Alla Carnegie Hall per il Samudaripen: la musica come ponte della memoria

Gennaro Spinelli, presidente UCRI, porta a New York un concerto etno-sinfonico gratuito per ricordare tutte le vittime delle persecuzioni e dare voce, accanto alla Shoah, al genocidio rom e sinti troppo spesso dimenticato

C’è un 2 febbraio 2026 che, per UCRI e per le comunità romanès, ha il sapore di una svolta: alla Carnegie Hall di New York va in scena il Concert for the Day of Remembrance / Samudaripen, promosso dalla Union of Roma Communities in Italy con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura, UNAR di Palazzo Chigi e alcune tra le principali organizzazioni europee e internazionali. A raccontare il senso profondo dell’appuntamento è Gennaro Spinelli, presidente UCRI e violinista solista: un’intervista che attraversa memoria, identità, stereotipi, storia, famiglia. E una convinzione netta: la cultura, e la musica in particolare, può arrivare al cuore prima ancora che alla mente, disinnescando pregiudizi e restituendo dignità a una memoria davvero collettiva.

Presidente Spinelli, ci aiuta a contestualizzare l’evento di New York e il lavoro fatto con UCRI?

L’evento si svolgerà il 2 febbraio alla Carnegie Hall di New York, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, con le più grandi organizzazioni europee e mondiali di cultura romanì – ERIAC, ERGO Network, l’IRU, l’International Romani Union – e naturalmente con l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali di Palazzo Chigi: quindi ci sarà anche il governo con noi. È un appuntamento legato alla Giornata della Memoria.

Perché la data del 2 febbraio, e non il 27 gennaio, ovvero la Giornata della Memoria?

Il 27 gennaio sarò al Quirinale da Mattarella, in concerto dal Presidente della Repubblica. E quindi abbiamo dovuto impostare questo grande evento su un’altra data. Sarà un evento per la memoria di tutti.

Quando dice “memoria di tutti”, cosa intende concretamente?

Ricorderemo naturalmente la memoria della Shoah, l’Olocausto degli ebrei. Ci sarà il Samudaripen, che è l’Olocausto specifico per le comunità romanès. Ricorderemo le comunità LGBT, gli afrodiscendenti, le persone con disabilità, i Testimoni di Geova, i deportati di guerra: riporteremo tutte le minoranze. Per noi è estremamente importante ricordare tutti in questi giorni, perché la memoria deve essere di tutti, una memoria collettiva.

Perché portare questa memoria proprio a New York e proprio alla Carnegie Hall?

Perché sarà un evento di caratura mondiale e la Carnegie Hall è uno di quei luoghi che hanno una caratura artistica di fama internazionale. Abbiamo organizzato il concerto nella più grande nazione del mondo, e abbiamo scelto il centro focale di quella nazione, New York, proprio per ritrovarci tutti insieme. Saranno presenti le comunità rom e sinti americane: oggi in America ci sono tantissime organizzazioni delle comunità romanès. Ci sarà anche il Roma Council americano a supporto dell’evento e dell’iniziativa: raggrupperà comunità da tutta l’America e le porterà alla Carnegie Hall. Saremo davvero onorati.

Come presidente UCRI e come musicista che cosa significa, per lei, portare a New York questo progetto?

Ho suonato nei più grandi palchi del mondo: alla Scala, al San Carlo, ad aprile suoneremo alla Fenice di Venezia. Però tornare a New York è sempre qualcosa di molto emozionante. È il centro del mondo oggi, diciamolo. Anche il Papa, per cui ho suonato il 18 ottobre in Vaticano, è americano. Portare la nostra cultura nel centro del mondo è un elemento essenziale, importante, di grande impatto: ci permetterà di ricordare il Samudaripen, che troppo spesso viene dimenticato.

Che cosa viene dimenticato, esattamente, quando si parla di memoria?

Troppo spesso viene creata una generalizzazione nella Giornata della Memoria, o quando si parla di memoria stessa, e si perde il fulcro delle persone che andiamo a ricordare. Tutti ricordano giustamente i 6 milioni di ebrei, ma nessuno ricorda gli altri. E noi vogliamo cambiare passo, cambiare rotta: vogliamo ricordare tutti, perché oggi finalmente si può parlare di tutti. Oggi finalmente, grazie alle informazioni, alle ricerche, agli studiosi, agli storici – noi non parliamo per sentito dire, parliamo in maniera scientifica – abbiamo dati, abbiamo elementi. Oggi abbiamo informazioni su oltre mezzo milione di persone sterminate nelle comunità romanès grazie agli storici e alle ricerche. Oltre 100.000 solo ad Auschwitz. E ora vogliamo raccontarlo e tramandare una memoria.

E qui entra la musica: perché è così centrale?

Perché la musica è il più grande emblema culturale della comunità romanès. Tutti ascoltano la musica romanì spesso e non sanno che è musica rom. Alla Carnegie Hall suoneremo musica etno-sinfonica. Vuol dire che riprenderemo la musica classica scritta dai grandi compositori che si sono ispirati ai rom: lo Zigeunerweisen, la Tzigane di Ravel, la Csárdás di Monti, le Danze ungheresi di Brahms. Loro hanno fatto un omaggio a questa grande cultura, ma in fondo non l’hanno valorizzata. Allora noi prendiamo quella musica che è stata portata al modo classico e la riportiamo “a casa”, al modo rom. E suoniamo la musica tradizionale dei rom riportandola invece al modo classico. Creiamo un grande ponte artistico per creare un ponte umanitario e sociale. È questa la grande forza: questo impatto.

E il pubblico risponde…

Abbiamo fatto sold out alla Scala, al San Carlo, e alla Carnegie Hall abbiamo già i numeri per andare verso al sold out. Siamo molto, molto felici.

Un dettaglio importante: l’ingresso è gratuito. Perché questa scelta?

L’evento è offerto completamente da UCRI, è finanziato completamente dall’Unione delle Comunità Romanès in Italia. Ci teniamo tantissimo, perché finanzieremo noi ogni biglietto, ogni entrata. Vogliamo fortemente questo: la memoria deve essere qualcosa di accessibile a tutti. Quando si parla di grandi teatri, di grandi luoghi di cultura, parliamo sempre di prezzi molto importanti e non tutti se lo possono permettere. La cultura dovrebbe essere aperta al mondo. E poi l’arte e la cultura arrivano al cuore prima che alla mente: questo è essenziale. Passare attraverso l’arte vuol dire bypassare preconcetti, stereotipi, e arrivare direttamente al cuore delle persone.
Quando arrivi al cuore, vi assicuro che la vita cambia, il razzismo viene distrutto e si vedono solo persone, esseri umani. In questo caso persone che suonano e che ci portano allegria, gioia, ci fanno ballare, ci fanno ridere e ci fanno anche piangere. E piangere è un’emozione: non dobbiamo trattenerla, nemmeno sul palco. Quante volte si vedono artisti commuoversi sul palco? L’arte è anche questo.

Nel concerto ci saranno anche omaggi ad altre comunità.

Suoneremo omaggi alle comunità ebraiche perché è giusto così. Ci saranno omaggi alle altre minoranze perché è giusto così. Passeremo attraverso la musica romanì come cardine essenziale per arrivare a tutto il resto del mondo: come unione, ponte, volontà di farsi ascoltare, ricordare e conoscere.

La vostra non è una contrapposizione, ma è un’integrazione della Memoria.

Esatto. Quando si parla di memoria, se io ti parlo di “Schindler’s List”, tu conosci benissimo la melodia. Se io ti parlo di Samudaripen, voglio farti conoscere un’altra melodia, un’altra musica. Ecco cosa vengo a fare a New York: vengo a farti conoscere un altro brano, un’altra parte di memoria, altrettanto triste, altrettanto grande. Non veniamo a togliere nulla a nessuno: veniamo a donare. Voglio donare memoria in più, qualcosa in più. È questo il senso della cultura. La discriminazione spesso parte proprio da lì, da quel “Torna a casa tua”.

Lei, a quel “torna a casa tua”, risponde con un’identità molto chiara.

Io mi presento sempre così: sono Gennaro Spinelli, un cittadino italiano di etnia rom. Gennaro: una persona, con le proprie decisioni e autonomia. Spinelli: una famiglia, un retaggio familiare, una storia familiare. Cittadino italiano: diritti e doveri di uno Stato sovrano. Di etnia rom: una cultura in più. Io, oltre a parlare italiano, a festeggiare il Natale, parlo una lingua in più, ho usanze in più, caratteristiche in più. Nulla di meno all’italianità: solo qualcosa in più. E sono orgoglioso di essere italiano, anzi orgoglioso anche di essere abruzzese. Dell’Abruzzo si parla sempre o di arrosticini o di cose negative, ma mai della bellezza di quel posto.

Quando si parla di rom si pensa ai campi nomadi in Italia, percepiti sempre negativamente.

Numeri alla mano è una narrazione sbagliata, la maggioranza dei sono rom italiani presenti sul territorio da oltre sei secoli. Oggi in Italia le stime del Consiglio d’Europa parlano di circa 120.000, ma facendo una massimizzazione, circa 180.000 rom. Parliamo dello 0,25% dei cittadini italiani: 180.000 su 60 milioni. Di queste 180.000 persone, circa 10.000 abitano in quelli che oggi vengono chiamati “campi nomadi”. Ma non sono campi e non sono nomadi: sono stati creati negli anni ’70-’80, quindi da oltre 50 anni quelle persone sono ferme. Hai mai visto un nomade fermo nello stesso punto per 50 anni? No. Sono moderni campi profughi: persone arrivate dopo la guerra dei Balcani che, invece di trovare case e accoglienza, hanno trovato recinti. Ecco perché la memoria oggi è estremamente importante.

Raccontato così cambia tutto. Come lei sottolinea spesso, integrare chi è qui da seicento anni è un paradosso.

Io faccio parte dei rom di antico insediamento, arrivati tra il ’300 e il ’400: il primo documento dei rom risale a Bologna nel 1422, molto prima che l’Italia si chiamasse Italia, molto prima dell’Unità. Quindi quando si dice “Torna a casa tua”, io dico: questa è casa mia. Come si fa a integrare un popolo che sta su un territorio da oltre 600 anni? Io vivo in casa, lavoro.
Esiste una problematica sociale che nulla ha a che vedere con la bellezza della cultura. Io sono rom non per nazionalità: rumeno è una nazionalità, rom è un’altra cosa e spesso viene confusa. Io sono rom perché parlo una lingua in più, il romanès; perché c’è un retaggio storico e familiare; perché ho tradizioni in più: il Bučipé come rito del fidanzamento, il Calipé come rito del funerale, il matrimonio vissuto in un certo modo, la Kris che è un tribunale interno, un tribunale d’onore. Sono elementi che ho raccontato anche nel mio libro, Rom e Sinti. 10 cose che dovresti sapere, proprio per rendere questi concetti facili e per tutti. E ci tengo perché quello stereotipo basato sull’ignoranza l’ho vissuto sulla mia pelle. La gente non sa nemmeno come ci chiamiamo: ci chiamano ancora “zingari”.

Il termine “zingaro” viene comunemente usato con una accezione negativa, come un insulto, ma non è un sinonimo di “rom”.

“Zingaro” è un eteronimo: è il modo in cui un popolo chiama un altro popolo, spesso in maniera dispregiativa. Come noi in America veniamo chiamati “mafiosi”, “pizza e mandolino”. Ma io sono italiano, non sono pizza e mandolino. Noi siamo “rom”, che è un etnonimo: il modo in cui noi ci autodefiniamo. Questo ti fa capire quanto, quando si parla di rom e sinti, la basilarità manchi. E tutta questa ignoranza porta discriminazione: una discriminazione basata sulla non conoscenza.

Lei cita numeri molto forti sulla percezione in Italia.

Oggi ci sono rapporti che dicono che circa l’83% della cittadinanza italiana ha sentimenti negativi verso rom e sinti senza conoscerli. Siamo il più alto tasso di discriminazione in Europa, con la minor percentuale di presenza: lo 0,25%. E di questo 0,25, solo 10.000 abitano nei campi. Solo 10.000. È come giudicare l’Italia andando a guardare i clochard che vivono per strada e dire: “Ecco la cultura italiana”. No: quella è una problematica, non la cultura di un Paese.

In questo quadro, lei sceglie l’arte come strumento di “sopravvivenza” oltre che di racconto.

Abbiamo trovato questo metodo: tra arte, volontà e sopravvivenza. L’arte. La musica è studio e sacrificio continuo: io sono diplomato in conservatorio, come le mie sorelle e mio padre. Non siamo solo “laureati”: siamo studiosi, ricercatori, persone che intendono portare oltre questa cultura facendola conoscere. E per farlo abbiamo scelto l’arte.

Quanta “musica rom” ascoltiamo senza saperlo?

Tanta. Pensa a Django Reinhardt, che proporremo alla Carnegie Hall: con sole due dita ha rivoluzionato il jazz europeo. Pensa alle Csárdás di Monti, alle Danze ungheresi di Brahms. Persino strutture musicali che la scienza dell’armonia permette di ricondurre a quel mondo. Oggi il flamenco: chi va in Spagna e non sente il flamenco? Però non si ringraziano mai i rom. I rom “esistono” solo quando c’è un problema sociale: carovane, accattonaggio, furti… ed è assurdo.

Lei spesso racconta che molti rom e sinti, anche professionisti, scelgono di nascondersi.

Ci sono professori universitari, dottori, ingegneri, medici che non dicono più di essere rom. Perché la discriminazione ti porta a questo. Eppure potrei farti mille esempi: Elvis Presley, Charlie Chaplin che nelle sue memorie dice di essere sinto senza vergogna, Rita Hayworth – all’anagrafe Rita Cansino, una Calé di Spagna. Potrei citare anche sportivi e artisti: ce ne sono tantissimi. Ma a un certo punto, per fare carriera, ti accorgi che non devi più dire di essere rom perché a qualcuno dà fastidio.

Lei invece ha sempre fatto l’opposto.

Io non ho fatto altro che dire di essere rom. Io porto alla Carnegie Hall la musica rom. Il giorno prima, sullo stesso palco, suona Itzhak Perlman, uno dei più grandi violinisti della storia. E io avrò l’onore di portare la mia musica su quel palco. Questo è qualcosa che non puoi comprare: la carriera e la fama non te lo danno. È l’orgoglio. L’orgoglio di essere te stesso. Certo, prendendo botte: prendo un sacco di botte. Litigo costantemente in maniera proattiva: non sono un distruttore, cerco di costruire, ma è un confronto continuo. Però a testa alta, portando la nostra arte nei luoghi di pace e di cultura del mondo.

C’è una rete di sostegni istituzionali importanti attorno all’evento.

L’Istituto Italiano di Cultura ci ha puntato tantissimo, il Consolato italiano ha dato il patrocinio, e tanti parlamentari ci hanno chiamato sia dal Parlamento europeo sia dall’Italia per spingere questo evento. Lo vogliono in tanti perché è giusto, perché è vero, perché si può e si deve fare. Soprattutto in questo periodo storico in cui il razzismo sembra sdoganato: sui social si può dire qualsiasi cosa e nessuno ti può dire nulla. E il razzismo toglie opportunità. Ti toglie lavoro, casa, vita, tutto.

In questo senso, lei parla di una “rivalutazione di un intero popolo”.

Esatto. “I rom conquistano la Carnegie Hall”: è la rivalutazione di un intero popolo. Non riguarda più Gennaro. Io non voglio il mio nome sulle copertine: voglio il mio popolo in cima alle copertine. Ecco perché si chiama “Concerto per la Memoria” e non “Gennaro Spinelli in concerto”. Il mio nome viene dopo. E sul manifesto ci sono il mio nome, quello di mio padre e quello di mio nonno: tre generazioni su un solo manifesto. Ecco il tramandarsi.

Suo nonno, tra l’altro, è stato deportato: questa memoria entra anche nel concerto.

Sì. Mio nonno è stato deportato nei campi di concentramento, è stato un testimone dei campi. Purtroppo non c’è più. È scomparso qualche anno fa, durante il Covid. Io mi chiamo Gennaro Spinelli come lui. È un argomento forte. Ma sul palco ne parleremo. Faremo anche una conferenza-lezione in mezzo al concerto: spiegheremo quello che andiamo a fare, perché è importante dare un significato a ciò che facciamo.

Sul palco lei sarà con suo padre: anche questa è una scelta simbolica.

Sì. Ho scelto di tenerlo con mio padre, che è un grandissimo musicista, professore universitario. Ma soprattutto è mio padre. Quello che vedrete non è solo un padre e un figlio che suonano: è un tramandarsi continuo. Io e lui ci sfidiamo a migliorare: una sfida positiva, col sorriso. È lo stesso concetto che portiamo alle nostre comunità: progredire e avanzare nonostante tutto. E musicalmente è anche una metafora: mio padre mi fornisce un’armonia sulla quale io improvviso, e io faccio lo stesso per lui. Creiamo la base per la vita degli altri, vicendevolmente.

Nel concerto ci saranno anche parole oltre alla musica, dunque?

Ci saranno parole, spiegazioni. Ci saranno poesie lette in romanès, ovviamente tradotte poi in italiano, in inglese e speriamo anche in lingua ebraica: abbiamo amici che verranno e vorremmo tradurle anche in ebraico. Proprio per dare il concetto che è di tutti. E leggeremo poesie ebraiche in romanès: ci tramandiamo, ci dividiamo, ci riuniamo e ci ritroviamo costantemente. Poi daremo concetti “scientifici”: musicali, spiegheremo il perché questa musica è scientificamente romanès, cos’è la musica rom, come si identifica. Ma sempre tra sorrisi, spiegazioni pratiche e naturalmente tanta, tanta, tanta musica. Il concerto dura un’ora e mezza, ma vi assicuro: ne sembreranno quattro e non vorrete mai andare via.

Lei ha detto una frase che colpisce: “Non vengo a togliere, vengo a donare”.

Se io parlassi solo dei rom, farei lo stesso torto che hanno fatto a noi. È una cosa importante. Io ho provato odio, io sono stato male, ho subito discriminazione e non lo farei mai a qualcun altro. Quando lo subisci sulla tua pelle non lo faresti mai a nessuno. E poi ci sono parole che feriscono. Magari uno dice “non lo dico per discriminazione”, però a me fa male. Se usi certe parole per definire omosessuali o afrodiscendenti, fai male perché quelle persone quella parola l’hanno subita. Noi alcune parole le abbiamo subite.

Da qui la sua scelta “pragmatica” di lotta attraverso la musica.

Sì. Ho scelto il modo più concreto e più giusto per lottare. Io potrei suonare solo musica classica, potrei fare Beethoven e basta, perché è quello che ho studiato. Ma non avrebbe senso. Io non sono solo quello: io sono la mia musica. Perché la musica romanì non è uno spartito: è un carattere, è un modo di essere. E questo concerto è anche il modo per rappresentare la nostra cultura con la discendenza, con il tramandarsi.

Lei racconta anche un principio educativo durissimo: “se sei bravo non basta, devi essere eccezionale”.

Mio padre mi ha sempre detto: devi essere eccezionale, se sei bravo non vale nulla, perché purtroppo sei rom. Quindi se sei bravo devi incantare, devi essere eccezionale. Per questo studio otto ore al giorno. È per questo che ho uno strumento che costa come una casa. E per questo non faccio altro che pensare a come migliorare.

E la motivazione non è individuale: lei insiste sul farlo “per gli altri”.

Esatto. Quando lo fai per te ci sono milioni di modi per mollare, troverai miliardi di scuse. Trovare scuse è facilissimo. Quando lo fai per qualcun altro, per gli altri, non c’è una scusa abbastanza grande per fermarti. Se lotti per tuo figlio non troverai mai una scusa. Io lo faccio per la mia gente, lo faccio per tutti i miei fratelli.

Un ultimo dettaglio: lei è stato il presidente più giovane nella storia di UCRI?

Sì. Sono al secondo mandato. Sono diventato presidente a 28 anni, il più giovane in assoluto. Ma sono figlio d’arte: ho cominciato la mia prima organizzazione a 18 anni, lavoro a Palazzo Chigi da quando avevo 21 anni. E da lì non mi sono mai fermato, sempre facendo il musicista.

Come ci si saluta in maniera benaugurante, tra rom, quando ci si lascia?

C’è un saluto che facciamo spesso tra rom: Baxtalo sastipé – o, come lo diciamo noi, But baxt ta sastipé – vuol dire “con tanta salute e fortuna”, quindi che tu possa essere fortunato, che tu possa prendere la strada migliore possibile. È un augurio grande, profondo. È il modo in cui ci salutiamo: che tu possa essere forte e fortunato nella tua vita e nelle tue scelte.

È l’augurio che le faccio, a nome di tutta la redazione de ilNewyorkese. A proposito, UCRI riserverà anche dei biglietti ai nostri lettori?

Sì. Ci teniamo tantissimo: vogliamo donare i biglietti al ilNewyorkese. Saranno gratuiti. Terremo un tot di biglietti per il vostro giornale, dovrebbero essere tra i 20 e i 25. È una cosa importante: non sono numerati, quindi vale la regola “chi prima arriva meglio alloggia”. Li doniamo al giornale perché possano partecipare tutti e tutti abbiano la possibilità di venire.

Immagine di Guglielmo Timpano

Guglielmo Timpano

Laureato in Scienze Politiche. Giornalista freelance. Conduttore radiofonico. Presentatore televisivo. Appassionato di sport, storia e animali: per combinare tutti questi interessi, il sogno sarebbe seguire un torneo di calcio tra dinosauri.

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