Regista tra i più apprezzati del cinema italiano contemporaneo, autore del fenomeno internazionale Perfetti sconosciuti, Paolo Genovese è stato protagonista al Filming Italy Los Angeles, dove ha ricevuto un riconoscimento della kermesse e ha presentato il suo ultimo film, Follemente. La rassegna rappresenta un ponte culturale tra Italia e Stati Uniti, e per Genovese diventa anche un’occasione di confronto diretto con il pubblico americano, chiamato a reagire – tra risate ed emozioni – alla sua nuova commedia psicologica.
Partiamo da Filming Italy Los Angeles. Che cosa significa per lei essere qui, in una rassegna che porta il cinema italiano in America, e ricevere questo premio?
Sono occasioni importanti, perché permettono di esportare le nostre storie e presentarle a un pubblico di un’altra cultura e di un’altra lingua. Per un autore è un confronto molto interessante, soprattutto stando in sala: ti rendi conto davvero se il film viene capito e apprezzato. In questo caso porto una commedia, quindi il riscontro è immediato: senti se la gente ride, se il tuo umorismo incontra quello americano. È un momento di confronto con il panorama internazionale. In generale, ogni volta che partecipo a un festival nel mondo percepisco quanto l’Italia sia amata: le sale sono sempre piene per i film italiani. È un modo per esportare non solo il cinema, ma anche il nostro Paese in tutte le sue forme.
A proposito di successo internazionale: Perfetti sconosciuti è uno dei film con più remake al mondo. Che significato ha per lei?
È stato un film estremamente fortunato e apprezzato ovunque. Credo che la forza non stia solo nell’idea, ma anche nel momento storico in cui esce. Nel 2016 il cellulare stava davvero stravolgendo le nostre vite, e cominciavamo a rendercene conto. Un film che parlava di questo è diventato quasi una seduta psicoanalitica collettiva, un detonatore sociale che ha acceso una conversazione diffusa. Molto spesso i film funzionano così: trattano un tema che poi continua a vivere nel passaparola, e questo naturalmente li rafforza.
Anche Follemente ci porta dentro una dimensione psicologica in cui tutti possiamo riconoscerci. Come nasce l’idea?
Penso che chiunque vorrebbe entrare nella testa della persona che ha davanti, che sia una fidanzata o una moglie: è qualcosa di molto affascinante. In molti hanno citato Inside Out, paragone che mi lusinga, ma l’idea è molto più antica. Più di vent’anni fa realizzai uno spot per la Rai basato sul concetto che in ogni individuo convivono tante persone diverse. Poi ho continuato a lavorare su questo tema anche in un piccolo film del 2004, Nessun messaggio in segreteria. Qualche anno fa, con il mio gruppo di sceneggiatura, abbiamo provato a raccontare di nuovo questa molteplicità interiore. Credo che il successo derivi dalla forte immedesimazione: dentro la nostra mente avvengono continue rivoluzioni, fatte di paure, fragilità e ansie che spesso nascondiamo. Scoprirle crea un patto con lo spettatore. E poi c’è un elemento fondamentale: il film fa ridere, e non è poco.
Un cast ricco di grandi attori. C’è qualche aneddoto dal set?
Si lavora molto, prima di tutto. È stato un film complesso, anche perché la storia ha un’unità temporale ma è stata girata in momenti diversi. I personaggi “reali” e quelli che rappresentano le loro menti sono stati ripresi a distanza di settimane. Per gli attori la difficoltà era dialogare con qualcuno che, in quel momento, non era realmente presente. La sincronizzazione è stata la parte più complessa del lavoro.
Progetti futuri?
Ho appena finito di girare un nuovo film, Il rumore delle cose nuove. Siamo in fase di montaggio: con calma arriverà anche quello.




