Direttore d’orchestra, compositore e membro dell’Academy, Fabrizio Mancinelli è una delle voci italiane più riconosciute nella musica per il cinema internazionale. A Hollywood ha diretto e collaborato a grandi produzioni, tra cui Green Book, contribuendo a colonne sonore che lo hanno portato nel circuito degli Academy Awards. Lo scorso anno ha ricevuto una nomination per Anuja, confermando una carriera che unisce radici italiane, formazione classica e uno sguardo globale. Lo abbiamo incontrato in uno dei momenti più intensi del calendario cinematografico: la stagione degli Oscar.
Siamo nel pieno della stagione degli Oscar. Lei è membro dell’Academy e lo scorso anno ha ricevuto una nomination. Che cosa rappresenta questo momento per lei?
Essere nel mezzo della stagione degli Oscar significa soprattutto guardare molti film, per poter votare in modo responsabile, basandosi su ciò che ogni opera comunica davvero. Il valore di un film è sempre soggettivo, quindi cerco di dedicare a ogni titolo la stessa attenzione che vorrei fosse riservata al mio lavoro quando viene giudicato: guardo tutto, recupero ciò che potrei aver perso e ascolto con grande attenzione, soprattutto nelle prime fasi della selezione. In ogni caso, le nomination restano qualcosa di unico e di estremamente importante.
È diventato membro dell’Academy. Che cosa ha significato per lei questo riconoscimento?
È un grande onore far parte di un gruppo selezionato di artisti e poter imparare da chi ha aperto la strada prima di noi. Confrontarsi con figure come Diane Warren o con altri compositori che diventano anche amici è un privilegio straordinario. Allo stesso tempo sento una forte responsabilità nel contribuire. L’Academy non è soltanto un simbolo di prestigio, ma un’istituzione che lavora per migliorare il settore e lasciare qualcosa di significativo alle generazioni future.
Da Green Book ad altri importanti progetti internazionali: come è cambiato il suo approccio alla musica?
Ho avuto l’onore di dirigere partiture per colleghi come Chris Bowers, trascorrendo molto tempo in studio. Mi considero un musicista versatile: compositore, ma anche direttore d’orchestra. Ogni esperienza amplia il vocabolario musicale. Essere a stretto contatto con musicisti diversi aiuta a rimanere contemporanei pur restando fedeli a sé stessi.
I suoi progetti spaziano molto, dall’animazione internazionale al cinema italiano. Come cambia il suo approccio alla composizione?
Ogni film richiede un linguaggio diverso. Per Out of the Nest ho lavorato con grande libertà creativa, studiando la cultura musicale thailandese per creare qualcosa di credibile sia per il pubblico orientale sia per quello occidentale. Per Rossovolante, invece, ho cercato quello che chiamo “il suono delle Dolomiti”: un dialogo tra il mondo interiore del protagonista — rappresentato da un violino solista — e la maestosità delle montagne, evocata dall’orchestra e dai sintetizzatori. Il budget, gli strumenti disponibili e la storia determinano sempre la direzione musicale.
Il suo percorso iniziale non era nella musica. Quando è arrivato il momento decisivo?
La passione per la musica c’è sempre stata fin dall’infanzia. Tuttavia ho seguito anche una strada più “sicura”, laureandomi in giurisprudenza e ottenendo l’abilitazione da avvocato. La vera svolta è arrivata con una borsa Fulbright che mi ha portato negli Stati Uniti. Da quel momento ho scelto definitivamente la musica, anche grazie alla guida di Giancarlo Menotti, di cui sono stato assistente.
Tra le sue ispirazioni c’è Ennio Morricone.
Morricone è la mia più grande ispirazione nella musica per il cinema. Il mio mentore diretto è stato Luis Bacalov, ma Morricone resta un genio assoluto: non solo un maestro del tema musicale, ma qualcuno capace di inventare nuovi suoni e di comprendere istintivamente ciò di cui un film ha davvero bisogno.
Come trova l’ispirazione quando inizia un nuovo progetto?
Cerco sempre la chiave narrativa. In Out of the Nest la sfida era creare una musica che rispettasse la cultura locale pur restando universale. In Rossovolante ho lavorato sul rapporto tra uomo e montagna, traducendo emozioni e paesaggio in suono.
Anche l’intelligenza artificiale sta entrando nel mondo della musica. Qual è la sua posizione?
Sono piuttosto scettico sugli usi generativi nel processo creativo, soprattutto per le questioni legali legate alla proprietà delle opere. Detto questo, credo che l’IA possa essere utile come strumento tecnico per accelerare alcuni processi. La paragono al fast food: può servire a qualcosa, ma non sostituirà mai l’esperienza di un grande ristorante. Se mai, potrebbe spingere gli artisti a essere ancora più originali.
Il suo legame con L’Aquila è molto forte. Che cosa ha significato tornarci per un evento così importante?
È stato molto emozionante dirigere un brano dedicato anche alla memoria delle tragedie dell’Abruzzo. Tornare con la mia famiglia e esibirmi davanti al Presidente della Repubblica è stato un momento di grande unità e orgoglio. Tutto ciò che faccio è anche un tributo agli amici che non ci sono più.
Progetti futuri?
Posso dire poco. Rossovolante andrà presto in onda su Rai 1 e sto lavorando a nuovi progetti di animazione, oltre che a una serie. Scrivere musica per l’animazione è particolarmente complesso, perché spesso accompagna quasi ogni minuto del film. Ma è anche una delle sfide più affascinanti.