Dazi ed export, Lucio Miranda: «È una fase transitoria ma decisiva»

Lucio Miranda è nato a Monza, in Italia. Si è laureato all’Università Bocconi di Milano dove ha iniziato il suo percorso professionale nel 1989, lavorando nell’ambito del marketing e delle vendite. Nel corso della sua carriera ha ricoperto diversi ruoli internazionali in Francia, Corea, Giappone, Brasile e Stati Uniti. Dal 1993 vive negli Stati Uniti, dove nel 1995 ho conseguito un Master in Marketing e Finanza presso la Stern School of Business della New York University. Nel 2003 ha fondato ExportUSA.

Presidente Miranda, le nuove misure entrate in vigore il 6 aprile segnano un cambio di paradigma nel calcolo dei dazi: qual è, in sintesi, la differenza più rilevante rispetto al sistema precedente?

La differenza principale riguarda la base di calcolo. Prima i dazi erano applicati sul valore del metallo contenuto nei prodotti; ora, invece, si calcolano sul valore complessivo del bene. Questo cambia in modo significativo l’impatto finale. Inoltre, il sistema è stato riorganizzato in diversi silos: uno al 50% per i prodotti primari, uno al 25% per quelli secondari, uno al 15% valido fino al 31 dicembre 2027 e un’ulteriore categoria di prodotti esenti. Di conseguenza, molte aziende devono rivedere la classificazione dei propri prodotti per capire in quale fascia rientrano.

Quali settori del Made in Italy risultano oggi più esposti a questo cambiamento?

I prodotti primari legati ad acciaio, alluminio e rame incidono poco sull’export italiano. Più esposti sono invece alcuni segmenti dei macchinari industriali. Si tratta però di beni ad alto valore aggiunto e contenuto tecnologico: costano di più, ma migliorano la produttività di chi li utilizza. In parte questo compensa l’aumento dei dazi.

Parlando di impatto concreto: quanto possono incidere queste nuove aliquote sui margini delle imprese esportatrici italiane, soprattutto per i beni trasformati?

L’impatto si distribuisce lungo la filiera: una parte ricade sul cliente finale, una parte sull’importatore o distributore e una parte sul produttore italiano. La suddivisione dipende dalla forza contrattuale e dal tipo di prodotto. In generale, però, una quota significativa dell’aumento viene trasferita al consumatore finale.

Le esenzioni previste però, in particolare quella del limite del 15% del contenuto metallico, possono diventare una leva competitiva?

Al momento no. Le regole sono uniformi per tutti i Paesi, quindi non generano vantaggi competitivi specifici per l’Italia. In passato alcune misure creavano differenze tra Paesi, ma oggi il sistema è più omogeneo. L’effetto è un appiattimento delle condizioni.

Può farci qualche esempio concreto di settori o tipologie di imprese che potrebbero trarre vantaggio da questo sistema?

Non ci sono settori che possono trarre vantaggio nell’immediato. Tuttavia la situazione è in evoluzione: Il dazio del 10% previsto dalla Section 122 scadrà il 24 luglio e la possibilità che possa essere rinnovato per altri 150 giorni sono pressoché nulle. È probabile che la nuova struttura daziaria che subentrerà reintroduca le differenze tariffarie già viste con i dazi cosiddetti reciproci emanati il 2 aprile 2025, una situazione che vedeva l’Europa avvantaggiata rispetto ad altri paesi. Inoltre sono in corso negoziati internazionali che potrebbero portare ad un accordo bilaterale EU-USA e cambiare ulteriormente lo scenario. Per questo si tratta ancora di una fase transitoria.

Dal suo osservatorio privilegiato, le imprese italiane sono preparate ad affrontare questa revisione del sistema tariffario?

Le aziende stanno reagendo, anche se il cambiamento è stato improvviso. Rispetto al passato, il sistema attuale è meno esteso e più circoscritto, quindi l’impatto è più gestibile. Molte imprese stanno già adattandosi e cercando soluzioni alternative, senza interrompere l’export.

Quanto sarà complesso, per le aziende, adeguare i processi produttivi o la supply chain per ridurre limpatto dei dazi?

Nel caso italiano meno di quanto si potrebbe pensare. La produzione resta in gran parte localizzata in Italia e il contenuto estero non è tale da modificare l’origine del prodotto. Il problema non è tanto la riconfigurazione della supply chain, quanto la gestione dell’incertezza e delle nuove regole di classificazione.

Esistono strategie concrete, ad esempio rilocalizzazione di alcune fasi produttive o revisione del sourcing, che le imprese dovrebbero già considerare?

Sì, ma vanno valutate caso per caso. Alcune aziende stanno già analizzando la possibilità di produrre o assemblare negli Stati Uniti per ridurre l’impatto dei dazi. Tuttavia è una scelta che richiede un’analisi economica precisa: da un lato si risparmiano dazi e trasporti, dall’altro aumentano costi di produzione e gestione. Anche aspetti come personale, formazione e organizzazione vanno considerati.

Parliamo di un contesto in continua evoluzione, quali ulteriori modifiche o aggiornamenti normativi dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?

Il quadro è ancora aperto. Sono attese nuove decisioni legate a trattati internazionali e scadenze già fissate, che potrebbero ridefinire il sistema attuale. Si tratta quindi di un periodo di transizione in cui lo scenario può cambiare rapidamente.

In che modo queste misure possono ridisegnare i flussi commerciali tra Italia e Stati Uniti?

Dipenderà dall’evoluzione degli accordi internazionali. Se il quadro si stabilizzerà in senso più favorevole, l’Italia potrebbe mantenere o rafforzare la propria posizione. Ma il sistema globale resta disomogeneo: alcuni Paesi potrebbero trovarsi in condizioni molto meno favorevoli, con effetti rilevanti sugli scambi.

Qual è il consiglio principale che si sente di dare oggi a un imprenditore italiano che esporta negli Stati Uniti e deve affrontare questo nuovo scenario?

Adattarsi rapidamente al contesto americano. Il successo dipende dalla capacità di comprendere e accettare regole del gioco diverse da quelle europee. In più serve flessibilità: più velocemente ci si adegua, maggiori sono le possibilità di mantenere competitività e presenza sul mercato statunitense.

Immagine di Maria Francesca Buono

Maria Francesca Buono

Mariafrancesca Buono, originaria di Ischia, è filologa e critica letteraria. Alla formazione umanistica affianca un costante interesse per ambiti interdisciplinari, che l’ha portata ad approfondire l’ambito comunicativo, il videomaking e l’intelligenza artificiale. Il suo percorso riflette la convinzione che, in una società in continua trasformazione, le competenze trasversali siano essenziali per comprendere e interpretare la complessità del presente.

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