L’ultima missione: Project Hail Mary, Ryan Gosling contro la fine del Sole

Dal 19 marzo al cinema, un viaggio nello spazio che sorprende per intelligenza, ironia e un’insolita fiducia negli esseri umani

Pensavo che L’ultima missione: Project Hail Mary sarebbe stato uno di quei film destinati a deludere, non perché mancassero i nomi giusti – anzi – ma proprio per quello. Il romanzo di Andy Weir, già di per sé divisivo, nelle mani di Phil Lord e Christopher Miller, con Ryan Gosling protagonista, sembrava il classico caso di aspettative fuori scala, uno di quei progetti che rischiano di funzionare perfettamente solo sulla carta.

Le aspettative, invece, non sono state solo soddisfatte, ma nettamente superate. Project Hail Mary, al cinema dal 19 marzo, parte da una premessa che potrebbe sembrare familiare – un uomo si risveglia su un’astronave senza memoria, incaricato di salvare il Sole da una minaccia invisibile – e la trasforma in qualcosa di meno prevedibile, perché non ha fretta di arrivare al punto e preferisce costruire il proprio racconto attraverso il processo, la scoperta e la ricostruzione.

Ryan Gosling qui gioca una partita delicata, perché deve essere credibile allo stesso tempo come scienziato, come uomo qualunque e come qualcuno che, in fondo, non voleva affatto trovarsi lì. Il risultato è un personaggio che non scivola mai nel cliché: niente genio infallibile, niente eroe brillante, ma una figura che prova a capire quello che gli sta succedendo, spesso con un passo di ritardo rispetto agli eventi, e proprio per questo risulta convincente.

Il film trova però il suo vero equilibrio quando introduce Rocky. Sarebbe facile ridurre questo incontro al classico schema dell’umano che entra in contatto con un alieno, ma qui la questione è più complessa, perché il primo contatto è fatto di suoni, tentativi, errori, e di una logica che continuamente si scontra con qualcosa di incomprensibile. È in questa difficoltà che il film diventa davvero coinvolgente, non perché cerchi la battuta, ma perché prende sul serio l’idea che comunicare sia un processo complicato e tutt’altro che immediato.

Rocky non è umano e non prova mai a sembrarlo, ed è proprio questo a renderlo efficace. È una forma di vita difficile da definire, qualcosa a metà tra organismo e struttura, ma dopo pochi minuti smette di avere importanza come sia fatto, perché l’attenzione si sposta su ciò che pensa e su come interagisce. Il rapporto con Grace cresce lentamente, senza scorciatoie, passando da problema tecnico a qualcosa che somiglia a un legame vero, anche se il film non sente mai il bisogno di definirlo esplicitamente.

La narrazione continua a muoversi tra presente e passato, tra lo spazio e la Terra, non per riempire vuoti ma per complicare il personaggio. Grace non è solo ciò che vediamo sulla nave, ma anche il risultato delle scelte – o delle mancate scelte – che lo hanno portato lì, e il film insiste su questa ambiguità invece di semplificarla.

In questo senso, più che costruire un eroe, il film costruisce una domanda che rimane sospesa per buona parte della durata: chi sei quando nessuno ti guarda e, soprattutto, chi diventi quando non hai più la possibilità di sottrarti a quello che devi fare.

Dal punto di vista visivo tutto è estremamente controllato, senza mai scivolare nel caos gratuito. Anche nei momenti più spettacolari si percepisce una precisione costante, e la nave non è mai un semplice sfondo ma una presenza concreta, una macchina da cui dipende ogni gesto e ogni decisione.

Il ritmo segue questa logica e non cerca una regolarità forzata, perché alterna accelerazioni e pause, momenti di tensione e altri più distesi, dando l’impressione di prendersi il tempo necessario per lasciare respirare le scene e le idee. Questo equilibrio, però, a un certo punto si incrina leggermente, perché il film tende ad allungarsi più del necessario, soprattutto nella parte finale, dove sembra esitare prima di chiudere davvero il suo percorso.

Non si tratta di un cedimento strutturale, quanto piuttosto di una difficoltà nel rinunciare a qualcosa, come se ogni elemento fosse troppo importante per essere sacrificato. Una mezz’ora in meno probabilmente lo avrebbe reso più incisivo, ma resta anche la sensazione che non sia facile individuare con precisione cosa eliminare senza impoverirlo.

È proprio questa abbondanza a definirlo. L’ultima missione: Project Hail Mary non si regge su un singolo momento decisivo, ma su una serie di passaggi che, messi insieme, costruiscono un’esperienza più che un semplice racconto. Non cerca il colpo di scena che ribalta tutto, ma lavora per accumulo, fino a trascinare lo spettatore dentro il suo mondo.

La cosa più inattesa, però, è un’altra. Nonostante la minaccia globale, le stelle che si spengono e l’urgenza della missione, il film non è pessimista. Non nega il disastro, ma sceglie di guardarlo da una prospettiva diversa, puntando sulla collaborazione, sull’intelligenza e sulla possibilità che, messi alle strette, gli esseri umani possano ancora fare la cosa giusta.

Non è una posizione scontata, soprattutto oggi, ed è probabilmente questo – più di qualsiasi elemento spettacolare – a rendere L’ultima missione: Project Hail Mary qualcosa di meno prevedibile e, in un certo senso, più necessario.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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