Cime tempestose, il melodramma dell’eccesso

Il film di Emerald Fennell rilegge il classico di Emily Brontë come una storia di desiderio e autodistruzione, affidando tutto alla forza dei corpi e dell’immagine

Non ho mai letto Cime tempestose di Emily Brontë, non ho mai visto nessuna delle sue precedenti trasposizioni cinematografiche e Heathcliff, per me, non è mai stato un’icona romantica né un personaggio fondativo della letteratura inglese, ma poco più di un nome, una figura vaga, priva di quell’aura mitologica che accompagna invece chi arriva a questo film con il peso del romanzo sulle spalle. È una mancanza che, mentre guardo il film di Emerald Fennell, si trasforma in un vantaggio: non devo misurare la fedeltà, non devo riconoscere tradimenti o omissioni, non devo difendere un’idea preesistente di ciò che Cime tempestose dovrebbe essere.

Prodotto da Warner Bros. Pictures e diretto da Emerald Fennell, regista vincitrice di Oscar® e BAFTA, Cime tempestose esce negli Stati Uniti il 13 febbraio e arriva nelle sale italiane il 12 febbraio, con un giorno di anticipo rispetto al mercato americano.

Fennell mette in scena una storia di attrazione e distruzione in cui i sentimenti si deformano invece di evolvere, diventando sempre più ingestibili man mano che il racconto procede. Cathy e Heathcliff assumono la forma di forze contrapposte più che di personaggi realistici, e i loro corpi diventano il luogo in cui si accumulano tensione, desiderio e violenza emotiva.

Margot Robbie e Jacob Elordi, entrambi candidati agli Oscar® e ai BAFTA, interpretano i protagonisti spingendo costantemente verso l’iperbole, trasformando la passione proibita in un’ossessione travolgente che alimenta un racconto fatto di amore, follia e autodistruzione. L’eccesso diventa il linguaggio scelto dal film per restituire la violenza di un sentimento assoluto.

Dal punto di vista visivo il film procede per saturazione: i colori sono aggressivi, i costumi occupano lo spazio con una presenza costante, la musica invade le immagini e ne amplifica l’impatto emotivo. Anche la pioggia, onnipresente, non ha una funzione realistica ma emotiva, cade nei momenti in cui i personaggi non riescono più a contenersi, e nessuno si ripara o sembra farci caso, perché ciò che conta non è il disagio fisico ma l’urgenza interiore che li divora.

Wuthering Heights emerge come un luogo mentale prima ancora che fisico, una costruzione simbolica che ricorda un tempio arcaico o una rovina mitologica più che una casa abitata. Cathy è l’unica figlia di Earnshaw, Heathcliff l’orfano adottato e mai davvero accolto, e crescono insieme in una relazione che non ha bisogno di essere spiegata, perché è inscritta nei gesti, negli sguardi e nelle cicatrici che segnano il corpo di lui, ferite che non sono solo il segno della violenza subita ma anche la traccia fisica di un legame irrisolto.

Con l’età adulta il desiderio affiora in modo esplicito: gli sguardi di Cathy seguono Heathcliff mentre lavora nelle stalle, mentre occupa lo spazio con una fisicità che il film porta continuamente al centro dell’inquadratura. I due si incontrano di nascosto sulle brughiere, in una sequenza che intreccia attrazione, scoperta e trasgressione, fino all’arrivo di Edgar Linton, interpretato da Shazad Latif, che introduce l’idea di una vita ordinata e socialmente sostenibile.

La scelta di Cathy si colloca sul terreno della sopravvivenza: sposare Linton significa assicurare stabilità economica e protezione alla propria famiglia. È una scelta sensata, ed è proprio qui che il film insiste, perché Cime tempestose non è interessato alla razionalità, ma a ciò che accade quando il desiderio rifiuta qualsiasi compromesso.

Dal punto di vista visivo il film è un esercizio di stile continuo. La fotografia avvolge tutto in una nebbia densa, quasi tattile. Le scenografie e i costumi costruiscono un mondo simbolico, non realistico. Eppure, nonostante tutto questo controllo, Cime tempestose non è un film freddo. Vive quasi esclusivamente della chimica tra i suoi interpreti. Robbie costruisce una Cathy che sembra costantemente sul punto di rompersi, mentre Elordi rende Heathcliff una figura ambigua, attraente e minacciosa allo stesso tempo. È un equilibrio instabile, e il film lo sfrutta fino all’ultimo.

Ripensando al percorso di Emerald Fennell, il riferimento più immediato è Saltburn: due storie lontane nel tempo, ma unite dalla stessa ossessione per il desiderio come forza distruttiva e dall’idea che l’eccesso, da solo, possa bastare. Tutto bene, quindi? Cime tempestose è senza dubbio un film che va visto. È potente, curato, ambizioso. Eppure, per qualche ragione, fin dall’inizio non riesco ad abbandonarmici del tutto. Forse perché chiede allo spettatore di arrendersi completamente al suo universo senza mai lasciargli uno spazio di resistenza.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei

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