La seconda serata di Sanremo 2026 ha mostrato con chiarezza ciò che il Festival è diventato: una macchina ormai talmente rodata che non sbaglia un passaggio. Le entrate sono millimetriche, i cambi d’abito sincronizzati, i collegamenti esterni puntuali, le gag distribuite come valvole di sicurezza. È televisione di altissimo livello. Ma la domanda resta: dov’è il rischio?
Il momento che ha inciso di più non era in gara. L’omaggio di Achille Lauro alle vittime italiane della tragedia di Crans-Montana ha sospeso per alcuni minuti la logica della competizione. La messa in scena, costruita con coro e soprano, ha evitato l’enfasi retorica e ha imposto un ritmo diverso rispetto al resto della serata. Non era un numero spettacolare, né una provocazione. Era un atto misurato, quasi austero.
Il resto della serata, invece, ha mostrato l’altra anima del Festival: quella centrifuga. È una costruzione efficace, ma ipertrofica. Carlo Conti mantiene il controllo del flusso con precisione. Laura Pausini rappresenta la componente emotiva e internazionale. Poi entrano in scena Lillo e Pilar Fogliati, chiamati a destabilizzare il tono. Lillo non si limita alla battuta rapida: costruisce veri e propri siparietti metatelevisivi, dalla “lezione” su come impugnare correttamente il microfono (prima a Pausini con “La solitudine” in sottofondo, poi ad Achille Lauro con “Rolls Royce”) fino all’ossessione coreografica di “È Sanremo”, ripetuta più volte durante la notte come se il Festival avesse bisogno di un proprio tormentone interno. Pilar Fogliati gioca sui personaggi, entra ed esce con cambi di abito e registri diversi, spezzando la linearità della conduzione con una leggerezza studiata.
Funziona? Sì. Serve alla competizione? Meno chiaro. Ogni volta che una canzone prova ad accumulare tensione, arriva un elemento di decompressione. È un Festival che non tollera il silenzio troppo a lungo. Lo stesso schema si ripete nel blocco olimpico: sul palco Francesca Lollobrigida e Lisa Vittozzi, appena incoronate a Milano-Cortina 2026 – due ori nello speed skating per Lollobrigida, il primo storico oro italiano nel biathlon per Vittozzi – in divisa ufficiale dell’Italia Team, nel pieno del periodo olimpico e nel rispetto della Rule 40. Con loro, i video celebrativi delle vittorie e poi gli atleti paralimpici Giacomo Bertagnolli con la guida Andrea Ravelli e Giuliana Turra. Un segmento istituzionale impeccabile, che ricorda come Sanremo sia ormai una piattaforma nazionale oltre che un concorso musicale.
E quando sembra che il perimetro sia già abbastanza ampio, si allarga ancora. Collegamento con la nave Costa per Max Pezzali – perché limitarsi al palco quando si può avere anche il mare – momento TIM con il pubblico trasformato in coro illuminato da braccialetti blu e rossi sulle note di “Perdere l’amore”, poi premio alla carriera a Fausto Leali con Rvm d’archivio che riporta indietro al debutto con Wilson Pickett.
E in questo gigantesco contenitore, la canzone rischia di diventare un modulo. I quindici Campioni hanno offerto performance solide, professionali, spesso curate nei dettagli scenici. Tra tutti, Fedez & Masini proseguono lungo la linea già tracciata: l’alleanza generazionale tiene, l’intesa tra i due è ormai assimilata, la costruzione resta lucida e consapevole. Il pubblico li premia, la giuria li mantiene nelle posizioni alte. Entrano nella cinquina provvisoria insieme a Tommaso Paradiso, LDA & Aka 7even, Nayt ed Ermal Meta.
Anche i numeri restituiscono questa sensazione di equilibrio senza scosse: 9 milioni e 53 mila spettatori e il 59,5% di share. Meglio della prima serata in percentuale, ma lontano dai picchi dello scorso anno. Il Festival regge, ma non travolge.
Resta una domanda più sottile: in un sistema così perfettamente orchestrato, c’è ancora spazio per qualcosa che sfugga al controllo? Per ora, l’unico momento davvero memorabile è arrivato quando il Festival ha smesso di dimostrare di essere perfetto – e ha semplicemente cantato.




