Stefano Elio Radio: “Così abbiamo costruito un ponte tra Italia e Stati Uniti attraverso sport e formazione”

Dal calcio alla nascita del Rome City Institute: la visione di un’università internazionale che forma leader partendo dallo sport

Dalla Lega Pro italiana ai campus americani, fino alla creazione di un’università internazionale nel cuore di Roma. Stefano Elio Radio, presidente del Roma City Institute, racconta il percorso che lo ha portato a costruire un ponte concreto tra Italia e Stati Uniti, unendo sport, formazione accademica e visione globale. In questa intervista ripercorre le origini del progetto, il modello educativo innovativo e le sfide future, tra crescita internazionale e sviluppo di nuovi talenti.

Presidente, la sua storia dimostra che anche lei è un ponte vivente tra Italia e Stati Uniti. Come è nato questo rapporto?
Come tutte le cose, nasce per caso. Arrivo negli Stati Uniti nel 2013 grazie a Giorgio Antongirolami, una delle persone con cui poi ho costruito tutto quello che abbiamo creato. Lui allenava un college americano dal 1996 e, a un certo punto, mi ha offerto una borsa di studio per fare un Master in Business grazie al calcio. All’epoca parlavo pochissimo inglese e provavo a fare il calciatore professionista in Italia: avevo giocato negli ultimi anni in Lega Pro, quindi ero uno di quei tanti bravi ma non abbastanza per giocare “at the highest level”. Ho colto l’opportunità e sono partito.

Arrivato negli Stati Uniti mi sono accorto che gli italiani che facevano sport nelle università erano pochissimi, mentre c’erano ragazzi da tutto il mondo: inglesi, spagnoli, brasiliani, tedeschi. Ci siamo chiesti perché gli italiani non sfruttassero questa possibilità e la risposta era semplice: mancava un ponte.

Da lì abbiamo creato College Life Italia, oggi una delle agenzie più grandi al mondo, con l’idea di aiutare studenti italiani a ottenere borse di studio grazie allo sport. Dal 2013  abbiamo aiutato circa 350 ragazzi all’anno, con l’obiettivo di dare un’alternativa a chi è bravo ma non abbastanza per diventare professionista, perché lo sport può comunque essere un veicolo per diventare professionisti in altri settori.

Nel 2018 abbiamo fatto un passo in più: creare il ponte inverso, portare studenti-atleti americani in Italia. Così è nato il Rome City Institute, partendo da un master in sports management. Oggi siamo un’università con accreditamento americano, con 400 studenti in 11 discipline, il 90% provenienti da Stati Uniti e Canada, con l’obiettivo di arrivare a 1000 studenti entro due anni.

Se dovesse definire il Rome City Institute, come lo descriverebbe?
È una domanda che ci siamo posti anche noi per anni. Poi un imprenditore texano ci ha dato una chiave: ci ha detto che abbiamo fatto quello che facevano gli antichi romani e greci, cioè mettere lo sport al centro della comunità.

Il 100% dei nostri studenti sono atleti, ma non vogliamo essere etichettati come università sportiva, perché sarebbe limitante. Non significa che chi fa sport debba studiare solo sport. Infatti la facoltà più diffusa è International Business.

L’idea è lavorare con atleti, perché lo siamo stati anche noi e crediamo nei valori dello sport, e formare leader del futuro: imprenditori, economisti, politici. Chi pratica sport sviluppa competenze che non si imparano sui libri e avrà sempre una marcia in più rispetto a chi non lo ha mai fatto.

Quindi puntate su una nuova figura di atleta, capace di diventare anche uomo d’affari?
Certo. In Europa il problema è che molti atleti professionisti non hanno una formazione accademica e smettono a 35-37 anni trovandosi in difficoltà. Negli Stati Uniti, invece, il 99% degli atleti è laureato perché tra i 18 e i 22 anni compete a livello collegiale.

Questo cambia tutto: anche chi diventa professionista è già preparato per il dopo. E la maggior parte non lo diventerà, quindi avere una carriera accademica parallela ti dà una marcia in più nel mondo del lavoro.

Qual è il target del Rome City Institute?
Lo studente tipico è un ragazzo americano che si diploma in un liceo e pratica sport a buon livello. Può scegliere il percorso tradizionale negli Stati Uniti oppure venire a Roma e vivere un’esperienza simile, ottenendo una laurea accreditata americana.

Roma è fondamentale per due motivi: è una delle città più belle al mondo e offre un’esperienza internazionale unica. Vivere all’estero anche solo per un anno dà una marcia in più rispetto a chi segue un percorso tradizionale.

Quali sono gli sport più praticati dai vostri studenti?
Calcio, basket, pallavolo, football americano – dove siamo anche diventati owner del 15% della nuova lega – tennis, nuoto, golf, lacrosse, canottaggio, hockey su prato.

Un dato interessante è che il 40% dei nostri studenti è femminile, una percentuale molto alta e piuttosto rara per un’università di atleti.

Gli USA ospiteranno i Mondiali di calcio 2026 questa estate. Il calcio negli Stati Uniti è cambiato negli ultimi anni?
Con l’arrivo di Messi qualcosa è cambiato. Il calcio è sempre stato molto praticato, soprattutto a livello femminile, ma meno seguito rispetto a football americano, baseball e basket.

Oggi però è lo sport più praticato tra gli under 14. Il movimento cresce, anche se il gap economico rispetto agli altri sport resta. Ci sono scuole calcio con migliaia di ragazzi e il sistema si sta sviluppando.

Con la Serie A lavoriamo per aumentare la visibilità negli Stati Uniti attraverso il programma “Serie A Elite”, portando il brand anche in realtà locali e selezionando giovani talenti che possono fare esperienze in Italia.

E sul livello della nazionale americana?
Ci sono giocatori come McKennie e Pulisic e ne arriveranno altri. Gli Stati Uniti hanno 300 milioni di abitanti: è naturale che diventino competitivi anche nel calcio. Sarà interessante vedere i risultati nei prossimi anni.

Qual è oggi la percezione della Serie A negli Stati Uniti?
La Premier League domina il mercato: la maggior parte degli americani segue squadre inglesi. La Serie A sta cercando di crescere, anche grazie a un ufficio a New York, ma non è semplice perché competiamo sia con altri campionati sia con altri sport.

La chiave è creare tifosi: una persona segue un campionato solo se ha una squadra del cuore. Se non tifi una squadra, non guardi Lecce-Verona. Ma se sei tifoso del Lecce, allora sì. È una sfida complessa, ma importante.

Tornando a voi, perché uno studente americano dovrebbe scegliere il Rome City Institute?
Fare un’esperienza internazionale è fondamentale per il successo di un giovane. Per chi vuole unire sport e studio a livello internazionale, noi siamo l’unica realtà fuori dagli Stati Uniti che offre questo modello.

Qui ci si allena tutti i giorni con allenatori di livello nazionale e si studia in un ambiente internazionale. È un percorso diverso, e chi fa scelte non convenzionali viene spesso visto meglio anche nel mondo del lavoro.

Un’esperienza da noi può aprire porte che un percorso tradizionale non apre.

Qual è la visione che la guida e che tipo di impatto vuole lasciare nel lungo periodo?
Per me creare un’università da zero è qualcosa di straordinario, oggi raro. L’obiettivo è lasciare una legacy, qualcosa che possa durare anche dopo di me, magari per i prossimi 500 anni.

Siamo partiti con 15 studenti, poi 30, oggi siamo 400. Abbiamo costruito un modello che funziona, con studenti soddisfatti e una comunità diversa da quella tradizionale.

Siamo poco accademici nel senso formale, ma molto seri nei contenuti: vogliamo dimostrare che si può fare università anche in modo diverso, unendo studio, sport, divertimento e senso di comunità.

La vostra sede è nel cuore di Roma, in una location molto suggestiva. Quanto conta questo aspetto?
Molto. Il campus era quello della Temple University per 50 anni. Anche questo è nato quasi per caso: quando si è liberato non avevamo ancora i numeri, ma abbiamo creduto nella nostra visione.

Oggi molti studenti americani vengono in Italia per brevi periodi, i cosiddetti “study abroad”. Noi invece puntiamo sugli studenti che fanno l’intero percorso di laurea a Roma.

I nostri 400 studenti sono tutti degree seeking, cioè completano qui il loro percorso. L’obiettivo è arrivare a 1000 studenti e diventare l’università americana con più studenti di questo tipo in Italia.

In futuro vogliamo anche aumentare gli studenti italiani, dal 5% al 20%, perché studiare in un ambiente internazionale dà un vantaggio enorme anche restando in Italia.

Immagine di Guglielmo Timpano

Guglielmo Timpano

Laureato in Scienze Politiche. Giornalista freelance. Conduttore radiofonico. Presentatore televisivo. Appassionato di sport, storia e animali: per combinare tutti questi interessi, il sogno sarebbe seguire un torneo di calcio tra dinosauri.

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