Harvard 2027, dal sogno inciso su legno alla realtà di Lennard Pische

Harvard 2027 è la storia di Lennard Pische, un ragazzo di Ostia che ha trasformato un obiettivo scritto a 13 anni in un percorso verso l’élite accademica mondiale

Harvard 2027 non è solo una data, ma un progetto di vita, quello che Lennard Pische, classe 2004, aveva inciso su una tabella di legno quando aveva tredici anni, nella sua casa a Roma. Oggi quella scritta non è più una visione, un sogno, un obiettivo: è una traiettoria rispettata con precisione quasi chirurgica. Lennard, infatti, studia matematica applicata ad Harvard, una delle università più selettive e prestigiose al mondo, e lo fa senza privilegi economici o scorciatoie, ma grazie a metodo, disciplina e una fiducia incrollabile nel proprio piano.

La Harvard University, fondata nel 1636 a Cambridge, Massachusetts, è la più antica università degli Stati Uniti. Con un tasso di ammissione attorno al 3,5%, accoglie meno di quattro studenti ogni cento candidati. Il suo patrimonio supera i cinquanta miliardi di dollari, ma ciò che la distingue davvero è un principio poco noto in Italia: il merito non ha reddito.

Lennard lo aveva capito presto. A tredici anni, navigando online, scopre che Harvard è gratuita per chi non può permettersela. Se il reddito familiare è sotto i centomila dollari annui, l’università copre tutto: tasse, vitto, alloggio e persino il viaggio. Non importa quanto possiedi, ma quanto vali.

È su questa consapevolezza che nasce il suo piano.

«Avevo scritto su una tabella di legno: Harvard 2027. Era il mio anno di laurea. Era il 2017. La tabella ce l’ho ancora.»

Lennard Pische

Erano passati pochi mesi da quando Lennard, nato a Roma nel 2004, cresciuto tra Monteverde Nuovo e Ostia, figlio di genitori separati, nessuna rete di conoscenze internazionali, nessuna scuola privata alle spalle, aveva deciso che l’America era il posto dove voleva costruire la propria vita.

Quella scritta non era un gesto simbolico. Era una roadmap, quella di chi costruisce un obiettivo e lo segue con costanza per anni. Senza raccomandazioni, senza scuole d’élite, senza una rete internazionale. Solo con metodo. Lennard si laureerà nel 2027, come previsto.

Lennard aveva tredici anni quando ha fatto la cosa più straordinaria che si possa fare a tredici anni: ha cercato su internet cosa serviva per entrare in un’università americana. Non era una fantasia. Ha trovato quello che trovano tutti, molti articoli sull’impossibilità di farcela senza risorse, ma ha anche trovato quello che in pochi cercano: i casi in cui ce la si fa lo stesso. Ha fatto una lista. Ha scritto la tabella. Ha calcolato i tempi.

«Avevo già un po’ previsto: questo è quello che voglio fare, questo è il mio obiettivo, vediamo se lavorando durante le scuole superiori, prendendo bei voti, facendo attività fuori scuola, riesco ad arrivarci».

Frequenta il liceo di scienze applicate Vittoria Colonna a Roma, ottiene voti alti, partecipa ad attività extracurriculari e si prepara ai test standardizzati. Nessun tutor privato, nessun consulente per le ammissioni. Solo una strategia chiara e la capacità, poco comune, di collegare azioni quotidiane a risultati di lungo periodo.

Il momento decisivo arriva all’una di notte del 31 marzo 2023. Lennard è davanti allo schermo, con i genitori alle spalle. Le risposte delle altre università parlano di liste d’attesa, spesso accompagnate da un limite: l’impossibilità di garantire supporto economico. Poi arriva Harvard. Una sola parola: congratulations.

«È stato un processo molto lungo» dice, con quella calma di chi ha già metabolizzato l’emozione. Ma è in quella calma che si legge tutto: anni di lavoro quotidiano, di incertezza tenuta sotto controllo, di fede in un piano che non garantiva nulla. Perché il paradosso del percorso che ha scelto è che non puoi sapere se funziona finché non è finito. Puoi solo continuare.

Entrare è solo l’inizio. Vivere Harvard è un’altra sfida. L’impatto è forte: studenti da oltre cento paesi, livelli accademici altissimi, una competizione costante.

«Te la costruisci come un sogno, poi entri e devi capire che c’è un processo di adattamento molto lungo». Tutto è diverso. Dal punto di vista accademico, i compagni entrano già sapendo cosa vogliono fare. Dal punto di vista sociale, entri in una comunità di studenti da cento paesi diversi, ognuno con la propria cultura, il proprio modo di stare al mondo.

Lui si è adattato esplorando. Tre anni di economia, informatica, scienze politiche – materie diverse, approcci diversi, mappe del mondo che si sovrappongono. Studia matematica applicata con un’enfasi sull’economia, e valuta di spostarsi verso l’informatica. Ogni giorno inizia alle otto e finisce alle undici di sera. Compiti giornalieri, compiti settimanali, meeting con startup a cui il suo gruppo studentesco offre consulenza, olimpiadi di matematica a cui partecipa perché ci vuole provare.

«Non lo devi vedere come una cosa necessariamente negativa» dice. «Ho scelto questo percorso perché mi piace lavorare tanto».

Il mood è competitivo, lui non lo nega, ma la competizione che conta di più, ha capito, non è con gli altri. «La competizione è non solo con gli altri, ma più con te stesso. Tu impari a diventare più bravo di te stesso. Questa è la cosa più importante».

«Quando vai negli Stati Uniti da italiano, diventi ancora più italiano. Senti il bisogno quotidiano di condividere la tua cultura. In Italia non succede, perché sei tra italiani. Qui ce l’hai ogni giorno.»

Lennard Pische

Il valore più grande, racconta, non è nei contenuti ma nel metodo.

«Le classi ti fanno imparare veramente a pensare. Ti viene assegnato un problema difficile, ci devi pensare molto, e quando hai finito hai capito come affrontare quel tipo di problema. Puoi usare lo stesso metodo per tutti gli altri problemi della tua vita». È la descrizione più precisa del pensiero critico applicato: non memorizzare soluzioni, ma costruire un sistema per trovarne di nuove.

E poi c’è il network. Tema spesso scomodo, ma centrale.

«Il network ti porta avanti nella vita, e lo capisci perché io non conoscevo nessuno quando sono venuto qui, e certe opportunità alla fine non sono aperte a chi non ha le conoscenze». Ma aggiunge subito la parte che gli altri dimenticano: «Magari ti serve il network per fare il primo passo, però per fare i passi successivi ti serve la conoscenza. Non vai avanti se non sai le cose». Il network apre la porta. Il merito ti fa restare.

Lennard guarda al futuro con la stessa logica con cui ha guardato al passato: piano chiaro, orizzonte lungo, nessuna illusione sulle scorciatoie. Si vede a lavorare per qualche anno in un’azienda nel settore dell’intelligenza artificiale, il settore che sta trasformando San Francisco e che trasformerà il mondo nei prossimi dieci anni. Poi, l’obiettivo è creare qualcosa di proprio. E in quel qualcosa di proprio, c’è anche l’Italia.

«L’idea non è che non vorrei mai tornare in Italia, è che magari torno quando ho usufruito delle risorse che mi dà questo paese. Espandermi in Italia, portare quel senso di innovazione che c’è qui nel mio paese».

Sul divario tra Italia e America nell’innovazione, Lennard è diretto: «L’Italia non ha questa prospettiva di abbracciare il rischio. Mi veniva detto al liceo: perché lavori duro, perché fai questa cosa? Ed è difficile venire da un mondo così e arrivare qui, dove ti dicono l’opposto». La differenza non è solo economica. È culturale. È nel modo in cui una società guarda al fallimento, come una vergogna da evitare, o come il prezzo necessario di ogni tentativo che vale la pena fare.

La domanda finale “Qual è il tuo sogno?” porta fuori dal registro professionale e dentro a qualcosa di più personale. Lennard vuole visitare almeno settanta paesi prima dei trent’anni. Non in vacanza. Come locale. «Quando vado in un nuovo paese, l’idea non è fare la vacanza e stare lì a oziare. L’idea è capire quello che succede in un contesto diverso dal tuo. Comportarsi come una persona locale, capire cosa succede nella vita di ogni giorno, e se c’è qualcosa in cui posso contribuire, farlo».

C’è qualcosa di coerente, in questa risposta, con tutto il resto della sua storia. La curiosità non come accumulo di informazioni, ma come volontà di capire come funzionano le cose: le persone, i sistemi, i paesi. È la stessa curiosità che lo ha portato a cercare su internet cosa serviva per Harvard a tredici anni. La stessa che lo ha spinto a esplorare quattro discipline universitarie invece di fermarsi alla prima. La stessa che lo farà, probabilmente, costruire qualcosa che non esiste ancora.

Quella tabella di legno con scritto «Harvard 2027» è ancora a Roma. Tra un anno, Lennard Pische si laurea. Era il piano. È andata secondo i piani. Il che è straordinario, non perché Harvard sia straordinaria, ma perché un ragazzino di tredici anni di Ostia aveva già capito che i sogni funzionano solo se diventano piani. E che i piani funzionano solo se li esegui, ogni giorno, anche quando nessuno ti sta guardando.

Immagine di Cecilia Gaudenzi

Cecilia Gaudenzi

Giornalista professionista e storyteller. È nata a Roma nel 1991 “sotto il segno dei pesci”, dove si è laureata con lode in Scienze Politiche, all’Università di Roma Tre e dove vive stabilmente. Musica, cinema, letteratura, politica, serie tv, podcast, reportage e terzo settore. Il vizio di scrivere, di tutto e su tutto ce l’ha fin da bambina. Le piace conoscere, capire, raccontare e soprattutto, fare domande. Crede nello scambio di idee e nella contaminazione. Ha girato l'Africa per dare voce all'impegno di donne e uomini che dedicano la loro vita agli altri. La sua parola preferita è resilienza.

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