Beatrice Caponnetti Jackson, da Trieste al vertice del luxury real estate newyorkese

Dal primo ufficio alle vendite milionarie a Manhattan, Beatrice Caponnetti Jackson racconta la sua storia e di come, tra ambizione, identità forte e relazioni solide, ha costruito il proprio spazio nel mercato più competitivo del mondo. Il suo segreto? Dare sempre il massimo rimanendo se stessa

Beatrice Caponnetti Jackson è nata e cresciuta a Trieste, con il real estate nel DNA. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ispirata dalla passione dei suoi genitori, esplorando il settore, mettendosi continuamente alla prova e collezionando esperienze professionali e personali che le hanno permesso di costruire una carriera internazionale che l’ha portata a New York. Gavetta durissima, scelte radicali e nessuna scorciatoia.  Oggi è la più giovane agente con un team in Compass e una delle voci più autorevoli del luxury real estate newyorkese. Ma il suo percorso è anche e soprattutto una storia di identità, resilienza e legami speciali.

Beatrice, partiamo dalle origini. La tua famiglia lavora nel settore immobiliare: quanto ha influito questo ambiente sulle tue scelte e sul tuo interesse per il real estate?

È un mondo in cui sono cresciuta naturalmente. Già a 16 anni, durante le estati, aiutavo mia madre in ufficio e osservavo da vicino il suo lavoro. La loro passione mi ha contagiata poco alla volta, senza forzature. Mi è sempre sembrato un settore affascinante, concreto, fatto di relazioni e di responsabilità importanti. Non c’è mai stato davvero altro che mi attirasse allo stesso modo. A 18 anni ho iniziato subito a lavorare: ero molto giovane, ma sentivo che quella era la mia strada.

Quali sono state le tappe chiave del tuo percorso tra Italia e contesti internazionali?

Dopo aver fatto corso mediatori ho iniziato a lavorare per un grande gruppo immobiliare a Trieste, che gestiva circa 700 immobili. Era un ruolo molto complesso, soprattutto per una della mia età, ma è stata una vera scuola: ho imparato a gestire situazioni difficili e grandi responsabilità fin da subito.

Successivamente sono entrata in Engel & Völkers, che aveva appena aperto l’ufficio a Trieste. Lì ho conosciuto un’immobiliare più internazionale, con clienti provenienti da tutto il mondo. Avendo frequentato una scuola internazionale e parlando bene inglese, mi sono sentita a mio agio in quel contesto e ho iniziato a pensare che questo lavoro potesse portarmi oltre i confini italiani.

Poi arriva New York, una scelta radicale. Com’è stato ricominciare da zero in una città così competitiva?

È stato il periodo più duro della mia vita. Ho lasciato tutto: il lavoro, la casa, le certezze, e sono partita con l’idea di fermarmi tre mesi. Vivevo in un appartamento minuscolo con due coinquiline e cercavo qualsiasi lavoro che mi permettesse di restare.

Dopo un primo impiego come cameriera, sono entrata in un gruppo di costruttori e developer a Brooklyn facendo cold calling: 200-300 chiamate al giorno, in uno scantinato senza finestre. Conoscevo l’inglese, ma non abbastanza da gestire conversazioni difficili con persone che non volevano essere chiamate. È stata una full immersion totale nella cultura americana e nella resilienza.

Proprio quella gavetta, però, mi ha formata profondamente. Ho imparato a gestire i rifiuti, a comunicare in modo diretto, a non abbattermi. Io però volevo tornare a fare quello che amavo, volevo occuparmi di real estate. Così ho preso il patentino a New York e ho ricominciato dal basso, come assistente. Non è stato facile, ma è stato necessario. Da lì è iniziata la vera costruzione del mio percorso negli Stati Uniti.

Per ragioni personali e professionali hai viaggiato più volte a New York prima di trasferirti. Che idea avevi della città allepoca?

Ci ero stata in vacanza e non mi era piaciuta: cara, scomoda, caotica. La mia famiglia aveva fatto grandi sacrifici per permettermi quel viaggio e ne ero rimasta delusa. Non era affatto una delle mie mete ideali. Oggi è tutto cambiato: non mi vedo a vivere in nessun altro posto.

I primi sei mesi a New York sono stati i più difficili della mia vita, forse paragonabili solo ai primi mesi di maternità. Mi mancava casa, la mia cultura, le mie persone. Mi sono trasferita qui per amore e con amore, è stato questo a motivarmi. Oggi, quell’amore ha fatto di New York la mia casa: è il posto in cui devo essere e in cui voglio restare. 

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che New York non sarebbe stata solo una tappa?

Più che un momento, è stato un anno: il 2024. È l’anno in cui mi sono sentita davvero a casa, perché ho capito che le mie persone erano qui: mio marito, le amiche, la mia mentor, la mia carriera. Io vivo molto attraverso i legami, forse in modo molto italiano. Senza un “villaggio” è difficile immaginarsi in un posto. In Italia il senso di appartenenza è fortissimo, da nord a sud. Qui i legami spesso dipendono dallo status ed è più difficile creare rapporti autentici e profondi. Serve tempo per adattarsi alle differenze culturali e alle tradizioni.

Quando hai rivoluzionato completamente la tua vita, quanto è stato importante il sostegno della tua famiglia?

Fondamentale. Senza il supporto della mia famiglia probabilmente sarei tornata a casa. Avere qualcuno che ti dice “ce la fai”, che è orgoglioso di te, ti dà una forza enorme. A New York, dove tutti fanno tantissimo, non ti senti mai abbastanza, mai davvero all’altezza. L’umanità e l’amore di casa sono indispensabili per andare avanti. Il supporto della famiglia, anche da lontano, è quasi più importante di quello che puoi trovare qui.

Arrivare a New York spesso significa reinventarsi. Quali sono state le sfide più dure?

La competizione costante. In ogni settore sei sempre rimpiazzabile, e questa sensazione è stata la più difficile da gestire, sia a livello personale che professionale. Dovevo differenziarmi, mantenere uno standard altissimo e non fare “qualsiasi cosa” solo per restare. Il mio sogno americano non era semplicemente vivere a New York, ma realizzarmi professionalmente qui.

Ho dovuto affrontare tantissimi “no”, che qui vengono dati senza problemi. Sul piano personale, è stato complesso comprendere le differenze culturali. Nei primi due anni è stato difficile dire di avere un’amica, nel senso profondo e vero del termine: avevo mio marito e le compagne degli amici di mio marito, ma non è la stessa cosa.

Il real estate newyorkese di lusso è tra i più competitivi al mondo. Come ti sei ritagliata uno spazio credibile?

Le relazioni sono tutto. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone straordinarie che mi hanno aiutata a conoscermi meglio, in particolare la mia mentor. Io do il 100% a ogni cliente, come se fosse famiglia. È un approccio molto italiano, forse. Ogni cliente diventa una relazione che va oltre la compravendita.

Cerco di capire davvero la persona, il momento della vita che sta attraversando. Non si tratta solo di aprire la porta di un appartamento, ma di costruire una relazione che duri nel tempo. Questo è ciò che mi differenzia: non la transazione, ma l’obiettivo del cliente. Voglio aiutarlo a raggiungerlo. L’attenzione al dettaglio e al desiderio crea un’atmosfera quasi magica. Comprare o vendere casa può essere stressante, ma con la persona giusta diventa un’esperienza bellissima, da ricordare per tutta la vita.

Cosa cercano davvero le persone quando acquistano una casa di lusso a New York?

Al di là di tutto, i numeri devono tornare. Anche quando il prezzo è altissimo, chi compra vuole essere certo di acquistare correttamente: prezzo al metro quadro, potenziale di ritorno, solidità dell’investimento. Sono molto attenti a ciò che spendono. Il lavoro sui dettagli e sui numeri è fondamentale.

La casa più incredibile che hai mai visto?

Un attico affacciato su Central Park, in vendita a 180 milioni di dollari. Un soggiorno sospeso sul parco, qualcosa di mai visto. Era come essere dentro Central Park e allo stesso tempo nel cuore di Midtown, sulle nuvole. Non l’ho venduta io, ma ancora oggi, quando ci penso, non ho mai visto nulla di più spettacolare.

Incontri molti clienti famosi? 

Sì, di molti non posso fare il nome, ma tanti dei miei clienti o clienti del gruppo sono famosi. Parliamo di imprenditori, Ceo, di grandi aziende, mondo della moda – anche italiana. Cantanti e i loro compagni e compagne, come l’ex moglie di Stevie Wonder, ma anche attrici e attori… Robert Downey Jr mi ha colpita tantissimo!

Quanto ha influito lincontro con tuo marito sulla tua visione della città e della vita?

È la ragione principale per cui New York mi è piaciuta. Non è cambiata la città, è cambiato il modo in cui l’ho vissuta grazie a lui. Mio marito è afroamericano e porta con sé una storia, una cultura e una tradizione che mi hanno profondamente arricchita. Questo ha cambiato anche il mio modo di vedere la vita, e ciò che significa vivere negli Stati Uniti, oggi e in futuro, soprattutto per nostro figlio. Non è stato un amore facile, ma è stato un amore scelto.

Siete diventati genitori: che valori desideri trasmettere a tuo figlio crescendo a New York?

È una sfida enorme. Trasmettere la cultura italiana qui non è semplice: dal cibo alla lingua, fino ai valori più profondi. Il momento del pasto, per esempio, in Italia è sacro, qui è molto diverso. Io parlo italiano con mio figlio e cerco di trasmettergli tutto ciò che posso. La cultura di mio marito, invece, sarà più naturale per lui comprenderla crescendo.

New York è estremamente internazionale: un vero melting pot. Nostro figlio crescerà circondato da bambini di ogni provenienza, imparando a conoscere culture e tradizioni diverse, mentre noi costruiremo la nostra identità familiare. Non sarà semplice, ma sarà una ricchezza.

Che legame mantieni con lItalia?

Torniamo spesso, almeno due volte l’anno, e passiamo un mese intero in estate. Vorrei che mio figlio vivesse le estati lì. Mia madre e le mie sorelle vengono a trovarci regolarmente. Mio marito si è innamorato dell’Italia soprattutto per il cibo: dice che ci andrebbe anche da solo, solo per mangiare. Nostro figlio ha un anno ed è già una buona forchetta.

In Italia sento un senso di appartenenza profondo, che vorrei trasmettere anche a lui. A Trieste chiunque incontro mi fa sentire a casa. È il luogo delle mie radici, una sensazione che mi rende libera e felice. L’Italia ha tante inefficienze, dalla burocrazia ai trasporti, ma resta casa: è come il divano della tua vita, quello che ha la tua forma e il tuo odore.

Tra lavoro, famiglia e trattative milionarie, qual è oggi la tua idea di successo?

È cambiata moltissimo. All’inizio il successo era arrivare dove sono oggi. Ora, da mamma e leader di un team, il successo è equilibrio. È costruire un gruppo di donne che fanno ciò che amano, crescere mio figlio, passare tempo con lui e con la mia famiglia. È mantenere viva la cultura italiana che mi appartiene. Oggi il successo è fatto più di sensazioni che di numeri.

Come riesci a conciliare vita professionale e personale?

È difficilissimo. Come per tutte le mamme. Mi faccio aiutare, ho una tata e grazie al mio team riesco a dedicare i pomeriggi a mio figlio. Al mattino sono concentrata su clienti e lavoro. Cerco anche di ritagliarmi del tempo per me stessa, per essere una persona oltre che una mamma e una professionista.

Se dovessi raccontare New York oltre il mito, che città è davvero?

È una città che chiede sacrifici enormi, ma che in cambio offre possibilità altrettanto grandi. Apre porte che non avresti nemmeno immaginato. Serve coraggio, forza, fatica, e una grande capacità di non abbattersi. In questo, noi italiani siamo molto bravi.

Torneresti a vivere in Italia?

Il nostro progetto è tornare in Italia più avanti, magari quando nostro figlio sarà al college. Trieste sarebbe la scelta naturale: è unica, con il mare, la montagna, una dimensione perfetta per vivere bene.

Immagine di Cecilia Gaudenzi

Cecilia Gaudenzi

Giornalista professionista e storyteller. È nata a Roma nel 1991 “sotto il segno dei pesci”, dove si è laureata con lode in Scienze Politiche, all’Università di Roma Tre e dove vive stabilmente. Musica, cinema, letteratura, politica, serie tv, podcast, reportage e terzo settore. Il vizio di scrivere, di tutto e su tutto ce l’ha fin da bambina. Le piace conoscere, capire, raccontare e soprattutto, fare domande. Crede nello scambio di idee e nella contaminazione. Ha girato l'Africa per dare voce all'impegno di donne e uomini che dedicano la loro vita agli altri. La sua parola preferita è resilienza.

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