Nel 1992 Sarajevo brucia. I cecchini presidiano i tetti, l’assedio diventa il più lungo della storia moderna e sessantasette bambini vengono caricati su un pullman per lasciare l’orfanotrofio Dom Bjelave sotto le bombe. Una di loro ha dieci anni. Si chiama Mirela Hodo.
Trent’anni dopo, quella bambina è una donna che vive in Italia. E decide di tornare. È da qui che nasce DOM, il documentario diretto da Massimiliano Battistella, presentato alle Giornate degli Autori, candidato ai Nastri d’Argento Documentari e ora in arrivo il 2 marzo al Cinema Nuovo Sacher.
Quando hai capito che questa storia non era solo un documentario, ma qualcosa di personale anche per te?
«All’inizio era un progetto di finzione. Stavo lavorando sui temi della maternità e della perdita, e Sarajevo era solo un’eco lontana. Poi ho iniziato la ricerca sui bambini evacuati nel ’92 e ho incontrato Mirela. Quando l’ho conosciuta ho avuto la sensazione che le domande che stavo scrivendo esistessero già. Non dovevo inventarle, dovevo ascoltarle. È lì che è cambiato tutto. Il film non era più un’idea da costruire, ma una relazione da abitare. Ho capito che non potevo restare esterno: raccontando lei, raccontavo anche me».
Hai mai avuto paura di spingerti troppo dentro il dolore della protagonista? Dove ti sei fermato – se ti sei fermato?
«Sì, la paura c’è stata. Il cinema del reale vive di prossimità, ma la prossimità può diventare invasione. Ci siamo mossi sempre su un confine delicato. Riaprire un trauma non è un gesto neutro. Il film è solo la parte visibile di un lavoro molto più profondo, e tutto ciò che non si vede andava rispettato. Ci fermavamo quando sentivamo che stavamo entrando in un territorio che non apparteneva più al racconto ma all’esposizione. Il dolore non va messo in scena per funzionare: esiste già. Non è una questione di stile, è una questione di etica».
Se Mirela non avesse accettato di tornare indietro, il film sarebbe esistito lo stesso?
«No. Non in questa forma. Quando ci siamo incontrati eravamo entrambi in un momento di ricerca: io cercavo una storia che avesse radici vere, lei cercava il coraggio di tornare. Il ritorno a Sarajevo non è stato un espediente narrativo, ma un gesto condiviso. Senza quella disponibilità sarebbe stato un altro film, forse più controllato, ma meno necessario».
Che cosa ti ha sorpreso di più: la memoria delle persone o il silenzio dei luoghi?
«Il silenzio c’è, è quasi fisico. Ma quello che mi ha colpito davvero è stata la forza delle persone. Mi aspettavo dolore e ho trovato anche uno spirito di comunità, una fratellanza che resiste. I luoghi custodiscono il trauma, le persone lo trasformano. Il film si muove proprio tra queste due dimensioni».
Questo film parla di “casa”. Per te, oggi, casa è un posto o una ferita?
«Credo che possa essere entrambe le cose. Per molto tempo può essere una ferita, soprattutto quando coincide con qualcosa che hai perso o da cui sei stato strappato. Nel film Mirela cerca non solo un luogo fisico, ma il senso della parola “casa”. È una madre che è stata bambina e che torna nei luoghi della propria infanzia per rielaborarli. Per me casa è qualcosa che ha a che fare con la possibilità di stare dentro la propria storia senza esserne schiacciati. Non è solo un posto geografico. È un processo di riconciliazione. E forse è questo il vero viaggio che il film racconta




