The Saint of Brooklyn, la storia di Chiara Dituri raccontata da Ulisse Lendaro

Un regista italiano, una pugile professionista e un documentario che ha già attraversato 39 festival in tutto il mondo

È una di quelle sere di fine agosto in cui New York sembra trattenere il fiato: l’aria è ferma, calda, l’asfalto restituisce tutto il sole della giornata e le luci di Times Square, a pochi isolati, colorano il cielo sopra la 44esima strada. Al numero 358 West, tra un ristorante e l’altro di Hell’s Kitchen, c’è l’ingresso del Producers Club, che definire semplicemente “un teatro” è quasi riduttivo. Dentro ci sono cinque piccole sale dai nomi solenni e un bar con un pianoforte a coda dove si chiacchiera prima e dopo lo spettacolo. È un luogo che vive dalla mattina a notte fonda, tra prove, casting, serate di stand-up e anteprime di cinema indipendente. Appena arrivati si ha subito la sensazione di aver scoperto un piccolo segreto, profondamente newyorkese: un’esperienza lontana dai circuiti turistici da salvare nei preferiti!

Sono qui per vedere, finalmente, un film di cui avevo parlato tante volte con il suo regista, Ulisse Lendaro, e che avevo mancato per un soffio lo scorso novembre al Dumbo Film Festival: “The Saint of Brooklyn”, la storia di Chiara Dituri, pugile professionista newyorkese. A organizzare la proiezione è stata 30Holding, la società che distribuisce il film in Italia, con la collaborazione del New York City Independent Film Festival.

Chi segue i miei articoli lo sa: le storie che mi appassionano di più sono quelle in cui New York e l’Italia si incontrano, e questa è proprio una di quelle. Uno sguardo italiano che arriva da lontano e si posa su una ragazza di Brooklyn, sulla sua fede, sul suo sport, sulla sua città, restituendoci un ritratto che forse solo chi viene da fuori poteva cogliere così.

L’atmosfera è raccolta, quasi familiare. Ci sono amici e conoscenti, c’è la mamma di Chiara, e c’è lei, Chiara, che si muove tra le persone con un sorriso discreto e tanta emozione, la stessa con cui ci dà il benvenuto prima della proiezione del film. Chi immagina una pugile come qualcuno che occupa la scena con sicurezza, qui deve ricredersi. Chiara è timida, di poche parole, ma è subito evidente quanto questa sera sia felice di condividere la sua storia.

Il film, della durata di settanta minuti, è quello che Lendaro stesso definisce un “documentario di narrazione”: una storia vera, raccontata con gli strumenti del cinema, con monologhi scritti insieme allo sceneggiatore Gabriele Parodi e scene costruite come in un film. La telecamera segue Chiara nella palestra, sul ring, a casa, con la sua famiglia e con la sua fede, che attraversa tutto il film come un filo sottile.

È un film che emoziona, e lo fa senza bisogno di alzare la voce. La fotografia è giocata sulla luce bassa e sulla penombra, e proprio in quei toni cupi le emozioni di Chiara arrivano dritte allo spettatore: la fatica, la paura, la determinazione. È una storia che coinvolge, e per me lo ha fatto anche sul piano personale, per il modo in cui racconta la città. Nel film New York appare nella sua doppia natura, quella in cui mi ritrovo anch’io: uno spazio che può essere distante e distaccato, capace di farti sentire sola in mezzo a milioni di persone, e allo stesso tempo un abbraccio.

Il modo in cui Ulisse ha scoperto questa storia sembra già una sceneggiatura. “Avevo in mente un’idea, e degli ‘ingredienti’: girare un docufilm a New York, con protagonista femminile, nel mondo del pugilato professionistico”, mi racconta. “L’intenzione mia e dello sceneggiatore Gabriele Parodi era quella di raccontare una storia che avesse una protagonista forte, con una vita travagliata, però pronta a sfidare tutto e tutti. Cercavamo un personaggio, reale ma contemporaneo, disposto a sacrificare tutto per il proprio sogno.”

La ricerca è partita dall’Italia, sito dopo sito, tra le palestre di boxe di New York, finché tra tante facce è comparsa quella di Chiara, fotografata mentre si allenava alla Gleason’s Gym. “È stata quasi un’apparizione”, ricorda Ulisse. “Chiara mi ha colpito perché non era come mi immaginavo la protagonista: la immaginavo diversa, con i tratti del viso da pugile, invece è una ragazza bionda, con la pelle bianchissima e molto bella.”

Il primo contatto non è stato facile. Ulisse le scrive, ma non riceve risposta; alla Gleason’s gli dicono solo che Chiara ha avuto un incidente dopo un match e che non sta bene. Lui insiste e, dopo circa due mesi, Chiara finalmente risponde. “Fissiamo una videochiamata e iniziamo a parlare. Lei è di pochissime parole, però ha lo sguardo giusto: sfuggente, come se vivesse in un’altra dimensione.” Inizia così il tempo delle riprese, dure e intense, fatto di scene da ripetere e monologhi da imparare a memoria. A complicare tutto, la distanza: “Tutta la preproduzione l’ho fatta dall’Italia e ho conosciuto Chiara di persona solo il primo giorno di riprese. L’impatto tra di noi non è stato dei migliori.”

Il set, racconta Ulisse, è stato un percorso tortuoso. “Chiara è una pugile professionista, con un carattere introverso, e giustamente non poteva conoscere le dinamiche di un set indipendente: non capiva perché io e la troupe dovessimo ‘pedinarla’ fino a dentro casa sua e dirle cosa fare per sei ore al giorno, per circa ventisei giorni. Abbiamo avuto momenti difficili, abbiamo litigato. Ho anche sospeso le riprese per una settimana. Poi ci siamo chiariti e siamo ripartiti. Alla fine si è instaurato un legame forte e siamo diventati veri amici.”

E Chiara, come ha vissuto tutto questo? Rivedere la propria vita sullo schermo, mi dice (le sue risposte sono tradotte dall’inglese), “è surreale, perché questa è la mia vita vera: esperienze vere, difficoltà vere, emozioni vere. All’inizio ero molto titubante all’idea di mostrare tutto questo, ma una volta deciso di essere sincera ho smesso di preoccuparmi del giudizio degli altri. In un certo senso, raccontare la mia storia mi ha resa più libera.” Non tutte le scene sono state uguali. “Le più facili sono state quelle della boxe e degli allenamenti: è lì che mi sento più me stessa. Le più difficili sono state quelle personali, in cui parlavo di paura, di ansia, della mia famiglia, di cose che normalmente avrei tenuto per me. Sono stati i momenti in cui ho dovuto davvero lasciare che le persone mi vedessero oltre la combattente.”

La boxe, del resto, non è arrivata nella vita di Chiara con un colpo di fulmine. “Non credo ci sia stato un momento preciso. Era più come se continuasse a richiamarmi. Più mi allenavo, più mi rendevo conto che mi dava qualcosa che non riuscivo a trovare da nessun’altra parte: mi metteva alla prova, mi dava stabilità, un luogo in cui mi sentivo completamente presente. A un certo punto ho capito che era diventata parte di chi sono.”

C’è una frase, nel film, che mi è rimasta addosso: il ring è l’unico posto in cui Chiara si sente al sicuro. Proprio lì, dove per definizione si prendono colpi. Quando le chiedo perché, la risposta è la più sincera e disarmante possibile: “Perché sul ring tutto è onesto. Non c’è finzione, non si pensa troppo, non ci si chiede cosa intenda qualcuno o cosa pensi di te. Sai esattamente cosa hai davanti. Devi essere completamente presente. Per me quell’onestà e quella concentrazione sono una forma di pace. Fuori dal ring la vita può essere complicata. Dentro, tutto diventa molto semplice.”

La scena che più resta impressa, quella scelta anche per la locandina, è la stessa che è costata più fatica a tutti: Chiara, come una martire moderna, trascina di notte una croce di legno alta quasi due metri lungo le strade di Brooklyn, con alle spalle lo skyline di Manhattan. “È stato difficile convincerla”, racconta Ulisse, “perché Chiara ha un rapporto molto intimo e profondo con la religione cristiana, con Dio. All’inizio la trovava irrispettosa, quasi blasfema. Le ho spiegato che sarebbe stata girata e montata in modo delicato ed evocativo, per valorizzare la sua vocazione religiosa.”

E bisognava trovarla, quella croce! La produzione non riusciva a procurarne una come la voleva Ulisse e gli suggeriva addirittura di cambiare scena. Ulisse invece va da Abracadabra, al 19 West della 21esima strada, negozio di costumi ed effetti speciali che lavora anche per i musical di Broadway. “Ho chiesto al titolare di realizzarmi una croce secondo le mie indicazioni. Lui ha accettato, a patto di tenersela, e io l’ho noleggiata per i due giorni di riprese. Me l’ha data smontata, e dal negozio ce la siamo portata in metropolitana fino a Dumbo. Un’impresa nell’impresa.” Il risultato ripaga ogni fatica: “La scena della croce è stata un’esperienza straniante, a tratti alienante e grottesca, che si è rivelata però l’anima stessa del film. Su Chiara ha avuto un impatto così forte da mandarla quasi in estasi religiosa. È un omaggio, con tutto il rispetto e anche l’amore, a Pasolini, e in particolare alla sua “La ricotta”.”

Poi c’è New York, che nel film è quasi una seconda protagonista. “Ho la fortuna di poterla vivere più per piacere che per lavoro, quindi non ne assorbo lo stress dilagante”, dice Ulisse. “Certo, durante le riprese ho vissuto pienamente le difficoltà della metropoli, che non mi ha quasi mai permesso di rispettare i tempi che avevo previsto, in modo forse troppo ottimistico. Sono dimagrito due chili proprio per lo stress. Però, se ci ripenso, lo rifarei altre mille volte, perché l’energia che ti dà New York è davvero palpabile.”

A New York c’è anche l’altra metà della vita di Chiara, quella che lei tiene a raccontare. “Volevo che le persone capissero che ognuno ha una storia dietro quello che si vede in superficie”, mi spiega. “Una parte enorme della mia storia è anche essere un’insegnante della scuola pubblica di New York, alla John Dewey High School, mentre porto avanti la carriera di pugile professionista. A volte sembra davvero di fare due lavori a tempo pieno: insegno per un’intera giornata e poi vado dritta in palestra. Poi mi sveglio e ricomincio. Ci sono tanti sacrifici, ma credo che anche questo faccia parte di ciò che volevo mostrare con il film. Non sempre devi scegliere una sola identità. Puoi essere un’insegnante e una pugile professionista. Puoi avere una carriera e inseguire comunque un sogno.” E ci tiene a mandare un saluto alla sua scuola, “perché quella comunità è una parte importante della mia vita e di questa storia”.

Il percorso del film parla da sé. L’obiettivo, spiega Lendaro, era proporlo ai festival del cinema d’autore, e i festival hanno risposto. Tra le tappe che gli stanno più a cuore ci sono il Dumbo Film Festival, “ormai una piattaforma di eccellenza per il cinema indipendente globale”, il New York City Independent Film Festival e, in Italia, Sguardi Altrove, il festival internazionale dedicato alle donne e alle storie al femminile, dove il film ha avuto la sua prima. In poco più di un anno, “The Saint of Brooklyn” è arrivato in finale in 39 festival nel mondo, conquistando 11 premi e 2 menzioni d’onore. Un traguardo che Ulisse condivide con lo sceneggiatore Gabriele Parodi e con la montatrice Alessandra Carchedi, che saranno con lui anche nel prossimo progetto: un film neorealista, da girare di nuovo nella Grande Mela.

Dopo i festival arriva ora la distribuzione, affidata in Italia a 30Holding, che segue anche i rapporti con i broadcaster. E New York avrà presto un nuovo appuntamento con questa storia: il 26 ottobre alle 19.00 “The Saint of Brooklyn” sarà proiettato da SULLALUNA, la libreria e bistrot di Carmine Street, nel West Village, alla presenza del regista e della protagonista. Ma Ulisse ha ancora un desiderio: “Mi piacerebbe che l’Istituto Italiano di Cultura di New York organizzasse una proiezione del film. Spero che, leggendo questo articolo, si rifacciano vivi.” E noi ci uniamo all’appello.

Quando le luci si riaccendono, Chiara torna davanti al pubblico per ringraziare chi è venuto, con la stessa timidezza dell’inizio e forse un po’ più di leggerezza. Esco nella notte ancora calda della 44esima strada con la sensazione di aver visto qualcosa di più di un film. Qualche giorno dopo, quando la intervisto e le chiedo cosa spera che resti a chi guarda il suo documentario, la sua risposta mi riporta esattamente lì: “In fondo spero che le persone possano ritrovare un po’ di sé stesse nel mio percorso. Magari la loro lotta è completamente diversa dalla mia, ma sanno cosa vuol dire andare al tappeto, ricostruirsi e andare avanti. Se qualcuno esce dal film sentendosi più fiducioso, meno solo, o più disposto a inseguire qualcosa che pensava impossibile, allora il documentario ha fatto quello che speravo.” A me, quella sera, è successo.

Immagine di Marta Galfetti

Marta Galfetti

Laureata in Psicologia della Comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si occupa di comunicazione attraverso progetti online e gestisce la pagina Instagram @Nyc_Pics_and_Tips. Vive a New York dal 2010 dove ogni giorno ricerca nuovi stimoli e scoperte.

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