Il 12 marzo Il Testamento di Ann Lee arriva nelle sale italiane dopo essere già passato dai festival e dal circuito cinematografico statunitense. Negli Stati Uniti il film ha avuto una risonanza particolare soprattutto a New York, lo stato dove alla fine del Settecento Ann Lee e i suoi seguaci stabilirono una delle prime comunità shaker dopo aver lasciato l’Inghilterra.
Il film racconta proprio la nascita di quel movimento religioso. La protagonista, interpretata da Amanda Seyfried, cresce in una filanda di Manchester e si avvicina alla Wardley Society, un gruppo legato al quaccherismo che esprime la fede attraverso grida, tremori e stati di esaltazione collettiva. Con il tempo Ann Lee sviluppa una convinzione destinata a guidare la sua vita: la seconda venuta di Cristo potrebbe manifestarsi in forma femminile. Intorno a questa idea prende forma una piccola comunità di fedeli che vede in lei una guida spirituale.
La regia di Mona Fastvold e Brady Corbet mette al centro le assemblee religiose degli Shaker, rappresentate come momenti di intensa partecipazione collettiva. I fedeli cantano, girano su se stessi e battono il ritmo con il corpo, trasformando la preghiera in un rituale fatto di movimento. Le sequenze di danza e canto attraversano gran parte del film e gli danno a tratti il ritmo di un musical, dove la dimensione spirituale prende forma nei gesti e nella ripetizione dei cori. La macchina da presa segue da vicino i movimenti dei corpi e costruisce immagini basate su forti contrasti di luce e ombra, mantenendo uno stile visivo rigoroso.

Il viaggio verso l’America rappresenta il momento di svolta della storia. Durante la traversata il gruppo continua a cantare e pregare, trasformando la nave in uno spazio di devozione collettiva. Una volta arrivati nello stato di New York fondano una comunità organizzata attorno a principi di pacifismo, lavoro condiviso e uguaglianza tra uomini e donne.
Oggi il movimento sopravvive quasi solo come memoria storica: l’ultima comunità shaker attiva si trova nel Maine e conta pochissimi membri. L’uscita del film ha comunque riportato l’attenzione su questo capitolo poco conosciuto della storia del nord-est degli Stati Uniti. Negli ultimi mesi alcuni musei e istituzioni culturali dello stato di New York hanno registrato un aumento di visite e ricerche dedicate agli Shaker e ai villaggi che tra Settecento e Ottocento sorsero nella regione.
Quelle comunità erano fondate su un modello di vita collettiva molto rigoroso: villaggi autosufficienti, lavoro organizzato in modo cooperativo e una produzione artigianale diventata famosa per la sua essenzialità, in particolare i mobili in legno dalle linee semplici. In un paese dove la religione continua ad avere un ruolo visibile nello spazio pubblico, la loro esperienza viene oggi riletta come uno dei molti tentativi storici di costruire una convivenza basata su fede, disciplina comunitaria e autonomia individuale.




