Ogni anno una quota significativa del cibo prodotto nel mondo va persa o sprecata, mentre centinaia di milioni di persone non hanno un accesso sufficiente al cibo. È il paradosso da cui è partito, nel testo del suo intervento pubblicato dalla Rappresentanza, il Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite, Giorgio Marrapodi, aprendo giovedì 8 ottobre l’evento “Advancing Food Waste Reduction: From Awareness to Research and Action”, organizzato dalla Rappresentanza italiana con quelle della Repubblica Dominicana e del Regno Hascemita di Giordania, in collaborazione con la FAO, che ha moderato la discussione. L’iniziativa si è svolta a pochi giorni dalla Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, celebrata il 29 settembre, e ha riunito, secondo la nota della Rappresentanza, rappresentanti istituzionali, organizzazioni internazionali ed esperti del mondo accademico, tra cui FAO e CIHEAM.
Il punto di vista italiano è domestico, nel senso letterale del termine. Per Marrapodi tecnologia e politiche sono indispensabili, ma gran parte del cibo che si spreca viene sprecato a casa, nelle cucine, attraverso decisioni quotidiane: quanto spesso si fa la spesa, come si pianificano i pasti, come si legge un’etichetta, come si giudica se un alimento è ancora buono da mangiare. Sono scelte legate ad abitudini e circostanze che cambiano da un Paese, da una comunità e da una famiglia all’altra, e proprio per questo le politiche, sostiene, devono partire da questa realtà. In apertura dei lavori ha dichiarato: “La vera sfida che ci riguarda tutti è passare dalla consapevolezza alla ricerca e dalla ricerca all’azione”.
Il professor Andrea Segrè dell’Università di Bologna, che ha tenuto l’intervento principale, ha ricordato che per l’obiettivo 12.3, che chiede di ridurre lo spreco alimentare entro il 2030, restano quattro anni. Ha poi ripercorso il lavoro italiano, che dal 2010 ha puntato sulla prevenzione e sui comportamenti dei consumatori, dalla campagna Spreco Zero, il cui nome è rimasto in italiano perché la traduzione inglese, zero waste, indica un’altra cosa, all’osservatorio Waste Watcher, nato poco prima del 2015 per misurare i progressi verso l’obiettivo del 2020.
In una slide dell’osservatorio Waste Watcher, realizzata con Ipsos-Doxa e mostrata durante l’incontro, lo spreco domestico dichiarato negli ultimi sette giorni è messo a confronto tra Italia e Stati Uniti. La media nazionale individuale è di 493,7 grammi in Italia e di 775,7 grammi negli Stati Uniti, e in entrambi i Paesi le generazioni più giovani dichiarano di sprecare più della media: la Gen Z il 32% in più in Italia e il 44% in più negli Stati Uniti, i millennial il 21% e il 10% in più. La Gen X è sotto la media, del 19% in Italia e del 26% negli Stati Uniti, e i boomer sono i più virtuosi, con il 21% in meno in Italia e il 49% in meno negli Stati Uniti.
Per la FAO è intervenuta una consulente tecnica per perdite e sprechi alimentari, che ha sottolineato come la sfida sia passare dalla consapevolezza all’azione e come non esista una soluzione unica, perché le cause cambiano lungo la filiera. Nelle fasi di produzione e post-raccolto le perdite possono dipendere da stoccaggio inadeguato, parassiti e variabilità del clima; nel consumo e nella ristorazione, da pianificazione dei menu, disponibilità dei prodotti e abitudini d’acquisto. Ha citato un programma scolastico nella Repubblica Dominicana che ha raggiunto più di due milioni di studenti e ha proposto un ciclo continuo di misurazione, comprensione, azione, monitoraggio e analisi: la misurazione dice dove si è, l’analisi aiuta a capire il perché.
La testimonianza più concreta è arrivata dalla Giordania. La rappresentante dell’Alto Consiglio giordano per la sicurezza alimentare ha spiegato che il suo è uno dei Paesi con maggiore scarsità d’acqua al mondo e dipende dalle importazioni di cibo, quindi sprecare cibo significa sprecare anche acqua, energia e denaro: ridurre le perdite è insieme una questione di sicurezza alimentare, di equilibrio idrico e di equilibrio economico. Il primo studio nazionale ufficiale, condotto con il Dipartimento di statistica e il Programma alimentare mondiale, ha raccolto dati in case, ristoranti, hotel e ospedali, con giovani giordani incaricati della raccolta. Lo spreco nelle famiglie è stimato in 81,3 chili a persona all’anno, per un totale di quasi un milione di tonnellate l’anno. Sono cifre che la rappresentante ha definito un punto di partenza e un invito ad agire, e lo studio suggerisce che spreco e insicurezza alimentare possono convivere nella stessa famiglia.
In Giordania il comportamento ha radici culturali: famiglia, ospitalità, generosità. La rappresentante ha detto che questa cultura non va cambiata e che occorre mostrare cosa significhi una generosità responsabile. La campagna nazionale ha un messaggio semplice: comprare ciò che serve, conservare bene il cibo e usare ciò che avanza. Giovani innovatori hanno usato la mosca soldato nera per trasformare gli scarti alimentari in mangime animale e fertilizzante organico, e un comitato dedicato alle perdite e agli sprechi, istituito presso l’Alto Consiglio, aiuta le istituzioni a lavorare insieme. La Giordania propone tre cose: misurare con regolarità e non una volta sola, studiare i legami tra spreco, alimentazione e insicurezza alimentare, ed estendere ciò che funziona. L’obiettivo nazionale è ridurre del 30% le perdite e gli sprechi alimentari. La rappresentante ha ricordato anche che il cibo è una benedizione e che ciò a cui si dà valore non va sprecato.
In conclusione del suo intervento, Marrapodi ha ribadito che l’Italia resta impegnata su questa agenda, anche attraverso la collaborazione con le agenzie con sede a Roma, e che ridurre perdite e sprechi alimentari è uno dei modi più pratici ed efficaci per far avanzare insieme sicurezza alimentare, azione per il clima e consumo responsabile.




