Il “Corpo vestito” in mostra al MET, dove arte e moda si incontrano

Dalle forme classiche al corpo reclamato, abiti e opere d’arte per raccontare come la moda abbia idealizzato, distorto e infine ridefinito la pluralità dei corpi nella cultura contemporanea

Ad inaugurare le Condé M. Nast Galleries, accanto alla Great Hall del Met, la nuova mostra Costume Art del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, curata da Andrew Bolton il cui tema centrale è il “corpo vestito” come forma d’arte. 

La moda viene sottratta alla dimensione puramente estetica per entrare in un territorio più complesso, dove arte, corpo e società si fondono. Il percorso espositivo procede infatti per associazioni visive e concettuali: ogni creazione dialoga con dipinti, sculture, foto o reperti antichi, costruendo una riflessione sul modo in cui il corpo è stato rappresentato, idealizzato, disciplinato o liberato nel corso della storia.

Bolton sintetizza il senso profondo dell’intero progetto curatoriale in una dichiarazione netta: «La storia dell’arte non può essere raccontata senza la storia dell’abito e la storia dell’abito è la storia del corpo umano».

La mostra si trasforma così in un atlante di corpi possibili. Il corpo anatomico della classicità incontra quello contemporaneo; il corpo gravido convive con il corpo nudo, tatuato o invecchiato. Gli abiti diventano strumenti attraverso cui leggere non solo l’evoluzione del gusto, ma anche i cambiamenti culturali e sociali che hanno attraversato la rappresentazione del sé.

Il primo snodo è quello del Classical Body, radicato nell’eredità greco-romana. Qui il corpo è armonia, proporzione, ideale morale tradotto in forma estetica. Questa visione non scompare, ma continua a sottendere ancora oggi gli standard contemporanei di bellezza, influenzando il linguaggio formale della moda. In questa sezione, la Statuetta in terracotta di Nike del V secolo, con la sua tensione dinamica e l’ideale di perfezione fisica dell’antichità, trova un riflesso nel Delphos di Mariano Fortuny, realizzato insieme ad Adèle Henriette Elisabeth Nigrin. Le pieghe fluide dell’abito sembrano trasformare il marmo classico in tessuto, evocando la statua greca ma reinterpretandola attraverso una nuova idea di libertà del corpo femminile. Il Delphos non costringe il corpo, lo segue, lo accompagna, ne valorizza il movimento naturale.

Anche nella scultura ottocentesca The Veiled Woman di Rafaello Monti, il marmo sembra trasformarsi in velo, rendendo visibile il corpo proprio nel momento in cui lo occulta. Questa tensione tra rivelazione e idealizzazione trova una risonanza nell’abito di John Galliano per Maison Margiela, in cui la costruzione sartoriale assume una qualità quasi scultorea: il corpo viene modellato come materia plastica, sospeso tra presenza e astrazione, in un dialogo diretto con la logica del “velato” che attraversa anche l’opera di Monti. Abito e statua non si limitano a somigliarsi, ma condividono una stessa idea di corpo: qualcosa che si rivela attraverso ciò che lo nasconde.

Accanto a questo ideale si sviluppa poi l’Abstract Body, in cui la moda si allontana dalla verosimiglianza anatomica per trasformare il corpo in architettura. Corsetti, crinoline, busti e strutture rigide non imitano il corpo, ma lo ridisegnano secondo logiche artificiali. Questa distanza tra corpo biologico e corpo vestito non è solo estetica, è una tensione culturale che attraversa secoli di rappresentazione e che rende evidente quanto il corpo sia sempre mediato da dispositivi sociali e simbolici.

Ed è proprio qui che il pensiero sociologico diventa chiave di lettura. Per Georg Simmel, la moda nasce dalla tensione tra imitazione e distinzione: il corpo vestito è simultaneamente parte di un sistema sociale e affermazione individuale. L’astrazione della silhouette non è quindi solo artificio estetico, ma anche linguaggio di appartenenza e differenziazione.

Allo stesso modo, Pierre Bourdieu legge queste trasformazioni come espressione dell’habitus: il corpo è il luogo in cui si sedimentano strutture sociali, e la moda diventa uno strumento attraverso cui queste strutture si rendono visibili, naturali, quasi inevitabili. Anche le forme più estreme o artificiali non sono mai neutre.

Il passaggio decisivo della mostra è però quello del Reclaimed Body, dove il corpo non viene più idealizzato o astratto, ma riconosciuto nella sua pluralità concreta. Il corpo gravido, il corpo non conforme, il corpo vulnerabile o disabile diventano centrali, attraverso manichini realizzati su misura e modellati su individui reali. È il caso del Pregnancy Dress di Georgina Godley cheentra in dialogo con l’opera Eleanor di Harry Callahan. Il corpo gravido, storicamente nascosto o neutralizzato dalla moda, diventa presenza centrale e forma visibile.

La diversità dei corpi viene così vista come una parte fondamentale della nostra condizione umana comune: una condizione che la mostra esplora non attraverso le differenze, ma attraverso ciò che tutti i corpi hanno in comune.

In termini foucaultiani, potremmo dire che il corpo non è più soltanto disciplinato da norme estetiche, ma diventa anche spazio di resistenza e riscrittura. Michel Foucault aiuta a leggere questo passaggio come una trasformazione nei regimi di visibilità: ciò che era escluso dal discorso normativo entra finalmente nel campo del visibile.

Bolton costruisce quindi una narrazione in cui la moda non illustra semplicemente l’arte, ma la interpreta e la prolunga sul corpo umano. Ogni abito sembra nascere da un’immagine artistica e, allo stesso tempo, restituirle vita attraverso il movimento, la materia e la presenza fisica.

In questo intreccio tra couture, fotografia, scultura e sociologia, il Costume Institute rivela la natura più profonda della moda, che non si limita a vestire il corpo. Lo interpreta, lo deforma, lo disciplina e infine lo restituisce nella sua complessità; un linguaggio culturale attraverso cui la società costruisce e racconta il corpo. Un corpo che cambia nel tempo, che riflette valori collettivi, che assorbe norme e desideri, ma che attraverso l’abito continua anche a reinventarsi continuamente.

Immagine di Alessia Di Domenico

Alessia Di Domenico

Giornalista pubblicista, esperta di Moda. È laureata con lode in Scienze della Moda e del Costume presso la Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza. Ha successivamente conseguito un Master in Fashion Management e la Laurea Magistrale in Organizzazione e Marketing per la Comunicazione d’Impresa, Sapienza Università di Roma. Oltre ad essere giornalista, si occupa di Marketing, Pubbliche Relazioni e Comunicazione nel settore Moda a New York. Il suo obiettivo è sempre stato quello di raccontare Moda e Arte con profondità, passione, stile e competenza, contribuendo a esaltarne il valore culturale, sociale e comunicativo, attraverso una visione autenticamente contemporanea.

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