New York, agosto 2026. Mentre mi siedo davanti al computer per raccontare una nuova tappa del Giro del Mondo a New York fuori ci sono trentotto gradi e un tasso di umidità che ho letto recentemente aver eguagliato quello della Foresta Amazzonica. Bene, ma non benissimo! Questa estate newyorkese sta battendo ogni record di afa, e camminare per le strade di Manhattan significa sentire l’asfalto sciogliersi letteralmente sotto i piedi e voler trovare refrigerio in ogni sparuto angolo di ombra. È in giornate così che il pensiero corre inevitabilmente al mare. Chi non sta sognando una distesa di sabbia dorata e il refrigerio della brezza e delle onde gelate dell’oceano?
Ok, a New York non possiamo vantare paesaggi caraibici ma avendo fatto nostra l’arte della resilienza come in poche altre città al mondo, eccoci pronti ad accontentarci anche di un mare un po’ imperfetto. Basta infatti prendere la linea Q e lasciarsi portare fino al capolinea per scoprire che il mare, in realtà, è a portata di metropolitana. Ho scelto così di passare una giornata a Brighton Beach, lembo di Brooklyn affacciato sull’Atlantico e a due passi dalla più nota Coney Island, con la curiosità di scoprire cosa si nasconda dietro il suo soprannome più celebre di Little Odessa.
Facciamo subito un po’ di chiarezza geografica, perché le due spiagge vengono spesso confuse: Coney Island e Brighton Beach condividono la stessa lunga striscia di sabbia e lo stesso lungomare, il Riegelmann Boardwalk, ma sono due quartieri distinti, separati idealmente all’altezza di Ocean Parkway. Coney Island, a ovest, è il regno delle luci del luna park, degli hot dog di Nathan’s e delle montagne russe storiche. Brighton Beach, subito a est, ha invece un’anima più quieta e residenziale, ed è attraversata da un’unica lingua che si sente e si legge ovunque, dai cartelli dei negozi alle chiacchiere sulle panchine del boardwalk: il russo.

Questo quartiere non nasce come quartiere di immigrati ma fino alla metà dell’Ottocento faceva parte delle terre agricole di Gravesend, antico insediamento inglese di Brooklyn. Il suo nome, infatti, è un omaggio alla città balneare di Brighton in Inghilterra ma si tratta oggi solo di un’eco che sopravvive nella toponomastica del quartiere e che ha ben poco a che fare con la sua anima culturale. Le prime famiglie ebraiche si stabilirono qui già a partire dagli anni Venti, ma è negli anni Settanta che Brighton Beach trova l’identità che ancora oggi lo definisce. Nel 1974 il Jackson-Vanik Amendment legò le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Sovietica alla libertà di emigrazione degli ebrei sovietici, aprendo una porta che sembrava sigillata da decenni. Da quella porta, tra il 1975 e il 1980, passarono quasi quarantamila ebrei sovietici, molti dei quali originari proprio di Odessa (che vale il soprannome al quartiere), oltre che di Kiev, Mosca e Leningrado, attratti dagli affitti accessibili di un quartiere allora in declino, dalla vicinanza al mare e dalla rete di sinagoghe e agenzie di assistenza che li aiutò a mettere radici.
Una seconda, più ampia ondata seguì poi il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, portando arrivi spesso più istruiti e benestanti, che consolidarono un’identità collettiva più ampiamente “russofona”, capace di accomunare attraverso la lingua ebrei, russi, ucraini, georgiani e le tante altre nazionalità dell’ex blocco sovietico. È un’eredità linguistica, più che etnica, quella che ha sempre reso difficile distinguere da fuori la provenienza esatta delle persone, ma una distinzione che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha reso improvvisamente centrale.

Da allora la distinzione tra chi è russo e chi ucraino, a Brighton Beach, si è fatta più delicata ma forse non per tutti allo stesso modo. Scambiando qualche chiacchiera nel quartiere sembra che tra i residenti di lunga data la convivenza resti spesso naturale, quasi una “piccola utopia” come mi era stata raccontata in occasione della stesura di questo altro articolo dedicato a Little Ukraine a Manhattan. Sono soprattutto i nuovi arrivati, approdati a New York negli anni recenti, a vivere il tema con più sensibilità, rivendicando un’identità ucraina più netta. Resta comunque molto difficile delineare da fuori dinamiche così complesse e non è questo il nostro scopo in questa sede. Anche oggi però agli occhi di chi arriva a Brighton beach per la prima volta quello che si percepisce è un mondo accomunato più dalla lingua che dall’origine, dalla religione o dalla nazionalità. Basta fare la spesa in uno dei tanti supermarket del quartiere, tra dolciumi ucraini e polacchi, salumi georgiani e spezie dell’Asia centrale, per capire quanto oggi questa identità sia un mosaico tutt’altro che monolitico.
Mi piace esplorare i quartieri partendo proprio dai supermercati che spesso sono veri e propri libri aperti sulla vita delle persone: qui si scoprono usanze, modi di comportarsi e atteggiamenti delle famiglie oltre a, ovviamente, prodotti tipici e abitudini alimentari di una cultura. La maggior parte delle attività commerciali del quartiere si dipana lungo Brighton Beach Avenue, sotto i binari della metropolitana sopraelevata dove si respira ancora l’atmosfera di un vero bazar dell’Europa dell’Est, soprattutto durante il fine settimana.
Per fare la spesa come una vera famiglia del quartiere, entriamo al NetCost Market (1029 Brighton Beach Avenue) un curioso supermercato che occupa oggi gli spazi di un cinema-teatro aperto nel 1934 e diventato negli anni Duemila il Millennium Theatre. L’ingresso conserva ancora la biglietteria e i cordoni di velluto originali, mentre all’interno si trovano salumi, formaggi e dolciumi da tutta l’Europa dell’Est. Chi cerca invece sapori dell’Asia centrale può proseguire fino al Tashkent Supermarket, aperto nel 2013 all’angolo con Coney Island Avenue e cresciuto fino a diventare una piccola catena cittadina: tra banchi di plov fumante e dolci uzbeki si respira, ancora una volta, quanto il quartiere sia sfaccettato.

Ma le sorprese non sono solo al supermercato! Una tappa obbligata per lo shopping a Brighton Beach è sicuramente il St-Petersburg Books & Gifts, libreria e negozio di souvenir che vanta una delle più grandi collezioni di testi russi fuori dalla Russia, tra matrioske, samovar e vecchi manifesti sovietici. Poco distanti, piccoli negozi di quartiere custodiscono bigiotteria, oggettistica, prodotti per la cura del corpo e medicinali, rigorosamente con le scritte in cirillico. Per una pausa dolce la piccola pasticceria Brioche Café, oppure Brighton Güllüoglu, sono le destinazioni piu’ gettonate dove trovare leccornie autentiche. Per un’occasione speciale invece, perche’ non prenotare un ingresso alla Mermaid Spa? Si trova nella vicina Sea Gate ed è una storica banya con sale a vapore, piscine ghiacciate e la possibilità di concedersi uno scrub al sale del Mar Morto!
Per me questa volta il modo migliore per chiudere la giornata resta uno solo: tornare sul boardwalk, le cui vecchie assi scricchiolanti stanno per essere rifatte grazie a un piano da un miliardo di dollari appena annunciato dalla città, e prendere posto a un tavolino all’aperto da Tatiana, che dal 1990 accoglie i suoi ospiti proprio di fronte all’oceano, tra spettacoli, musica dal vivo e un piatto di pelmeni da gustare con la brezza salata in faccia: non eravamo forse arrivati fin qui per passare una giornata al mare?

Prima di lasciarvi, due consigli per chi Little Odessa la vuole conoscere anche fuori da queste strade: il romanzo “Panic in a Suitcase” di Yelena Akhtiorskaya, nata a Odessa e cresciuta proprio qui a Brighton Beach, che racconta con ironia e malinconia la storia di una famiglia di immigrati ucraini alle prese con la nuova vita in America; e il film “Little Odessa” (1994), il crime drama di James Gray ambientato tra queste stesse strade, che gli valse il Leone d’Argento a Venezia. Due modi diversi, ma ugualmente veri, per continuare il viaggio anche una volta tornati a casa.
Con questa tappa tra le onde e le storie di Little Odessa, il nostro passaporto del “Giro del Mondo a New York” si arricchisce di un nuovo timbro. Grazie per essere arrivati fin qui e per aver condiviso con me questo pezzo di Brooklyn affacciato sull’Atlantico: il mese prossimo si riparte, alla scoperta di un nuovo angolo di mondo nascosto tra le strade di questa città. Arrivederci alla prossima avventura!




