Questa intervista nasce dal desiderio di riflettere sul significato di vivere tra più paesi, lingue e culture in un mondo sempre più interconnesso. Federico Rampini rappresenta un punto di riferimento importante per molti italiani che vivono negli Stati Uniti e, più in generale, per chi ha costruito la propria identità attraversando confini geografici e culturali. Il suo percorso personale e professionale riflette in parte anche l’esperienza di noi studenti della Scuola d’Italia: alcuni arrivati dall’Italia, altri già abituati a contesti internazionali, tutti impegnati a ridefinire la propria identità in nuovi ambienti.
Questa intervista è stata condotta da A. Ferrari, in occasione dello speciale cartaceo “School of Record” a cura degli studenti de La Scuola D’Italia Guglielmo Marconi.
In che modo l’esperienza di culture diverse ha contribuito a formare il “Federico Rampini” che vediamo oggi?
Mi definisco un nomade globale, avendo vissuto in tre continenti. Inoltre il viaggio continua a essere una parte costante della mia vita, anche ora che ho messo radici in America. Come scrittore e autore di programmi televisivi, negli ultimi tempi i miei interessi mi hanno riportato in Cina e Taiwan, in Giappone, in Arabia Saudita, in Sudafrica e in diversi paesi dell’America Latina.
Tra le esperienze più formative della mia vita ricordo: l’infanzia e l’adolescenza in una scuola internazionale a Bruxelles; l’inizio della mia carriera giornalistica nella stampa del Partito Comunista Italiano durante l’epoca di Enrico Berlinguer (1977); il mio primo incarico da corrispondente estero a Parigi; il trasferimento in California all’inizio del nuovo millennio, seguito dal trasferimento in Cina nel 2004; e i viaggi come corrispondente dalla Casa Bianca seguendo tre presidenti: Obama, Trump e Biden.
Con un’esperienza globale così ampia, cosa la richiama sempre a Camogli?
I miei nonni e bisnonni sono sepolti nel cimitero di Camogli: generazioni di antenati che risalgono a secoli fa. Molti erano capitani di nave, fin dall’epoca delle navi a vela; viaggiavano per il mondo quando farlo era molto più difficile e pericoloso di oggi.
Forse il mio DNA familiare mi ha condannato a viaggiare. La Liguria dei miei antenati è uno dei tanti angoli meravigliosi d’Italia dove paesaggi naturali, storia, arte, cultura e gastronomia si fondono insieme. Cerco sempre di trascorrere lì una parte delle mie estati.
Avendo vissuto in molte grandi città del mondo, quale tra queste le ha dato davvero la sensazione di “casa”?
Oggi mi sento a casa a New York, al punto che mi sarebbe difficile cambiare ancora una volta e mettere radici altrove. Adattarmi a nuove culture e modi di vivere non mi ha mai spaventato; anzi, faceva parte dell’avventura che cercavo.
Il vero prezzo da pagare è un altro: è difficile mantenere amicizie per tutta la vita quando c’è un oceano in mezzo.
New York è una concentrazione di tutte le altre città in cui ho vissuto, per la sua varietà e diversità. Inoltre mi sento a casa perché la vita culturale della città non annoia mai: è come un libro infinito da sfogliare.
Ora possiede anche la cittadinanza americana. Cosa l’ha spinta a farlo? E pensa che oggi sia possibile parlare di cittadinanza globale più che di identità nazionale?
Io e mia moglie Stefania abbiamo preso la cittadinanza americana dopo che l’avevano presa i nostri figli, Costanza e Jacopo. A quel punto ci è sembrato logico seguire la loro scelta.
La mia cittadinanza italiana resta comunque la mia nazionalità primaria e la mia identità più forte: rappresenta la lingua, la cultura e la storia che mi hanno trasmesso i miei genitori.
Mi piace vivere in un paese pieno di italo-americani, dove questa identità “con il trattino”, questa fusione tra culture, esiste davvero.
Lei è stato corrispondente in Cina durante anni cruciali di trasformazioni economiche e sociali. Com’è stato fare il giornalista in un contesto spesso frainteso in Occidente?
Ho vissuto stabilmente in Cina dal 2004 al 2009, ma cerco di tornarci spesso perché c’è una cosa che molti occidentali faticano a capire: la Cina cambia continuamente; non la si può fissare in una fotografia di qualche anno fa.
Inoltre è un paese immenso e non si presta a definizioni semplici. Nei miei viaggi recenti sono rimasto colpito da una modernità tecnologica molto più avanzata della nostra.
Resta però un paese difficile e ostile per un giornalista occidentale: il regime ci considera nemici.
Quale lingua esprime meglio la sua identità?
L’italiano resta la mia lingua preferita. A scuola mi piacevano molto anche il latino e il greco classico.
Ho avuto la fortuna di imparare da bambino francese e inglese, quindi li sento anche miei e leggo gli autori francofoni e anglofoni nella lingua originale.
Il mio spagnolo è rudimentale, ma mi permette di fare interviste. Ho provato a studiare anche tedesco, russo e mandarino, ma troppo brevemente: mi dispiace non aver perseverato.
Guardando l’Italia da lontano, che impressione si è fatto? Cosa possono insegnarsi reciprocamente Italia e Stati Uniti?
In uno dei miei libri più venduti, America (Solferino), ho cercato di spiegare questo paese agli italiani. Oggi l’editore vuole ristamparlo e sarà impegnativo aggiornarlo: nel frattempo siamo entrati nel secondo mandato di Trump e tutto è stato stravolto.
In passato gli italiani si illudevano di conoscere l’America perché avevano trascorso qualche vacanza qui o visto molti film. Oggi la situazione è peggiorata: questa presidenza ha provocato esplosioni di antiamericanismo viscerale e isterico.
L’Italia fa molte cose meglio degli Stati Uniti, ma tra queste non includerei la capacità di informarsi sul resto del mondo. Entrambi i paesi soffrono di provincialismo e autoreferenzialità.
Quanto alle opportunità, il giudizio è dato dai tanti giovani italiani che continuano a venire qui per studiare o lavorare. Qualunque cosa si dica, questo esodo continua ed è a senso unico.
Che consiglio darebbe ai giovani che cercano il proprio posto nel mondo, spesso tra più paesi e identità?
Il mio consiglio ai giovani è semplice: spegnete spesso il telefono e cancellate i vostri account sui social media.
Il tempo enorme che guadagnerete investitelo nei viaggi e nella lettura dei libri.
Intervista a cura di A. Ferrari




