La Mummia di Lee Cronin diventa un incubo di famiglia

Al cinema dal 16 aprile, La Mummia di Lee Cronin è un horror senza avventura, fatto di trauma, silenzi e un ritorno inquieto

Dimenticate tutto ciò che associate al titolo La Mummia. Niente avventure spettacolari tra tempeste di sabbia, niente eroi scanzonati alla vecchia maniera, né tantomeno richiami diretti al cinema di Brendan Fraser o al remake anni ’90 di Stephen Sommers. Il film di Lee Cronin prende quella mitologia e la svuota completamente, trasformandola in qualcosa di molto più intimo, disturbante e, soprattutto, personale.

Cronin, già autore di The Hole in the Ground e La casa – Il risveglio del male, prosegue coerentemente il suo percorso nel territorio dell’horror domestico, abbandonando quasi del tutto lo spettacolo per concentrarsi sul trauma. Non è un caso che dietro al progetto ci sia anche James Wan, regista di The Conjuring e figura centrale dell’horror contemporaneo, qui in veste di produttore. 

La Mummia, al cinema dal 16 aprile, è infatti, prima di tutto, una storia di perdita: quella di una famiglia distrutta dalla scomparsa della giovane Katie, svanita nel deserto senza spiegazioni. Quando, otto anni dopo, la bambina ritorna, il film non cerca mai il sollievo emotivo tipico di una “resurrezione”, ma si addentra in qualcosa di molto più inquietante: il sospetto che ciò che è tornato non sia davvero lei.

Cronin costruisce un horror a combustione lenta, fatto di silenzi, dettagli disturbanti e tensione psicologica. Il terrore non esplode: si insinua. Anche nei momenti più fisici – e ce ne sono, brutali e memorabili – la regia evita l’eccesso gratuito, preferendo colpire lo spettatore con precisione chirurgica. Sequenze apparentemente banali, come un gesto quotidiano trasformato in qualcosa di profondamente sbagliato, diventano insostenibili proprio per la loro carica implicita.

Jack Reynor e Laia Costa incarnano due genitori sospesi tra speranza e orrore con una credibilità dolorosa, mai sopra le righe. Ma è Natalie Grace, nel ruolo della “nuova” Katie, a dominare la scena: con pochissimi dialoghi, costruisce un personaggio che è allo stesso tempo vittima e minaccia. La sua presenza, rigida e innaturale, richiama certo la tradizione del possession horror, ma riesce comunque a risultare originale e profondamente suggestiva.

Dal punto di vista narrativo, il film si struttura come un’indagine: cosa è successo davvero nel deserto? E cosa è tornato al posto di Katie? Questa costruzione graduale è efficace, anche se non priva di difetti. La durata, oltre le due ore, si fa sentire, e alcuni passaggi risultano dilatati più del necessario, smorzando leggermente la tensione.

Anche il terzo atto segna un piccolo cambio di rotta. Dopo una costruzione così controllata, il finale si avvicina a dinamiche horror più convenzionali e spettacolari. Funziona, ma perde parte dell’unicità e della sottigliezza che rendono il resto del film così potente.

Nonostante queste imperfezioni, La Mummia resta un’operazione riuscita e vicino per spirito alle reinterpretazioni moderne come The Invisible Man che ai classici d’avventura, il film dimostra come sia ancora possibile rinnovare icone del genere spogliandole della loro superficie più riconoscibile.

Cronin non reinventa completamente l’horror, ma dimostra un controllo notevole di tono e atmosfera. Soprattutto, mostra il coraggio di lasciare che sia il disagio – e non lo spettacolo – a guidare l’esperienza. La Mummia non vuole farvi divertire, vuole lasciare un segno. E ci riesce.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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