La Sposa! tra amore, mostri e gangster nell’America degli anni Trenta

Il blockbuster La Sposa! di Maggie Gyllenhaal dà finalmente una storia alla sposa di Frankenstein

Con La Sposa! (The Bride!), uscito oggi 5 marzo nelle sale statunitensi e anche nei cinema italiani, Maggie Gyllenhaal torna al mito di Frankenstein scegliendo di raccontare la storia dal punto di vista della figura più elusiva del racconto: la sposa destinata alla creatura.

Il film dialoga apertamente con due tradizioni. Da una parte il romanzo di Mary Shelley, Frankenstein; or, The Modern Prometheus, dove lo scienziato Victor Frankenstein dà vita a un essere assemblato da corpi morti e poi lo abbandona. Dall’altra il cinema classico Universal, in particolare La Sposa di Frankenstein, il celebre sequel diretto da James Whale che nel 1935 trasformò la sposa in un’icona visiva del gotico cinematografico. L’immagine creata allora — grazie alla scenografia di Charles D. Hall, al trucco di Jack Pierce e alla pettinatura ideata da Irma Kusely — è rimasta una delle più riconoscibili dell’horror classico, legata alla breve ma memorabile apparizione di Elsa Lanchester.

Uno degli aspetti più discussi di quel film è proprio l’assenza della protagonista annunciata dal titolo: la sposa appare solo negli ultimi minuti e non parla. La Sposa! parte da questa mancanza e prova a immaginare cosa succederebbe se quel personaggio avesse davvero una storia.

Gyllenhaal costruisce così un racconto ambientato tra Chicago e New York negli anni Trenta, un’epoca segnata dalla fine del proibizionismo, dall’espansione delle reti criminali e da città che crescono a ritmi febbrili. Il paesaggio urbano che attraversano i personaggi — cinema di quartiere, strade illuminate al neon, locali notturni e vicoli dominati da gangster — richiama l’immaginario dei crime movie dell’epoca ma anche la realtà di una metropoli in trasformazione, dove la linea tra spettacolo e violenza era spesso sottile.

La creatura — che qui si fa chiamare Frank ed è interpretata da Christian Bale — arriva in città alla ricerca di qualcuno che possa aiutarlo a creare una compagna. Si rivolge alla scienziata Dr. Euphronius, interpretata da Annette Bening. Insieme riportano in vita Ida, una giovane donna assassinata. Da quell’esperimento nasce la sposa, interpretata da Jessie Buckley. 

Ida proviene proprio da quel mondo criminale che definiva gran parte della vita urbana dell’epoca. Negli anni Trenta, tra New York e Chicago, la figura del gangster era già entrata nell’immaginario popolare, alimentata da giornali, radio e dal cinema stesso. Il film sfrutta questa dimensione quasi mitologica della criminalità: inseguimenti, investigatori, vendette e organizzazioni clandestine diventano il contesto in cui si muovono i protagonisti.

Il film introduce anche una presenza inattesa: la stessa Mary Shelley, interpretata sempre da Buckley. La scrittrice appare come una sorta di fantasma che attraversa la narrazione e osserva la creatura che ha immaginato due secoli prima. Questa scelta fa sì che l’attrice si muova costantemente tra identità diverse: Shelley, Ida e la sposa.

La relazione tra Frank e la sposa diventa il centro emotivo del film. Lui appare come un outsider goffo e curioso, quasi adolescente, che prova a imparare come comportarsi osservando gli attori nei film che ama. Non è un dettaglio secondario: i cinema degli anni Trenta, palazzi monumentali dove il pubblico cercava evasione durante la Grande Depressione, diventano per Frank una scuola sentimentale. Sullo schermo studia come parlare, come muoversi, come corteggiare. Lei è imprevedibile, sensuale e violenta. Il loro rapporto alterna attrazione, complicità e distruzione.

Dal punto di vista visivo il film segue una direzione molto marcata. L’estetica mescola suggestioni punk, noir e musical, con un’ambientazione anni Trenta filtrata da musica contemporanea e momenti coreografici

Scenografie, costumi e trucco contribuiscono in modo decisivo a definire questo universo visivo. Il laboratorio della scienziata appare come uno spazio sospeso tra scienza e memoria, quasi un luogo rituale dedicato alla figura di Mary Shelley. L’aspetto stesso della sposa — con il segno scuro sul volto e i costumi provocatori — diventa un gesto di sfida alle convenzioni sociali e ai modelli di femminilità tradizionali. 

Il film affronta vari temi — dalla violenza contro le donne alla marginalità sociale, fino alla nascita di movimenti radicali — senza sempre svilupparli pienamente. Alcune sottotrame, come quelle legate agli investigatori interpretati da Peter Sarsgaard e Penélope Cruz o alla criminalità organizzata che perseguita la sposa, rimangono sullo sfondo.

Il risultato è un film irregolare ma ambizioso, che alterna momenti di forte energia visiva a passaggi narrativi più disordinati con la sposa che danza, fugge, uccide e si innamora di una creatura mostruosa quanto lei. Il film non risolve sempre le sue idee, ma mostra la volontà di portare un blockbuster in territori insoliti.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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