Teatro, social, doppiaggi, stand-up: Gerry Cassano, ce le ha tutte. Il primo passo online con i doppiaggi in dialetto barese, poi esploso con il profilo Instagram “Novabbelozar”, oggi è uno dei massimi rappresentanti della comicità social – e non solo – pugliese. Scrive, improvvisa, studia, recita. Negli anni ha costruito un percorso ricco e volutamente irregolare, cangiante, ma con un punto fermo: usare la risata come strumento di rottura, racconto e libertà. Tra personaggi mascherati, messaggi sociali, e prese in giro, gli abbiamo fatto raccontare tutto, dall’inizio ai prossimi approdi.
Partiamo dall’inizio: chi è Gerry Cassano prima dei social?
Prima dei social c’è la passione per il teatro e una voglia, molto semplice, di recitare. Mi ero iscritto a un’accademia a Roma che poi non ho potuto frequentare. Tornato a Bari, parecchio arrabbiato per questa cosa, mi sono iscritto a un corso di teatro ma non è durato molto. Intanto però mi ero avvicinato alla scrittura, in particolare di monologhi. In quel momento non pensavo minimamente che sarebbe diventato un lavoro. I social sono arrivati dopo, per curiosità: volevo capirli bene perché intuivo che potessero essere una chiave per progetti futuri. Non ho studiato per “fare i social”, ho studiato, e continuo a studiare, per raccontare.
A un certo punto prendi parte a un progetto di doppiaggi in dialetto barese e insieme ai tuoi colleghi approdi online ottenendo grande successo locale. Cosa ti ha insegnato quell’esperienza?
I doppiaggi sono stati uno sfogo creativo enorme. Nascono quasi per caso, con un gruppo di ragazzi che aveva aperto un canale dedicato. Io già facevo video su Facebook, mi contattano e partiamo. Dal primo doppiaggio ho capito che avevamo “beccato la macchia d’olio”: il progetto si è allargato subito, con numeri che all’epoca erano enormi. Il dialetto barese, unito a termini inventati che poi la gente riutilizzava per strada, ha fatto la differenza. Il progetto è stato una vera palestra, soprattutto sul lato tecnico. La produzione dei doppiaggi era complessa e lunga: dalla scelta delle scene, alla scrittura dei dialoghi, il montaggio e il doppiaggio, la post produzione. Mi ha insegnato quanto il pubblico ami riconoscersi, sentirsi chiamato in causa, soprattutto quando si parla il suo linguaggio.
Poi c’è stata una pausa. Cosa è successo e quanto è stato importante fermarsi prima di ripartire?
La pausa c’è stata principalmente perché il progetto doppiaggi si è esaurito, il gruppo, a un certo punto, per esigenze prima di tutto personali, si è sfaldato. Di quel periodo menziono un errore, non conoscere la struttura commerciale dei social e accettare qualsiasi collaborazione. Inoltre, lavorando solo con la voce, non ero pronto a metterci la faccia per fare promozione. Fermarmi è stato necessario: serviva per capire chi volevo essere, ripartire oltre quel progetto.
Infatti, dopo poco arriva “Novabbelozar”, la pagina con cui ti sei affermato sui social. Hai capito subito il suo potenziale?
Ho capito presto che il pubblico era diverso, non si limitava più a quello locale, di Bari e dintorni ma era molto più ampio. La genesi è stata quasi casuale, il nome per esempio, “Novabbelozar”, nasce da una serata goliardica con gli amici. In quel periodo si diceva molto “no vabbè zio” come intercalare, noi ci abbiamo scherzato, storpiandolo, ed eccoci qui. Ho sempre voluto dare un taglio comico ai miei contenuti, volevo essere riconoscibile ma senza essere riconosciuto. Da qui la scelta di puntare tutto sulla voce, già nota per i doppiaggi, mascherando il volto con un filtro. Quando ho capito che i video funzionavano ho attuato una “strategia” controintuitiva: pubblicavo solo un giorno a settimana, tre storie. E ha funzionato. Le persone sapevano quando usciva un contenuto, si collegavano apposta, registravano lo schermo e poi ricondividevano. Lì ho capito che non era più una nicchia, ma un flusso continuo di pubblico. Dopo un anno di crescita totale scoppia il covid e la pagina diventa una garanzia di intrattenimento in un momento delicatissimo, in cui le persone erano chiuse a casa, impaurite e annoiate. In quel periodo ho dato sfogo alla creatività, sono nate le challenge, nuovi personaggi e nuove storie.
Uno dei tuoi personaggi più forti è stato quello “esterno”: una donna con la barba. Come mai quella scelta?
È stata istintiva, ma non casuale. Qualche anno prima, mia sorella che si era ammalata, era stata in un reparto oncologico e io le mandavo dei video per farla ridere in cui interpretavo dei personaggi. Crearne uno esterno, mascherato, mi ha permesso di rompere schemi in un contesto, quello italiano e inizialmente “locale” che all’epoca era più chiuso. Una donna con la barba che parlava di relazioni tossiche, libertà, sentimenti. Non volevo fare politica diretta, ma usare la comicità come strumento per affrontare temi tosti senza appesantirli. Il personaggio ha funzionato e ha attivato un circolo virtuoso, portandomi fuori dallo sketch, a partecipare ad eventi di sensibilizzazione, come il Pride o la di prevenzione contro l’Hiv. Ne vado molto fiero.

Hai spesso usato la comicità come cavallo di Troia per parlare di temi spinosi. Pensi che la risata sia ancora uno strumento efficace per aprire le menti?
Assolutamente sì. La comicità è un mezzo tortuoso ma potentissimo. Ti permette di far passare messaggi mantenendo un profilo leggero. Se predichi, la gente scappa. Se ride, ascolta.
Ora però non usi più la maschera…
No, ho liberato il mio volto, e così si sono sbloccate delle opportunità, per esempio le pubblicità che hanno aperto anche una prospettiva di crescita commerciale ma non solo. Da quando in Puglia è approdata la stand up mi ci sono dedicato e non ho più smesso. Ho contribuito alla creazione di un collettivo e insieme a un amico e collega abbiamo messo in piedi uno spettacolo che abbiamo portato in giro per la Puglia. Da marzo 2025 invece mi sto dedicando a un progetto da solista.
Ti senti più libero sui social o sul palco?
Sul palco. So a chi sto parlando. I social sono potentissimi, ma non sai mai chi c’è dall’altra parte e questo, a volte, ti limita. Alcune battute hanno bisogno di contesto, di tempo. Il palco me lo concede, il social no.
Cosa ti affascina della stand-up e cosa ti mette più in difficoltà?
La libertà totale ma anche l’ansia giusta: devi scrivere, scavare, trovare mondi nuovi. È più difficile far accettare certe battute, soprattutto all’inizio, e a livello locale c’è stata diffidenza. Però è una palestra incredibile.
Che rapporto hai con i commenti negativi e quanto pesa oggi la pressione delle visualizzazioni sui social?
Sono permaloso, quindi un po’ mi colpiscono. Ma ho capito che non vanno considerati. I bulli bullizzano quando sanno di poterti fare male. Ignorarli spesso li ferma. Il problema vero è per i ragazzi più giovani: certi commenti sono pesantissimi. Il mio consiglio è non dargli peso, o rispondere senza senso. A un certo punto si stuferanno. La pressione legata alle visualizzazioni dei contenuti sui social c’è e pesa, inutile negarlo. Ma cerco di non farmi condizionare troppo. Se lo fai, perdi il senso di quello che stai raccontando.
Tra social, stand-up e pubblicità, cosa ti appassiona di più oggi?
In questo momento la stand-up. Ma mi diverte tantissimo anche fare pubblicità. È una sfida creativa: c’è uno script, ma poi lo trasformo, lo rendo mio. Il mio stile è molto ironico, tagliente, riconoscibile e non è da tutti ma è proprio per questo che piace.
Qual è il tuo processo creativo quando lavori su una pubblicità?
Cerco di improvvisare il più possibile, anche se chiaramente non posso farlo del tutto. Mi stimola il fatto di avere dei paletti: ti costringono a essere più ordinato e creativo insieme.
Se dovessi definire oggi il tuo percorso con una parola sola, quale sarebbe e perché?
Pirata. Perché è una scelta pirata non sapere cosa accadrà nel futuro immediato e lontano. È una scelta rischiosa ma per me è la più bella.




