Fra Boulevard of broken dreams e fabbrica dei sogni: come se la passa il sogno americano?

I sogni americani si sono sempre spaccati in due: da un lato il cinema western coi suoi spazi immensi, le cattedrali di roccia del Colorado e quelle di legno sulle montagne della California. Dall’altro lato il cinema noir, l’horror, i romanzi splendidi e pessimisti di Raymond Chandler e Cormack McCarthy. Da un lato le vittorie di un impero democratico, dall’altro il funesto 11 settembre 2001 e l’assalto al Campidoglio. Negli ultimi anni il virtuale di Hollywood è andato verso l’hi-tech della Silicon valley, e ora in Texas e Florida. Al contrario la grande industria è emigrata e si è ridimensionata: addio alle acciaierie immense, alla General Motors e la Ford di Detroit. Il western si è trasferito nelle pianure urbane di L.A. Chicago o New York, mentre i neri, i portoricani o gli italiani diventavano eredi involontari di Toro Seduto e Nuvola Rossa. Per non parlare delle donne americane, veneri bionde come Marylin Monroe, rivoluzionarie over the rainbow e al di sopra della politica come Rosa Parks e Amelia Earhart, donne di scienza, e i milioni di donne la cui vita eroica quanto invisibile ha partorito non solo figli, ma anche una società migliore in tutto il mondo. Molta acqua è passata sotto i ponti del Mississippi da allora. Com’è l’America oggi? È il “Boulevard of broken dreams” oppure la “fabbrica dei sogni” è sempre all’opera, solo che tutto è cambiato?

Chiediamo come sta cambiando l’America a Lorenzo Montanari, contributore di Forbes, vicepresidente (International Affairs) di Americans for Tax Reform, direttore esecutivo di Property Rights Alliance e dell’International Property Rights Index, animatore in tutto il mondo di think tank e iniziative pro mercato e pro concorrenza.

Negli States esiste sempre l’ascensore sociale, la possibilità di trasformare le idee in azioni?
L’American dream esiste sempre, perché al centro della cultura degli Usa c’è l’individuo e la sua libertà di agire, con un’amministrazione federale che mantiene intatto il principio della sussidiarietà, purtroppo dimenticato in Europa. È la cultura del New England ammirata da Alexis de Tocqueville a permettere agli Usa di rigenerarsi continuamente. Altrove vedo molte società bloccate. 

Cosa cambia nella politica?
Il trumpismo sta finendo, dopo aver fatto perdere molti voti ai repubblicani, anche per colpa delle restrizioni di alcuni governatori sull’aborto, un tema che ha spostato il 56% degli indipendenti e indecisi verso il voto ai dem. Alle elezioni di Mid Term, Trump ha perso per la seconda volta di fila, ciò viene letto all’interno dei repubblicani come una specie di referendum per Ron DeSantis. Il governatore della Florida è il vero vincitore delle elezioni, un Reagan 4.0. che nel suo Stato è passato da una maggioranza risicata al 59,4% dei voti. 

Oggi i repubblicani preferiscono DeSantis col 23% di margine. Il New York Post lo ha definito: “The Future”. Ci sono già molti democratici disposti a votare per DeSantis, il quale è forte anche in aree come la dade county di Miami, dove il 75% dei residenti sono latinos. Il trend politico degli afroamericani, latinos e asiatici indica che questi segmenti della popolazione statunitense si stanno spostando verso i repubblicani.

Quali sono le mutazioni nell’economia e nel mondo dell’impresa?
Biden continua la politica protezionista trumpiana che danneggia l’economia e che incrina i rapporti con Paesi come la Corea del Sud. Nell’Indice internazionale sulle barriere economiche, gli USA sono alla 51ma posizione, mentre l’Italia è al 33mo posto. I sondaggi oggi sono contro la ricandidatura di Joe Biden nel 2024: per Usa Today e Suffolk University il 67% è contrario, secondo il poll di Fox News il 64%.

In realtà è Trump ad aver copiato le policy democratiche e dei grandi sindacati per vincere tra i lavoratori della rust belt. L’America comunque resta a rischio di stagnazione e recessione: Biden tiene ancora il timone perché l’economia si basa ancora sulla tax reform di Trump che ha drogato l’economia, tra l’altro quando era in ripresa. 

Cosa dire invece del woke -o politicamente corretto- che cancella i cartoni animati Disney e butta giù le statue di Colombo, che cambia le parole senza cambiare le cose?
Il radicalismo cresce perché la sinistra dei Dem ha lasciato i lavoratori nelle mani della narrativa trumpiana e ha seguìto la cancel culture verso il woke capitalism, che utilizza parole d’ordine ecologiche e di tolleranza per fare un marketing efficace quanto ipocrita.
Oggi il più feroce oppositore del woke e della cancel culture è proprio DeSantis, e quando la Walt Disney si schierò contro DeSantis, il governatore eliminò i privilegi fiscali concessi alla multinazionale mandando in crisi la stessa company che da tempo ha effettuato censure e tagli ai suoi stessi cartoni. Il woke è la nuova classe operaia utilizzata per “rivoluzionare” società e famiglie e uno degli spartiacque culturali tra sinistra e destra americane.

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