Paolo Giordano racconta Infinite Jest a Inkwaves

Torna un nuovo appuntamento di Inkwaves, il ciclo ideato dall’Istituto Italiano di Cultura di New York in collaborazione con l’agenzia letteraria Alferj Literary Agency

Inkwaves mettere in dialogo scrittori italiani e statunitensi a partire da un’idea semplice: ci sono libri che non si esauriscono con la lettura, ma continuano a lavorare dentro chi li ha letti. E, soprattutto, dentro chi scrive. A ogni incontro, uno scrittore è invitato a raccontare un libro che ha avuto un impatto decisivo sulla sua formazione, mentre accanto a lui intervengono docenti, traduttori ed editori, in una conversazione che tiene insieme esperienza personale e riflessione più ampia sulla letteratura.

Dopo l’apertura dell’8 aprile con Chiara Barzini, che ha scelto The White Album di Joan Didion, il secondo appuntamento è dedicato a Paolo Giordano che è entrato in conversazione con Christian Lorentzen e il direttore dell’Istituto Claudio Pagliara. Fisico e scrittore, Giordano è autore, tra gli altri, de La solitudine dei numeri primi, vincitore del Premio Strega nel 2008. Oggi è considerato una delle voci più riconosciute della narrativa italiana contemporanea.

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Al centro della sua scelta c’è Infinite Jest di David Foster Wallace, un romanzo monumentale e ancora oggi considerato tra i più influenti della letteratura americana a trent’anni dalla sua pubblicazione. Non è una scelta neutra. Raccontare un libro così significa anche esporsi, dire qualcosa di sé come lettore prima ancora che come autore. Giordano lo ha fatto partendo da un ricordo molto concreto: «Ricordo tutto del momento in cui ho letto Infinite Jest per la prima volta. Dove l’ho comprato, l’estate in cui lo portavo ovunque. Non avevo mai avuto un’esperienza di lettura così totalizzante», ha spiegato.

Quel rapporto con il libro è anche fisico. Un volume ingombrante, difficile da maneggiare, portato perfino in spiaggia, che diventa parte della memoria insieme alle pagine. «Era un’esperienza molto personale e intensa. Ci sono ancora scene che ricordo esattamente insieme al luogo in cui le ho lette». In quelle pagine, ha raccontato, c’era anche una scoperta più profonda: «A un certo punto ho capito che la letteratura può spingersi ovunque, anche in territori che sembrano impossibili da raccontare».

È una delle ragioni per cui Infinite Jest continua a essere un libro di riferimento. Non solo per la sua ambizione narrativa, ma per la forza del suo stile. Uno stile che, come ha osservato Giordano, tende a restare addosso: «È qualcosa di molto contagioso. Dopo aver letto anche poche pagine, ti accorgi che inizi a scrivere in quel modo». Riletto oggi, il romanzo sembra anticipare alcuni meccanismi contemporanei. «Wallace aveva intuito qualcosa che oggi vediamo chiaramente», ha osservato, «il funzionamento della dipendenza, quei circuiti che ci spingono a cercare continuamente stimoli». Un’intuizione che, senza nominare direttamente i social media, finisce per somigliare molto al loro funzionamento.

Eppure, più che una visione del futuro, il libro restituisce una prospettiva sul presente. Le grandi questioni restano sullo sfondo, mentre emergono le fragilità individuali. «Nel libro», ha spiegato Giordano, «le crisi personali diventano più urgenti delle grandi paure globali». È anche questo che rende Infinite Jest un testo ancora attuale. Non perché descriva con precisione il mondo di oggi, ma perché continua a offrire una lente attraverso cui guardarlo.

Il titolo Inkwaves, onde d’inchiostro, richiama proprio questa idea di movimento: i libri come qualcosa che si propaga nel tempo, attraversa lingue e confini e continua a generare effetti anche lontano dal momento in cui è stato scritto. Alla base del progetto c’è una convinzione che viene esplicitata anche attraverso una citazione di Elio Vittorini: esistono libri «con i quali voglio continuare a vivere». Inkwaves costruisce proprio questo spazio. Non una presentazione tradizionale, ma una conversazione su come i libri restano. Anche quando cambiano lingua, paese e generazione.

Immagine di Maria Francesca Buono

Maria Francesca Buono

Mariafrancesca Buono, originaria di Ischia, è filologa e critica letteraria. Alla formazione umanistica affianca un costante interesse per ambiti interdisciplinari, che l’ha portata ad approfondire l’ambito comunicativo, il videomaking e l’intelligenza artificiale. Il suo percorso riflette la convinzione che, in una società in continua trasformazione, le competenze trasversali siano essenziali per comprendere e interpretare la complessità del presente.

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