I 400 influencer di New York, prima dei social

Prima di Instagram e dei reel virali, New York aveva già i suoi “top creator”. E i follower? Solo quelli che contavano davvero

Quando parliamo di influencer, pensiamo subito a feed perfetti, trend e reel virali. Eppure New York City ha sempre avuto i suoi opinion leader, ben prima dei social network. Erano semplicemente i potenti, quelli che contavano davvero nella società. La lista che meglio di tutte simboleggiava questo potere era quella dei Quattrocento, nata durante la Gilded Age di fine Ottocento.

Nel 1892, il The New York Times pubblicò un elenco delle persone più influenti di New York, attribuito a Ward McAllister, ex avvocato diventato arbitro della società secondo il quale “se si esce da questo numero, ti imbatti in persone che non si sentono a proprio agio in una sala da ballo oppure mettono a disagio gli altri.”

Ward McAllister / Adolphe Yvon, oil painting, 1877 / via New York Historical Society | O.Henry / Unknown author, 1922 | via Gutenberg.org

Quattrocento non era un numero casuale: corrispondeva alla capienza massima della sala da ballo di Caroline Schermerhorn Astor, la regina incontrastata della scena sociale newyorkese.

Immaginatelo come un antico algoritmo sociale: nessun like digitale, ma inviti ufficiali, reti di parentela e conferme stampate sui giornali. Dentro c’erano banchieri, avvocati, broker e magnati delle ferrovie, insieme agli aristocratici del vecchio ceppo (old money) e ai nuovi ricchi (nouveau riche) che avevano appena “comprato” il loro ingresso nei circoli giusti. In un parallelismo contemporaneo, Caroline Astor sarebbe stata la regina degli eventi esclusivi, mentre Alva Vanderbilt la fashion influencer capace di rompere le regole e far parlare tutta la città.

Mrs. Astor / Carolus-Duran, oil on canvas, 1890 / via The Metropolitan Museum of Art |  Mrs. Astor Ballroom

Come accade anche oggi, non mancarono polemiche e critiche. Alcuni giornali presero in giro McAllister, soprannominandolo “Mr. Make-a-Lister”, una presa in giro che lo dipingeva come l’uomo ossessionato dalle liste, mentre parte della vecchia élite guardava con sospetto chi diventava “famoso” solo grazie agli inviti ai balli giusti. Lo scrittore O.Henry (pseudonimo di William Sydney Porter), rispose con The Four Million, ricordando che ogni newyorkese (all’epoca gli abitanti erano circa quattro milioni) contava, non solo quei 400 privilegiati.

Ciò che rende affascinante questa storia è quanto somigli al mondo dei social di oggi. L’influenza si misura ancora in visibilità, accesso e approvazione: una volta servivano inviti fisici e relazioni familiari, oggi follower ed engagement rate. Molti nomi della lista erano veri e propri content creator ante litteram: organizzavano eventi spettacolari, costruivano un’immagine iconica e facevano parlare la città, esattamente come un influencer moderno crea hype con post e reel.

Che sia una sala da ballo sulla Fifth Avenue e un feed Instagram perfettamente curato, cambia il formato, ma non la sostanza.

E forse non è un caso che la villa di Caroline Schermerhorn Astor sorgesse sulla Fifth Avenue all’angolo con la 34ª strada, proprio dove oggi si trova l’Empire State Building: il centro simbolico del potere di ieri è diventato quello dell’immaginario globale di oggi.

Immagine di Michele Mari

Michele Mari

Michele Mari è un direttore creativo italiano e art director con base a Manhattan. Vive e lavora a New York, città che ama profondamente — quasi quanto ama la pizza. Quando non lavora su campagne o concept creativi, va a caccia delle storie (e delle fette) più sorprendenti della città, raccontandole su Instagram.

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