Allenatore professionista di calcio in carrozzina, ex scout dell’Inter e fondatore di AG Sports Agency LLC, Antonio Genovese racconta il percorso iniziato dopo un grave incidente, la passione per lo sport, il desiderio di trasferirsi negli Stati Uniti e i progetti per promuovere un’idea sempre più inclusiva dello sport.
Antonio, partiamo da una sua breve presentazione.
Sono nato a Milano quasi 49 anni anni fa. Sono figlio di genitori di origine siciliana. Quando non avevo ancora 14 anni ho avuto un incidente che mi ha lasciato paralizzato e, da quel momento, la mia vita è cambiata completamente.
Dopo i primi mesi ho cercato di superare soprattutto le barriere mentali, oltre a quelle architettoniche. In Italia, purtroppo, si prova a intervenire sulle barriere architettoniche, ma dal punto di vista culturale siamo ancora molto indietro. Ho avuto modo di sperimentarlo anche durante i sette mesi trascorsi a Londra, dove ero andato per migliorare il mio inglese e conoscere più da vicino il calcio inglese.
Dal 2018 sono il primo e unico allenatore di calcio professionista in carrozzina ad aver completato il percorso di Coverciano. La mia vita si divide tra lo sport e il settore economico-finanziario. In ambito sportivo sono stato allenatore e, in passato, anche scout professionista per l’Inter, nonostante io sia milanista. Ho lavorato nel settore giovanile nerazzurro dal 1996 al 2006 e poi sono stato al Monza nella stagione 2011-2012.
Nel 2018 ho avuto anche il primo approccio con gli Stati Uniti, perché sarei dovuto andare ad allenare l’Osa Seattle da maggio a luglio. In quel periodo, però, è arrivata la chiamata per il corso di Coverciano. Non capita spesso di essere accettati a quel percorso e quindi ho scelto di partecipare. Il presidente Pezzano e la squadra pubblicarono anche un bel messaggio di ringraziamento, perché avevo contribuito a portare le giocatrici necessarie per disputare il campionato. Mi è dispiaciuto, ma non potevo rinunciare a un’occasione simile.
Quel percorso mi ha poi permesso di ottenere buoni risultati sia in Serie A sia in Serie B, raggiungendo sempre, e spesso con largo anticipo, gli obiettivi che mi erano stati assegnati. Ho girato un po’ per l’Italia: sono stato due anni a Roma, poi a Trani e a Empoli, dove abbiamo ottenuto anche la promozione in Serie A, in quel caso con me nel ruolo di viceallenatore. L’ultima esperienza è stata a Sassari, una delle realtà più importanti del calcio femminile.
In precedenza avevo lavorato soprattutto nel calcio maschile, a partire dall’Inter, poi mi sono avvicinato sempre di più al calcio femminile, che tra l’altro è la disciplina più seguita negli Stati Uniti, il Paese in cui vorrei trasferirmi. Gli Stati Uniti hanno vinto quattro volte il campionato del mondo e il club campione in carica è il Gotham, la squadra di New York e New Jersey.
Parallelamente ho sempre lavorato anche nel settore economico e finanziario. Nei primi due anni sono stato in Deloitte, mentre da 21 anni lavoro nel gruppo UniCredit, di cui faccio tuttora parte. Da sempre, però, coltivo il sogno di trasferirmi in America.
Che cosa rappresenta per lei il sogno americano?
Fisicamente, purtroppo, negli Stati Uniti non ci sono ancora stato. Il sogno americano, però, per me rappresenta soprattutto la libertà. Da bambino, quando vedevo la Statua della Libertà, la consideravo il simbolo stesso dell’America e di ciò che quel Paese rappresentava.
Anche oggi è un’idea che porto dentro di me. A casa indosso spesso colori come l’azzurro e il blu, proprio perché li associo alla libertà. Credo che questa sensibilità sia legata anche alla mia condizione: le barriere architettoniche e quelle mentali, in Italia, spesso limitano la libertà delle persone con disabilità.
All’estero ho avuto modo di vedere che le cose possono funzionare diversamente. Per questo, nel novembre del 2023, ho deciso di creare AG Sports Agency LLC, un’agenzia sportiva con sede a New York. Da aprile abbiamo aperto anche due sedi di rappresentanza: una a Milano e l’altra a Londra, una città che mi è rimasta nel cuore.
Il mio obiettivo è trasferirmi a New York e vivere lì. Molte persone che abitano in quella città, quando mi sentono parlare di New York, mi chiedono da quanti anni ci vivo. Racconto angoli e luoghi della città come se fossi un local, anche se in realtà non ci sono mai stato. È una passione che sento profondamente.
C’è anche una promessa fatta a suo padre che lega il suo progetto personale al desiderio di andare negli Stati Uniti.
Sì. Nel 2019, prima che morisse, ho fatto una promessa a mio padre. Lui era partito giovanissimo dalla Sicilia, a 16 anni, perché nel Mezzogiorno c’erano poche opportunità di lavoro. Con quella che si definiva la “valigia di cartone” era arrivato a Milano, dove aveva continuato gli studi e aveva iniziato a lavorare come tipografo. Io, il sabato, andavo spesso ad aiutarlo.
Mio padre mi ha trasmesso valori importanti e una grande etica. Quando è stato male, io facevo avanti e indietro tra Londra e Milano. A un certo punto pensai di non tornare più a Londra: mi chiedevo che cosa ci sarei tornato a fare.
Lui, invece, mi disse: “Tu ti sei preso un impegno. Ricordati che devi stare dove sei ben accetto. Torna a Londra e non perdere mai il tuo sogno di New York. Tu devi andarci”.
Gli ho promesso che ci sarei riuscito e sto facendo tutto il possibile per mantenere quella promessa. In questo momento sono in attesa del visto e spero che venga accettato.
Di quale visto si tratta?
È un visto legato ai meriti nazionali. Nel corso degli anni ho avuto diversi articoli e servizi dedicati alle mie attività sportive, dal 2016 al 2019, sia in Italia sia all’estero. Sono stato raccontato da realtà come San Marino, Radio Vaticana, il Tg1 e il Tg3.
Fortunatamente, anche di recente sono arrivati altri riconoscimenti e altri articoli, così il mio percorso non viene considerato qualcosa di troppo lontano nel tempo. Sono particolarmente orgoglioso, soprattutto per i miei collaboratori, del premio Le Fonti Awards, che abbiamo ottenuto come eccellenza internazionale nello sport e nel business management.
La premiazione si è svolta il 25 giugno in una cornice bellissima, Palazzo Mezzanotte, in piazza Affari, sede della Borsa, a Milano. Spero che questo riconoscimento, insieme alle altre attività che stiamo portando avanti, possa aiutarmi a raggiungere New York entro la fine dell’estate e a festeggiare lì il mio compleanno, che cade proprio negli ultimi giorni della stagione estiva.
Non credo molto alle coincidenze, ma nel 2018, quando sono diventato allenatore di calcio professionista, il riconoscimento è arrivato il 20 settembre, esattamente il giorno del mio compleanno. È un ricordo che per me ha un significato particolare.
Lei è decisamente un uomo dalla mille passioni e altrettante risorse…
Ho sempre avuto rapporti con persone che vivono e lavorano in America.
Tra la fine di dicembre e l’anno prossimo dovrei ottenere il patentino da giornalista pubblicista. Sarebbe un altro traguardo importante.
Ho un’agenzia sportiva e lo sport fa parte della mia vita da sempre. La disciplina che ho praticato maggiormente è il calcio, ma dopo l’incidente mi sono avvicinato anche ad altri sport. Alla mia prima gara di tiro con l’arco ho avuto quella che definisco la “fortuna del principiante” e ho vinto il trofeo.
Poi ho giocato per un anno e mezzo a basket in carrozzina, che considero uno degli sport di squadra più belli. Negli ultimi tempi, anche perché Milano sta andando molto bene, mi sono appassionato sempre di più alla pallacanestro. Non mi sono perso neanche una partita delle finali dei New York Knicks, anche quando venivano trasmesse alle due e mezza di notte. A casa ho più di una loro canotta.
Ho praticato anche l’hockey su ghiaccio su slittino. Non avevo mai pattinato, ma in vista delle Paralimpiadi di Torino si decise di creare la nazionale e portammo avanti quel progetto.
Sta lavorando anche alla nascita di nuove rappresentative nazionali dedicate agli atleti con disabilità.
Ho presentato al Governo e alle Federazioni la proposta per creare due nuove Nazionali. Scusami ma sono scaramantico; ho già consegnato anche al Ministero della Disabilità, al CONI e al CIP ed aspetterei a parlarne.
Per il momento ne stiamo seriamente parlando e spero che si riesca a costruire qualcosa di concreto.
Se andranno in porto ne potremo parlare, nel dettaglio, in futuro.
Ci auguriamo che la prossima intervista possa essere realizzata direttamente a New York.
Lo spero. Tra l’altro avevo pensato di lavorare a questo progetto anche per il baseball, proprio perché credo che ci siano grandi margini di crescita. A New York vorrei poter incontrare le comunità italiane, le persone con disabilità e le realtà sportive che già lavorano sull’inclusione.
Mi piacerebbe mettere a disposizione la mia esperienza e creare collegamenti tra l’Italia e gli Stati Uniti. Credo che lo sport abbia questa capacità: può unire persone, generazioni e Paesi diversi.
Parliamo di AG Sports Agency LLC. La sede newyorkese è già operativa?
Sì, la sede è attiva e regolarmente registrata. Si trova a due passi dall’Empire State Building, al 112 W della 34ª strada. Attualmente è un virtual office, ma con il trasferimento a New York diventerebbe un ufficio operativo.
Per almeno una decina d’anni, probabilmente, dovrò continuare a svolgere anche un lavoro dipendente, come ho fatto fino a oggi. L’America ha costi importanti, ma questo non mi spaventa e non mi preoccupa. Spero che UniCredit possa darmi la possibilità di lavorare a New York, visto che esiste anche questa opportunità. In alternativa, cercherò una società che creda in me.
Con un visto permanente, inoltre, non ci sarebbe per l’azienda il problema di dover investire su un visto di lavoro. Sarebbe una situazione simile a quella di un local, con una condizione paragonabile a quella di una green card, e quindi per un’azienda sarebbe più semplice assumermi.
Negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, avere 49 anni non rappresenterebbe necessariamente un problema. Lì guardano soprattutto se una persona sa fare il proprio lavoro. L’Italia è un Paese bellissimo e sono fiero e orgoglioso di essere italiano, ma purtroppo, da un lato per i giovani e dall’altro per le persone con disabilità, spesso costringe a guardare all’estero.
Ha portato avanti questa riflessione anche in Italia, partecipando a iniziative dedicate al futuro del lavoro.
Sì. Il 12 giugno sono stato a Roma, a un congresso in prefettura dedicato al lavoro del domani. Ho cercato di portare avanti anche questo tema. È triste dover pensare che per trovare opportunità una persona debba guardare necessariamente all’estero, ma credo che già il fatto di provarci sia importante.
Spero che anche altre persone abbiano il coraggio di farlo e che non si fermino davanti alle difficoltà. In Italia le scuole fanno sempre meno sport e sembra quasi che si voglia ridurre ulteriormente lo spazio dell’educazione fisica, che già oggi è insufficiente.
Negli Stati Uniti, invece, viene data la possibilità di praticare molti sport, indipendentemente dal fatto che si sia uomini o donne, normodotati o persone con disabilità. Questo per me è un modello straordinario.
Quali sono i principali ambiti di attività dell’agenzia?
Uno dei nostri core business è la rappresentanza degli atleti in tutti gli sport. L’altro consiste nel permettere agli studenti-atleti di andare a studiare nei college americani attraverso borse di studio.
Questo progetto si chiama Study and Play. Il logo raffigura un animale che rappresenta l’America, con i colori della bandiera statunitense, insieme alla scritta Study and Play e al nome della società, AG Sports Agency LLC.
Ci tengo a sottolineare che entrambi i progetti sono aperti a Tutti, esattamente come lo slogan della nostra agenzia e cioè: Sport for All e non dimentichiamo nessuno, nemmeno gli atleti paraolimpici.
A maggio dell’anno scorso abbiamo ottenuto anche il marchio registrato. Considerando che all’epoca erano passati soltanto due anni dalla nascita dell’agenzia, credo sia stato un risultato importante e non facile da raggiungere.
Mi auguro che il brand continui a crescere e che venga sempre più riconosciuto sia negli Stati Uniti sia in Italia. Sto vedendo che sta iniziando a essere apprezzato, ma per me ogni obiettivo raggiunto rappresenta soltanto un nuovo punto di partenza. Quando arrivo a un traguardo, non mi fermo: cerco subito di costruire qualcosa di nuovo.
Che cosa vorrebbe costruire, una volta arrivato a New York?
Vorrei creare nuove opportunità anche per gli italiani che vivono negli Stati Uniti. So che a New York esiste una comunità cattolica italiana molto importante e numerosa. Don Luigi, che ringrazio, mi ha già inserito da alcuni mesi nel loro gruppo WhatsApp, anche se non sono ancora in America.
Mi ha detto che mi voleva comunque all’interno del gruppo. In questo modo mi ha già fatto sentire parte della loro comunità, e questo mi ha fatto molto piacere.
Mi piacerebbe entrare in contatto con queste realtà, con le famiglie italoamericane e con le organizzazioni sportive, per mettere in comune esperienze e competenze. Vorrei portare avanti progetti capaci di unire sport, formazione, inclusione e opportunità professionali.
Nel contempo sto studiando Giurisprudenza con un’ università inglese con l’intento di approfondire poi, con un Master in presenza e provare a superare il Bar Exam di New York ed esercitare come Avvocato nella Grande Mela…il Sogno nel sogno.
Il mio obiettivo è dimostrare che, anche partendo da una condizione difficile, si può continuare a costruire. Le barriere esistono, ma non devono diventare un motivo per smettere di inseguire i propri sogni.
Ho due motti nella mia vita che credo mi identifichino: Nothing is impossible if you really want it (Niente è impossibile se lo vuoi davvero) e: Voglio Vivere la mia vita da attore protagonista non spettatore passivo.




