Tornatore al Bif&st racconta la sua carriera

Dalla fotografia a Nuovo Cinema Paradiso, Giuseppe Tornatore ripercorre la sua carriera fino al riconoscimento internazionale e al nuovo film tra Italia e Stati Uniti

Giuseppe Tornatore è al centro del Bif&st 2026, ma più che un omaggio alla carriera quello che prende forma al Teatro Petruzzelli è un racconto che si costruisce progressivamente, tra episodi che si richiamano e tornano su un’idea semplice: fare cinema senza smettere di guardare.

“Ho fatto solo i film che mi piacevano”, dice, e subito dopo arriva il titolo che finisce per riassumere tutto il resto: Nuovo Cinema Paradiso è stata, nelle sue parole, l’esperienza più imprevedibile della sua vita.

Il festival gli dedica una retrospettiva completa, dal Camorrista ai lavori più recenti, e gli consegna il Premio Arte del Cinema, mentre la sera lo stesso Nuovo Cinema Paradiso torna in sala in una forma diversa, accompagnato dal vivo dall’Orchestra del Teatro Petruzzelli diretta da Pietro Mianiti, come a chiudere un cerchio che riguarda insieme il film e il modo in cui viene ricordato.

Prima del cinema, però, c’è lo sguardo. Tornatore racconta di quando girava con una macchina fotografica senza un progetto preciso, limitandosi a osservare e a registrare, spesso senza farsi notare e quasi sempre fotografando le persone di spalle, perché la timidezza lo portava a stare un passo indietro. In quegli anni, tra i dieci e i venticinque, prende forma un modo di guardare che resta anche dopo: osservare a lungo, aspettare, capire come le persone si muovono nello spazio e cosa succede quando non sanno di essere osservate.

L’idea di fare film non è ancora definita, ma il metodo sì, insieme a una condizione che ritorna nel suo racconto: la libertà di lavorare senza passaggi intermedi, senza dover spiegare o convincere, limitandosi a registrare quello che accade.

Il passaggio al cinema arriva presto e senza alcuna mitologia. A dieci anni è già in cabina di proiezione, a quattordici si trova da solo davanti alla macchina, con una copia rovinata di Un dollaro d’onore che può bloccarsi da un momento all’altro. “Ero terrorizzato”, racconta, ricordando una paura concreta, legata alla possibilità che tutto si interrompa davanti al pubblico, e che però alla fine non si realizza.

Negli anni successivi, anche quando i film arrivano e il suo nome comincia a circolare, Tornatore continua a lavorare come se fosse sempre all’inizio. “Ho il complesso dell’opera prima”, dice, descrivendo un metodo che consiste nell’evitare automatismi, non fissare punti di riferimento e rimettere ogni volta tutto in discussione, come se ogni film dovesse trovare da solo la propria forma.

Per questo non ha mai avuto attori feticcio e ha mantenuto un modo di scegliere molto diretto: consegna il copione e osserva la reazione, cercando un riconoscimento immediato tra attore e personaggio. Quando questo avviene senza spiegazioni, il processo può partire; quando invece serve guidare troppo, qualcosa non funziona.

Anche i film seguono spesso percorsi non lineari. L’uomo delle stelle, per esempio, attraversa più possibilità prima di arrivare alla sua forma definitiva: prima Teo Teocoli, poi Joe Pesci, infine Sergio Castellitto. È un esempio di come le scelte non siano mai completamente stabilite in partenza, ma si definiscano strada facendo.

Quando si arriva a Nuovo Cinema Paradiso, quello che emerge con più chiarezza è il rapporto tra il film e la sua stessa storia. All’inizio non funziona: è troppo lungo, viene accorciato, rimontato, distribuito più volte senza trovare il pubblico. Non incassa e sembra destinato a scomparire, in modo non così diverso dal cinema di provincia che racconta.

Il passaggio decisivo arriva fuori dall’Italia, prima con Cannes e il Grand Prix, poi con la circolazione internazionale e soprattutto con gli Stati Uniti, dove il film viene accolto in modo diverso e trova finalmente uno spettatore disposto a seguirlo. È da lì che parte il percorso che lo porterà fino all’Oscar del 1990.

Dentro, la struttura resta semplice: un bambino che scopre il cinema, un proiezionista che gli insegna un mestiere, un paese che cambia e una partenza che diventa necessaria. Sono elementi riconoscibili, organizzati con una precisione che permette al film di funzionare anche fuori dal contesto in cui nasce.

Il finale, con il montaggio dei baci censurati lasciato da Alfredo a Totò, è diventato nel tempo uno dei punti più ricordati, perché concentra in pochi minuti il senso del film: le immagini che ritornano, ricomposte, e che trovano un significato nuovo solo dopo essere state conservate.

Negli Stati Uniti, Tornatore assume così un ruolo preciso: quello di un autore capace di rendere universali storie radicate in un contesto locale, senza modificarne la struttura. Nuovo Cinema Paradiso apre un rapporto che continua con film diversi tra loro come La leggenda del pianista sull’oceano, La migliore offerta e La corrispondenza, tutti costruiti su un equilibrio tra apertura internazionale e riconoscibilità autoriale.

Questo dialogo torna nel progetto a cui sta lavorando oggi, The First Dollar, un biopic in lingua inglese dedicato ad Amedeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy, poi diventata Bank of America, e figura centrale nella storia economica e culturale degli Stati Uniti. Giannini ha reso il credito accessibile a categorie fino a quel momento escluse, ma ha anche avuto un ruolo diretto nella nascita dell’industria cinematografica, finanziando Hollywood nei suoi anni iniziali e sostenendo figure come Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra. La sua banca ha contribuito alla realizzazione di numerosi film destinati a diventare classici, tra cui Biancaneve e i sette nani, partecipando alla costruzione di un intero sistema produttivo.

Quando il discorso torna al presente, Tornatore evita di soffermarsi sui risultati raggiunti e sposta l’attenzione su ciò che non è riuscito a realizzare, citando progetti come Leningrado, sviluppato per anni senza arrivare alla produzione, e Il sognatore indiscreto, rimasto in una forma che non ha trovato una traduzione concreta. Sono questi, conclude, i punti rimasti aperti dentro un percorso che continua a muoversi senza una struttura definitiva.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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