Siamo in pieno “autunno Austen”. Mentre Netflix prepara la sua nuova miniserie di Orgoglio e pregiudizio, arriva nelle sale americane dal 16 ottobre e in quelle italiane dal 22 Ragione e Sentimento, (Sense and Sensibility ) diretto da Georgia Oakley (già regista di Blue Jean) e scritto da Diana Reid. È la prima trasposizione cinematografica del romanzo di Jane Austen dal 1995, quando Ang Lee e Emma Thompson firmarono quella che ancora oggi resta la versione di riferimento. Approcciare un materiale così sacro non è mai semplice, e si sente tutta la cautela (e l’ambizione) di chi ha cercato di dire qualcosa di nuovo senza tradire del tutto lo spirito originale.
La storia, come sempre, parte da una ferita sociale: dopo la morte del padre, le sorelle Dashwood – la misurata Elinor (Daisy Edgar-Jones), la passionale Marianne (Esmé Creed-Miles) e la piccola Margaret – vengono cacciate dalla casa di famiglia perché le eredità, nella Reggenza inglese, privilegiano sempre i maschi. Costrette a trasferirsi in un modesto cottage nel Devon, le due maggiori affrontano l’amore e la precarietà economica in modi diametralmente opposti. Elinor stringe un legame discreto e profondo con Edward Ferrars (George MacKay), mentre Marianne si butta a capofitto tra le braccia dell’affascinante e pericoloso John Willoughby (Frank Dillane), sotto lo sguardo silenzioso e sofferente del colonnello Brandon.
Oakley dà il meglio di sé nelle prime scene, quando il trasloco delle Dashwood rende evidente quanto poco basti per far precipitare la posizione sociale di una donna. Anche Edgar-Jones è molto brava a mostrare il lavoro che Elinor fa su sé stessa per non aggiungere il proprio dolore alle preoccupazioni della famiglia. MacKay le offre un Edward impacciato e gentile, capace di tenere vivo l’interesse anche nei momenti in cui i due possono permettersi soltanto una conversazione educata. Sono scene piccole, ma funzionano più di molte grandi dichiarazioni.

Con il passare del tempo, però, la sceneggiatura segue soprattutto i due intrecci amorosi e lascia meno spazio a Elinor e Marianne insieme. Creed-Miles porta a Marianne tutta l’impazienza e la vulnerabilità che servono, ma il rapporto tra le sorelle resta meno vivo di quanto promettessero le loro prime schermaglie. È un peccato anche perché lì Austen è più divertente: Elinor e Marianne non hanno soltanto idee diverse sull’amore, sono entrambe convinte che l’altra sbagli, e spesso il lettore capisce che sbagliano tutte e due.
Il film è visivamente raffinatissimo – girato in 35mm, con una fotografia che cattura meravigliosamente la natura, costumi e scenografie di grande gusto – ma che a tratti sembra un collage di influenze: si riconoscono echi di Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright, qualche riferimento a Cime tempestose e Lontano dal mondo tumultuoso. In mezzo a tanto romanticismo, invece, si sente meno la voce ironica di Austen. Anche le sequenze di ballo, pure coreografate con cura, finiscono per risultare un po’ autoindulgenti: sembrano più interessate a “fare scena” che a servire davvero la narrazione.
Il film nel suo complesso appare un po’ anemico. Ha ambizione, ha gusto, ha due protagonisti eccellenti, ma non trova quella generosità emotiva e quella sincerità che rendevano indimenticabile la versione del 1995.




