Cannes 2026, un festival globale senza l’Italia

Un concorso sempre più internazionale e un’assenza che non è casuale: il festival di Cannes 2026 fotografa il rallentamento del cinema italiano

La settantanovesima edizione del Festival di Cannes 2026, in programma dal 12 al 23 maggio, si presenta come una delle più internazionali e allo stesso tempo più “scoperte” degli ultimi anni. Non tanto per i nomi in selezione, che anzi confermano la solidità del festival, quanto per ciò che manca. E tra le assenze, una pesa più delle altre: quella del cinema italiano, fuori dal Concorso e dalle principali sezioni ufficiali per la prima volta dal 2017.

Il dato, di per sé, non è clamoroso. Ma lo diventa se letto nel contesto di questa edizione. Sono stati visionati 2.541 film, mille in più rispetto a dieci anni fa, e per ora 21 titoli sono stati scelti per la Palma d’Oro, con una selezione che lo stesso Thierry Frémaux ha definito incompleta e destinata ad ampliarsi nei prossimi giorni. Un programma non ancora del tutto definito. È difficile però immaginare che questo modifichi il quadro italiano, anche perché l’assenza non nasce da una scelta dell’ultimo momento, ma da un vuoto produttivo che arriva da lontano.

Il concorso, intanto, disegna una geografia piuttosto precisa. Circa il 65 per cento dei film proviene da Francia, Spagna e Giappone, con una presenza europea e asiatica molto forte e una riduzione evidente del peso americano: un solo titolo statunitense in gara, quello di Ira Sachs, e nessun grande studio hollywoodiano coinvolto. “Quando gli studios sono meno presenti a Cannes, lo sono ovunque”, ha detto Frémaux, suggerendo che il festival non è più, o non è soltanto, la vetrina dell’industria globale, ma sempre più il luogo di un cinema d’autore organizzato per aree culturali.

Dentro questo schema si muovono nomi ormai familiari alla Croisette: Pedro Almodóvar, Asghar Farhadi, Hirokazu Kore-eda, Cristian Mungiu, accanto a un gruppo consistente di registi alla prima esperienza in concorso, segno di un ricambio che altrove appare più strutturato. Tra i titoli più attesi c’è Fatherland di Pawel Pawlikowski, con Sandra Hüller, mentre Farhadi torna con un film girato a Parigi e Kore-eda affronta temi legati all’intelligenza artificiale. È un insieme che tiene insieme firme consolidate e nuove entrate, senza però grandi sorprese o scommesse radicali.

Anche le assenze raccontano qualcosa: film molto attesi come quelli di James Gray o Werner Herzog non sono stati inclusi nella prima lista e potrebbero comparire in extremis oppure migrare verso altri festival. Cannes resta dunque aperto, ma la sua identità per il 2026 è già definita: meno Hollywood, più autori, più equilibrio tra continuità e rinnovamento.

A questo si è aggiunto un clima di crescente sfiducia, alimentato anche da vicende controverse, come il mancato sostegno al documentario su Giulio Regeni o a quello di Roberto Andò su Ferdinando Scianna, che hanno fatto emergere l’impressione di un sistema meno lineare e prevedibile. Il risultato non è solo una contrazione quantitativa, ma una difficoltà più profonda: portare i progetti a compimento con continuità e trasformarli in titoli capaci di circolare fuori dai confini nazionali.

In questo senso, il fatto che fino all’ultimo si sia guardato a Nanni Moretti, autore amatissimo dal festival, è indicativo non tanto della sua centralità, quanto della fatica a far emergere nuove voci con la stessa forza. Questo non significa che l’Italia sia del tutto assente. Ci sono attori italiani nei cast internazionali, coproduzioni, presenze tecniche. Ma è una partecipazione dispersa, non riconducibile a un’identità precisa. E in un festival che costruisce la propria narrazione anche attraverso le cinematografie nazionali, questa differenza pesa.

Al di là del festival, però, il discorso si sposta.

Negli ultimi anni sono emersi autori che lavorano ai margini, spesso lontano dai modelli più codificati, capaci di reinventare forme e immaginari partendo da territori, storie e materiali poco frequentati. Film che non inseguono il festival, ma che, quando arrivano, cambiano lo sguardo.

È un movimento meno visibile, meno compatto, ma non inesistente. E forse è anche da lì che bisogna ripartire: non dalla ricerca di un posto in selezione, ma dalla capacità di costruire immagini nuove, abbastanza forti da trovare da sole il loro spazio.

Cannes, come sempre, registra quello che c’è. Il punto, semmai, è capire cosa ci sarà domani.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

Condividi questo articolo sui Social

Facebook
WhatsApp
LinkedIn
Twitter

Post Correlati

Ritorna il camping di lusso Governors Island

Se stai cercando una fuga perfetta dalla frenesia della città senza allontanarti troppo, Governors Island potrebbe essere la tua destinazione ideale. E se desideri trasformare questa breve fuga in un’esperienza indimenticabile, Collective Retreats è pronto ad accoglierti con le sue

Leggi Tutto »
Torna in alto