Due isole circondate dallo stesso mare e diversissime tra loro. È così che si è aperta la serata che il 18 giugno ha riempito l’ufficio dell’Italian Trade Agency, a New York, per l’ITA Talks “Endless Summer”, dedicato ai prodotti, alle tradizioni culinarie e ai vini di Sicilia e Sardegna. Una conversazione tra chef, importatori ed esperti, seguita da un buffet ispirato alle due cucine.
L’incontro fa parte di una serie che l’ITA ha lanciato per celebrare la cucina italiana, iscritta lo scorso dicembre dall’UNESCO nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità. «Abbiamo appena concluso l’ITA Talk dedicato all’Endless Summer, con la cucina e i vini della Sicilia e della Sardegna, due isole che offrono prodotti eccellenti», ha spiegato Raimondo Lucariello, responsabile della divisione Food and Wine dell’ITA di New York. La cucina italiana, ha aggiunto, è stata riconosciuta dall’UNESCO come una cucina «che appartiene a tutti quanti».
A guidare la conversazione è stata la giornalista Donatella Mulvoni, corrispondente dagli Stati Uniti, sarda di origine ma poco disposta a fare il tifo per la sua isola. «Quando mi chiedono dove andare, se in Sardegna o in Sicilia, è difficile per me dire Sardegna, perché amo molto anche la Sicilia», ha raccontato. «Sono due terre diverse per tradizioni, paesaggi e persone, ed è impossibile prendere una parte». Proprio quella varietà, ha aggiunto, era il tema della serata: come la ricchezza delle due isole si riflette nel cibo, nei vini e nei prodotti.

Sul fronte dei vini sardi è intervenuto Giovanni Caveggia, direttore del portfolio di Empson USA, che ha raccontato come gli americani stiano scoprendo la Sardegna anche grazie al turismo. «Quando la gente torna dalla Sardegna, non vuole più andare a Coney Island», ha scherzato, prima di spiegare che il vino diventato più popolare è il Vermentino. Ha poi insistito sui vitigni autoctoni dell’isola, dal Cannonau al Carignano, e su una curiosità del Sulcis, dove i terreni sabbiosi hanno protetto le viti dalla fillossera, lasciando una delle più alte concentrazioni di vigne a piede franco d’Europa. «Il vino per gli italiani è cibo», ha osservato. «Non è cibo e vino, è cibo: una parte la mastichi, una parte la bevi».
Per la Sicilia ha parlato Filippo Pistone, titolare di Bacchanal Wine Importers, nato a Catania. Ha raccontato l’isola partendo dai suoi vini, dall’Etna, dove si coltiva fino a mille metri e sopravvivono vigne più che centenarie scampate alla fillossera, fino a Marsala. «Tutti qui hanno mangiato il Chicken Marsala in un ristorante di New York», ha detto, ricordando però che il Marsala vero è molto più di un vino da cucina, un prodotto storico fatto di riserve invecchiate decenni. Sul vitigno simbolo dell’isola, il Nero d’Avola, ha usato un’immagine newyorkese: «È come Manhattan per New York, il cuore della Sicilia».
Il dialogo tra le due isole è proseguito tra formaggi, oli, bottarga e il pane carasau, con la moderatrice a tenere viva la rivalità scherzosa tra i tavoli siciliano e sardo. A chiudere la parte conviviale è stato il menù della serata, presentato dallo chef Damiano Rosella, dell’Associazione Cuochi Italiani di New York. «La Sardegna e la Sicilia sono due isole diverse, ma condividono lo stesso rispetto per il Mediterraneo e per la qualità degli ingredienti», ha detto, annunciando un percorso che andava dagli arancini e dalle panelle palermitane alla caponata, dalla pasta alla Norma ai formaggi delle due isole, fino ai cannoli.
Il filo della serata era uno solo: far conoscere agli americani due cucine che, come ha ricordato Lucariello, appartengono ormai a chiunque le sappia apprezzare.




