazione di personaggi attraverso strategie diversificate. Oggi, con i social media, un talento senza contenuto non ha durata. L’esposizione richiede strategie trasversali e contenuti adattati a ogni piattaforma. I fenomeni virali che non riescono a consolidarsi dimostrano quanto sia fondamentale costruire basi solide.

Come si è concretizzato, quindi, il tuo trasferimento a New York?

Lavoravo già con un’agenzia di New York, perché le modelle hanno generalmente agenzie partner in ogni mercato principale. A un certo punto l’agenzia americana mi ha proposto una posizione aperta e ho deciso di trasferirmi nel 2017, cogliendo l’opportunità di entrare direttamente nel mercato statunitense.

Com’è strutturata oggi la tua giornata lavorativa?

Il mio lavoro si divide tra una componente gestionale e una creativa. La parte gestionale include la relazione con i clienti, la proposta dei talenti per gli shooting, la gestione delle agende, la negoziazione dei contratti e il coordinamento logistico. La parte creativa è più strategica: consiste nel definire percorsi di crescita per aumentare la visibilità e il posizionamento del talento, e nell’aiutarlo a ottenere lavori mirati, come sfilate o campagne specifiche.

Qual è l’elemento meno visibile ma più determinante della parte strategica del tuo lavoro?

Dal lato dell’agente, l’elemento centrale è la visione di lungo periodo sulla carriera del talento, che deve evolversi insieme al talento stesso e ai cambiamenti del sistema moda. I social media hanno trasformato i talenti in vere e proprie piattaforme media. Dal lato del talento, invece, la personalità è determinante: non solo sul set, ma anche nella gestione delle interviste, degli eventi e della comunicazione pubblica. Molti casi di successo sono legati proprio a personalità forti e riconoscibili.

Negli ultimi anni cosa è cambiato davvero nella creazione del valore? E cosa invece è rimasto uguale? E dove si inserisce oggi l’AI?

Negli ultimi dieci anni social media, e-commerce e trasformazioni post-Covid hanno spostato l’attenzione dei brand dallo storytelling tradizionale all’esperienza emotiva, aumentando enormemente il volume di contenuti richiesti. Le sfilate restano un pilastro del sistema moda: hanno costi molto elevati e un ritorno commerciale diretto limitato, ma rappresentano la massima espressione creativa di un direttore creativo. L’intelligenza artificiale sta ridefinendo la produzione di contenuti, soprattutto nel fast fashion, attraverso digital twin e avatar che permettono di produrre grandi volumi a costi ridotti. Detto questo, l’esperienza umana e la creatività resteranno centrali, soprattutto per le nuove generazioni che sono già abituate a convivere con il virtuale.

Guardando al futuro, come evolverà il ruolo dell’agente?

Il ruolo si sta trasformando sempre più in quello di brand manager.
Oggi supportiamo i talenti nella costruzione della loro narrativa, nello sviluppo di format di contenuto e nella definizione di strategie di branding. L’obiettivo è aiutarli a costruire una propria audience e, in prospettiva, anche prodotti e brand proprietari. La vera sfida resta la costanza: è spesso il fattore che fa la differenza tra chi costruisce una carriera e chi no.

New York resta il tuo orizzonte?

Per ora sì. Credo che oggi siamo tutti cittadini del mondo e limitarsi a un solo luogo può essere riduttivo. New York è una città intensa, competitiva, estremamente stimolante dal punto di vista culturale. Vivere qui è un privilegio, ma richiede capacità di adattamento e una forte predisposizione al cambiamento.

C’è anche una differenza culturale forte nel modo in cui viene percepito il successo tra Stati Uniti e Italia.

Sì, e credo che questo sia un tema importante. L’Italia ha un potenziale incredibile e il Made in Italy è riconosciuto globalmente, ma spesso manca quella spinta competitiva necessaria per trasformare questo valore in leadership globale. Il rischio è rimanere ancorati alla grandezza del passato – dall’Impero Romano al Rinascimento fino ai grandi marchi storici – senza spingere abbastanza sull’evoluzione futura. Negli Stati Uniti, invece, esiste una maggiore apertura verso chi prova a costruire qualcosa di nuovo, e questo crea un ecosistema molto più favorevole alla crescita.

Immagine di Claudio Bellante

Claudio Bellante

Regista, sceneggiatore, produttore e attore SAG, Claudio Bellante è un filmmaker internazionale con oltre dieci anni di esperienza tra lungometraggi, videoclip musicali di artisti di primo piano e campagne televisive globali. Con base a New York e originario dell’Italia, Claudio fonde un realismo ruvido con una narrazione di genere sofisticata, esplorando spesso temi come l’identità, l’eredità e il potere. In qualità di produttore, i suoi crediti includono The Student (Premio Speciale, Cannes 2016) e The Book of Love (presentato in anteprima al Tribeca Film Festival), con Jason Sudeikis e Jessica Biel e una colonna sonora originale di Justin Timberlake. Più recentemente, ha scritto, prodotto e diretto Don Q, film molto apprezzato nei festival, che ha ottenuto numerosi premi internazionali e una distribuzione mondiale

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