Simona Rodano vive e lavora a New York da vent’anni, ma il percorso che l’ha portata a occuparsi di educazione, musica e promozione della cultura italiana è cominciato molto prima e in un ambito completamente diverso. Biologa di formazione, cantante e attrice, nel 2006 è tornata negli Stati Uniti come artista e da allora ha costruito un progetto che mette insieme teatro, musica e insegnamento dell’italiano ai bambini. Ha fondato Incanto Productions e, più recentemente, la Global Edu-Language Foundation, con l’obiettivo di dare continuità e una dimensione più ampia a questo lavoro. Nel 2026, in occasione dei vent’anni della Fata Italiana, Rodano porterà per la prima volta negli Stati Uniti una rappresentanza del Piccolo Coro dell’Antoniano, all’interno del progetto Generations of Voices. In questa intervista racconta come è nato il suo percorso, il rapporto con New York, il lavoro nelle scuole e la rete di istituzioni, fondazioni e comunità che ha reso possibile il nuovo progetto.
È a New York dal 2006 e da allora i bambini sono stati un filo conduttore del suo lavoro. Qual è il bilancio di questi vent’anni?
Forse può sorprendere sapere che la prima volta sono arrivata in America nel 1998 come biologa. La mia strada, allora, sembrava completamente diversa: portava al mondo della scienza e della ricerca. Ma dentro di me avevo sempre avuto un forte desiderio di diventare cantante. Cantavo fin da bambina e avevo studiato musica. A un certo punto arrivò una telefonata dall’Italia con la proposta di diventare vocalist in una trasmissione televisiva della RAI. Presi così una delle decisioni più difficili della mia vita, perché amavo il lavoro di ricercatrice che stavo facendo qui a New York, ma allo stesso tempo amavo l’idea di poter diventare una cantante. Tornai quindi in Italia, lavorai fortunatamente in televisione e successivamente passai al teatro.
Nel 2006 sono tornata a New York come cantante e artista, attraverso un visto artistico. Inizialmente sarei dovuta rimanere tre anni, poi il visto venne rinnovato e la mia vita cambiò nuovamente: rimasi in America. A quel punto, da italiana, iniziai a chiedermi che cosa potessi fare per trovare la mia strada, quello che qui chiamano il proprio purpose. Cominciai a lavorare per una compagnia scrivendo canzoni per bambini.
Per scrivere quelle canzoni entravo nelle classi dei bambini. Loro non mi conoscevano, perché io arrivavo soprattutto per creare, per sviluppare un curriculum adatto ai più piccoli che permettesse loro di imparare la lingua italiana. Un giorno un papà disse a suo figlio: “Guarda, c’è la fata”. Io mi guardai intorno chiedendomi chi fosse questa fata, poi capii che stava parlando di me. Tornai a casa, comprai un paio di ali e cominciai a filmarmi da sola e a registrare le canzoni. È nato così il concetto della Fata Italiana a New York.
Se c’è una città in cui si può davvero esplodere di creatività e trovare tantissime possibilità sia come artista sia come educatrice, quella città è New York. Dal 2006 a oggi questa è diventata la mia prima missione: promuovere la lingua e la cultura italiana tra i bambini. All’inizio andavo privatamente nelle case, poi ho cominciato a contattare le prime scuole private e pubbliche e successivamente a realizzare spettacoli per le scuole.
Nel 2008 ho fondato la mia prima compagnia teatrale, Incanto Productions, insieme ad altri artisti che, come me, erano arrivati a New York con il desiderio di ampliare la propria creatività e di dare un senso anche al fatto di essere italiani all’estero. Eravamo italiani con il cuore pieno di sogni e abbiamo iniziato a portare nelle scuole spettacoli educativi. Il progetto è andato avanti fino a oggi e ormai lavoriamo con un bacino di almeno 150 scuole, nelle quali durante l’anno proponiamo progetti di natura artistica».
Qui è molto importante quello che viene definito Arts in Education, cioè portare l’arte nel mondo dell’educazione. Soprattutto quando si tratta di imparare una lingua diversa, nel nostro caso l’italiano, i bambini e le nuove generazioni apprendono molto più volentieri attraverso l’arte. È un canale perfetto, un mezzo fantastico per far amare l’Italia e la lingua italiana.
A un certo punto sembrava che dovesse scegliere tra essere biologa a New York o artista in Italia. Invece è riuscita a diventare un’artista a New York.
Non è stato facile, anche perché dovetti spiegare ai miei genitori, che vivevano a Torino, che la loro figlia sarebbe tornata in Italia. Loro avevano immaginato che sarei finita a lavorare in qualche ospedale o in un centro di ricerca come biologa. Sentirsi dire che invece tornavo per lavorare in RAI, a Milano, li lasciò piuttosto interdetti. Erano preoccupati e non capirono immediatamente quella scelta.
Io però non volevo vivere con il rimpianto di non averci provato. Dovevo provarci. Alla peggio sarei tornata a fare la biologa. Avevo sempre questa seconda carta nel taschino e questo mi ha permesso di non sentire la pressione o il terrore di pensare: “Se non funziona, rovino tutto”. Credo che nella vita la mia pragmaticità mi abbia sempre aiutata. Ho sempre pensato che esistesse un’opzione B che non fosse necessariamente un’opzione di scarto, ma semplicemente un’altra possibile strada di vita. Alla fine le cose sono andate nella direzione verso cui mi portava maggiormente il cuore.
Dopo tanti anni di lavoro ha dato vita anche a una fondazione. Come è nata la Global Edu-Language Foundation?
La fondazione l’ho vissuta come un’evoluzione naturale del lavoro svolto in questi vent’anni. Anche grazie all’incoraggiamento delle istituzioni italiane, è arrivato il momento di pensare a una legacy, a qualcosa che potesse dare un futuro diverso e aggiuntivo rispetto alle proposte sviluppate fino a quel momento e al lavoro fatto con le scuole.
Aprire una fondazione significa dare un respiro più ampio al progetto, riuscire a costruire relazioni e partnership con molte realtà, soprattutto qui in America e in particolare con altre organizzazioni not for profit. Significa anche riuscire a sostenere e rendere sostenibile il progetto educativo di promozione della lingua e della cultura italiana, senza dipendere esclusivamente dalle risorse personali.
Durante il Covid, per esempio, è stato molto difficile avere una compagnia teatrale e dover utilizzare le proprie risorse economiche per riuscire ad andare avanti. Con una not for profit ho sentito invece immediatamente una grande gioia: la possibilità di espandersi ed evolvere attraverso le partnership con altre organizzazioni, con le scuole, con l’Italia e con l’America. È un respiro più ampio e soprattutto la possibilità di costruire una legacy che speriamo possa continuare nel tempo.
La fondazione è nata nel dicembre del 2024 e ha come prima missione proprio quella di promuovere la lingua e la cultura italiana nelle scuole. Da questo percorso nasce poi anche il collegamento con la celebrazione dei vent’anni della Fata Italiana e con il progetto dello Zecchino d’Oro.

È un evento storico: per la prima volta una rappresentanza dello Zecchino d’Oro arriverà negli Stati Uniti. Come è cominciato tutto?
Circa un anno fa sono stata contattata dal Piccolo Coro dell’Antoniano. Nel primo contatto parlammo della possibilità di trovare un bambino o una bambina di New York che potesse partecipare all’edizione dello Zecchino d’Oro in Italia. Naturalmente iniziai subito a pensare a tutte le scuole che conoscevo e a quanto fosse fattibile. Era possibile: potevamo trovare una bambina o un bambino.
Ma la vera miccia fu un’altra. Il Direttore dell’Antoniano, fr. Giampaolo Cavalli, mi disse: “Simona, mentre fai il casting dei bambini a New York, potresti anche pensare di proporre una canzone scritta da te per lo Zecchino d’Oro”. Non me lo sono fatta ripetere due volte. Ho passato un’intera domenica a scrivere quella canzone. Al momento non posso ancora svelarne il titolo, perché naturalmente bisogna rispettare i tempi dello Zecchino d’Oro, ma per me quel momento è stato importantissimo.
La prima sfida rimaneva trovare per la prima volta un bambino o una bambina di New York che potesse andare a cantare allo Zecchino d’Oro, rappresentando in qualche modo anche la comunità italo-americana. La bambina che è stata scelta parla italiano, canta in italiano ed è perfettamente bilingue. Da lì è partita veramente la scintilla.
Nel frattempo sapevo che stavano arrivando i vent’anni della Fata Italiana e volevo celebrare questo anniversario. Una cosa che l’America mi ha insegnato moltissimo è proprio l’importanza di celebrare: celebrare il lavoro, trovare un modo per riconoscere ciò che si è costruito. A un certo punto, parlando con loro, scoprii che erano stati in Cina e in molte altre parti del mondo, ma non erano mai stati in America.
Dentro di me è nato immediatamente il desiderio di portarli qui. Perché i sogni sono desideri, ma in quel momento ho anche visto davanti ai miei occhi l’immagine di quei bambini che arrivavano a New York e ho pensato che avrei voluto essere io a dare loro questa possibilità.
A volte un orto si comincia a seminare partendo da un piccolo lotto: poi magari crescono gli alberi e quel terreno diventa un bosco. Mi sono detta: posso provarci. Non potrò portare sessanta bambini? Ne porterò di meno. Porterò una rappresentanza, ma voglio essere io a offrire loro questo sogno e questa possibilità.
Da lì è partito tutto. Mi sono lanciata dicendo: sarò io a portare una rappresentanza del Piccolo Coro per festeggiare e onorare tutti i sacrifici e il lavoro fatto in questi vent’anni. Ho chiamato questa iniziativa Generations of Voices, Generazioni di Voci, perché attraverso la fondazione vorremmo anche riuscire a dare continuità al progetto e magari trasformarlo in una rassegna annuale.
Immagino una rassegna nella quale bambini, cori di bambini e scuole possano incontrarsi e cantare. Si canta in italiano, ma anche in altre lingue, creando multiculturalità e uno scambio tra culture che parta proprio dai bambini. Questa è la visione da cui è nato tutto.
Le è mai stato detto che è una visionaria? Si riconosce in questa definizione?
Assolutamente sì. Hai colpito il punto: io devo vedere qualcosa davanti a me, senza una visione non riesco a fare nulla.
Per me la visione è il sogno, ma deve essere un sogno calibrato. Non può essere un sogno sospeso per aria, perché se rimane troppo in alto diventa difficile portarlo sulla terra. Così con lo staff del Piccolo Coro dell’Antoniano, abbiamo disegnato un progetto ad hoc e peraltro quest’anno loro festeggiano 67 anni!
Questa esperienza vuole essere anche una semina. Arrivare con un gruppo di bambini pronti ad allacciare relazioni e creare scambi con le scuole di New York, per poi arrivare anche alla comunità. Perché, al di là della visione iniziale, un progetto si sviluppa sempre attraverso un lavoro di squadra.
La comunità italiana e quella italo-americana si sono unite. Si sono mobilitati anche imprenditori italo-americani. A partire dallo school bus: per otto giorni il Piccolo Coro viaggerà per New York sul classico scuolabus giallo newyorchese e questa idea li rende felicissimi. Significa portarli realmente dentro la cultura della città. Così come i bambini di New York vanno a scuola con il pullman giallo, anche i bambini dello Zecchino d’Oro viaggeranno sul pullman giallo.
Poi c’è il cibo e tutto l’aiuto che abbiamo ricevuto dalle comunità italiana e italo-americana, insieme. I bambini hanno questo grande dono: riescono a unire le persone, le comunità e le culture. La visione, a questo punto, è diventata davvero realtà. Io non sto più nella pelle e non vedo l’ora che arrivino e possano trascorrere otto giorni stupendi qui, tra gite, concerti nelle scuole e tante altre esperienze.
Il programma sarà molto fitto. Avete previsto anche dei momenti nei quali i bambini potranno semplicemente vivere e scoprire New York?
Sì, il programma è molto fitto, ma cercheremo giustamente di lasciare anche del tempo libero. Alla fine sono bambini e devono avere i loro momenti per fare uno snack, divertirsi, camminare e giocare. Penso, per esempio, a Bryant Park e Battery Park.
Vogliamo trovare il modo di far sì che per loro sia anche un’occasione di scoperta di New York e non soltanto un continuo spostarsi da un concerto all’altro. Sarà bellissimo. Sono veramente contentissima.
Tra gli appuntamenti ci sarà anche la Columbus Day Parade. Lei partecipa alla parata ormai da molti anni…
La mia prima Columbus Day Parade fu nel 2010. Quell’anno sfilammo con Pinocchio, lo spettacolo che ero riuscita a portare qui per le scuole di New York. Venivo dal teatro e avevo lavorato in Italia proprio con Pinocchio, quindi quello rappresentò il primo grande sogno.
Da lì partì tutto. Partecipammo alla Columbus Day Parade, realizzammo diversi spettacoli e, da quell’anno in poi, la Fata Italiana ha sfilato ogni anno. Insieme a me ci sono sempre stati anche i bambini delle scuole e abbiamo sempre realizzato una performance sul red carpet.
Quest’anno, però, quella performance avrà dei protagonisti nuovi.
Quest’anno sono felicissima che siano i bambini del piccolo coro dell’ Antoniano ad esibirsi sul red carpet.
La macchina della produzione televisiva della Columbus Day Parade è molto grande: sono due ore intensissime su ABC, Channel 7, e tutti gli artisti e le performance vengono organizzati con grande attenzione. Quest’anno i bambini saranno protagonisti proprio della performance sul red carpet.
È un evento stupendo ed è stato anche uno dei motivi che mi hanno fatto pensare che avesse davvero senso portare qui i bambini dello Zecchino d’Oro. Farli esibire su ABC, portarli nelle scuole e organizzare i concerti: una presenza significativa alla Columbus Day Parade dà visibilità a tutti.
Un progetto di queste dimensioni richiede molte collaborazioni. Chi ha reso possibile questa iniziativa?
Sicuramente il Piccolo Coro dell’Antoniano. Avere una visione è importante, ma ciò che permette davvero di realizzare le cose è condividerla. In questo caso non bastava che io avessi una visione: era necessario che la condividesse anche il Piccolo Coro dell’Antoniano.
Ho trovato in loro una disponibilità enorme e con loro si lavora molto bene. Ci siamo trovati immediatamente, perché quando ci sono di mezzo i bambini bisogna essere mossi anche da valori e filosofie di vita compatibili. Noi ci siamo incastrati subito e da lì è partito tutto.
La missione del Piccolo Coro dell’Antoniano mi ha sempre colpita e catturata. So anche da dove arriva questa mia motivazione: arriva dalla mia infanzia. Sono cresciuta a Torino, frequentavo l’oratorio. Io sono una ragazza dell’oratorio. Quando cresci in quell’ambiente condividi esperienze che poi, nella vita, possono portarti a riconoscerti in determinati valori.
Questa per me è un’operazione culturale e umanitaria, con valori molto forti. Non è un’operazione commerciale, è tutt’altro. È un’operazione umanitaria, una di quelle di cui credo ci sia bisogno.
Accanto all’Antoniano c’è poi il Consolato italiano. Il console Pastorelli e il direttore dell’Ufficio Scuola, Daniele Castellani, hanno accolto subito molto bene l’iniziativa e ne hanno compreso i diversi messaggi.
Ci sono poi realtà e organizzazioni italo-americane come UNICO e la UNICO Foundation, che sostiene l’operato della Global Edu-Language Foundation. Qui torniamo proprio a quelle sinergie di cui parlavo quando spiegavo perché è stato importante creare una fondazione.
C’è inoltre la Coccia Foundation, del New Jersey. Grazie a loro porteremo il Piccolo Coro anche fuori dallo Stato di New York: andremo in New Jersey per un concerto rivolto alla comunità italo-americana e più in generale alla comunità locale.
Queste sono alcune delle fondazioni principali. Poi ci sono gli imprenditori italo-americani che ci stanno aiutando. In questo progetto abbiamo coinvolto a 360 gradi la realtà italiana di New York: le istituzioni, la comunità italiana e quella italo-americana. È stato un grande lavoro di squadra, cominciato dallo scorso autunno e arrivato fino a oggi.
L’iniziativa è promossa dalla Global Edu-Language Foundation e da Incanto Productions. Che ruolo hanno le due realtà?
Sono sempre io, è Simona che cambia cappello. Sono partita nel 2008 con Incanto Productions, la compagnia teatrale. Incanto Productions è la realtà che realizza i contenuti: è il motore e il braccio esecutivo.
Quando bisogna portare i bambini sul palco, organizzare i performer, realizzare gli spettacoli e occuparsi di tutto ciò che riguarda i contenuti, interviene Incanto Productions.
La fondazione, invece, rappresenta il respiro più ampio e la diffusione della missione. Attraverso la fondazione possiamo organizzare eventi capaci di generare fundraising e di sostenere concretamente e nel tempo tutto il lavoro che portiamo avanti.




