È glamour New York, la metropoli di Truman Capote, più paranoica e improbabile quella di Jonathan Lethem, più psicologico-esistenziale quella di Paul Auster, dolceamara per Lawrence Felinghetti: luna park e miseria nello stesso tempo.
Immagino che da quelle case arrampicate nel cielo sul Central Park, da quelle stanze, attraverso le pareti di vetro, si possano abbracciare le chiome verdi degli alberi che mutano il colore delle loro foglie: il verde lascia il posto al giallo, all’arancio brillante, al rosso bordò. Prima che vengano portate via dal vento dell’Hudson e ricambino colore per tornare bianche, rosa, lilla in primavera. Uno spettacolo di primo autunno che esorta la natura e l’uomo a riconciliarsi.
Ho sempre cercato di figurarmi come si svolge la vita in quelle abitazioni, che chiudono e incorniciano il Central Park. Le guardo da giù, mentre sono seduto su una delle panchine verdi, memoria di momenti lieti e tristi. Uno scoiattolo mi ignora. Ha capito al volo che non ho né noci né ghiande per lui. Uno squittio e va via, saltellante e scontento.
Non mi faccio mancare una passeggiata lungo il viale degli olmi tra le statue di poeti e scrittori, lanciando uno sguardo grato al drammaturgo William Shakespeare, al poeta Friedrich Schiller e al romanziere Walter Scott. Arrivo fino al Carousel, dove Holden Caulfield – nel romanzo di Jerome D. Salinger – guarda, fermo sotto una pioggia a catinelle, la sorella Phoebe divertirsi a girare sulla giostra seduta su un “vecchio stallone scuro dall’aria malandata”. Mi spingo fino al Laghetto delle anatre e mi chiedo, con il giovane Holden: “Dove vanno le anatre in inverno quando la superficie dell’acqua diventa ghiacciata?” È una domanda che ha attraversato molte generazioni di lettori.
Torno ad osservare quelle case arrampicate nel cielo newyorkese. Complice Federico Rampini, con un suo articolo sul Corriere della sera, ho scoperto cosa accadeva o succede ancora almeno in una di esse: si incontrano ospiti che si chiamano Patti Smith o Jonathan Franzen, Robert De Niro, capitava anche Philip Roth: «una densità impressionante dell’intellighenzia newyorchese, dai grandi della letteratura contemporanea alle star del cinema d’autore». Quella casa-cenacolo-caffè-letterario dell’Upper West Side è di Antonio Monda. È lui che da tempo con i suoi libri ci conduce per le strade di New York. Ci ha mostrato, nel suo L’America non esiste (Mondadori, 2012), la città degli anni cinquanta e ce l’ha raccontata come l’hanno vista Maria e Nicola, due fratelli ventenni, arrivati con il transatlantico dall’Italia. Sono rimasti incantanti, quei ragazzi, «a guardare le automobili e i neon colorati, e poi i fumi che uscivano dal fondo delle strade. Sembravano gli sbuffi del motore dell’intera città, di quell’isola di cemento che continuava a generare energia».
Da sempre ciascuno vive New York come vuole, in modo unico e originale. Succede anche ai due giovani fratelli, che scelgono strade diverse. Lei, Maria, sognatrice, preferisce Brooklyn; lui, Nicola, avido di opportunità e successo, sceglie Manhattan, «il posto dove tutto, prima o poi, accade».
Per il titolo del libro Monda ha fatto propria una provocazione di Henry Miller: «Non esiste l’America. È un nome che si dà a una idea astratta» (Tropico del Cancro, Mondadori). Ma noi sappiamo che, bene o male che faccia, l’America c’é. Sappiamo che è il luogo dove tutto è possibile.
Ma come era New York indietro nel tempo? Monda affida, in Una mattina gloriosa (Mondadori 2026), a due altri , Alfonso e Rosanna, emigranti siciliani, arrivati nel 1912 al molo di New York con il più grande transatlantico mai costruito, di raccontarci altri momenti di altri anni di una città dove tutto accade ed è sempre accaduto e dove ciascuno vuol cogliere la propria parte di sogno americano.
New York, è noto a tutti, cambia velocemente ma resta sempre sé stessa.
Ciascuno vive New York come vuole, in modo unico e originale. È stata la letteratura che ne ha catturato l’essenza. New York ha ispirato capolavori letterari di tutti i tempi, opere di scrittori che hanno amato questa città. Ciascun scrittore racconta la propria New York. È più glamour la metropoli di Truman Capote, più paranoica e improbabile quella di Jonathan Lethem, più psicologico-esistenziale quella di Paul Auster. Dolceamara per Lawrence Felinghetti: luna park e miseria nello stesso tempo. Pagine che permettono di raccapezzarsi a New York senza esserci mai stati prima.
Quando l’America era per noi italiani una cartolina sbiadita abbiamo iniziato a conoscere NY attraverso Ruggero Orlando, la voce storica della Rai dagli States dagli anni ‘50 agli ’80. Ricordiamo quel “Qui New York vi parla Ruggero Orlando” che ogni sera raggiungeva con il Telegiornale le case degli italiani. E ancora quel “Qui New York la città che non dorme mai”. La sua era la NY di Frank Sinatra e delle Cadillac lunghe un isolato. A Ruggero Orlando piaceva scrivere: stava al Rockefeller Center e mentre batteva sui tasti della sua Olivetti Lettera 22 dalla sua finestra guardava il Central Park. Pensieri di getto da una NY già a colori per l’Italia in bianco e nero.
Nell’America siamo noi (Rizzoli, 1976) cosa pensava davvero di New York Ruggero Orlando l’ha detto proprio in questo libro: “New York non è bella. È necessaria. Come l’ossigeno”.
Dissento decisamente, per me New York è anche assolutamente bella.




