Dell’edizione 2026 del Festival di Sanremo si parlerà probabilmente meno per i numeri (che pure restano solidi) e più per il clima. È stato un festival teso, consapevole di avere gli occhi puntati addosso. Teso nel tentativo di non essere etichettato politicamente, di non diventare “il Sanremo di qualcuno”. Una prudenza che si è tradotta in una certa neutralizzazione dei contenuti: discorsi sulla guerra ricondotti rapidamente alla retorica del “palco mitologico”, interventi smussati, politica tenuta a distanza.
La vittoria di Sal Da Vinci con Per sempre sì racconta bene questa tendenza. La sua canzone – melodica, dichiaratamente sentimentale, profondamente radicata in una tradizione partenopea riconoscibile – ha riportato al centro un’idea classica di italianità. Un’estetica che richiama quella resa pop-lirica da Il Volo e dall’intramontabile repertorio internazionale di Andrea Bocelli: melodie ampie, enfasi vocale, sentimento universale.
È un modello che in Italia divide, ma all’estero funziona ancora. Non è un caso che già si discuta della possibile resa della canzone all’Eurovision Song Contest: lo stereotipo, quando è ben confezionato, diventa un marchio di fabbrica. E il marchio Italia, fatto di bel canto e pathos, continua a essere esportabile.
Secondo posto: Sayf, votato dal pubblico, percepito come qualcosa di diverso, più moderno, meno radicato nell’italianità classica. Terzo posto: Ditonellapiaga, altra proposta distante dal bel canto stereotipato.
Paradossalmente, in un’edizione che molti hanno definito piatta e poco ispirata — segnata da un eccesso di ballad, da un classicismo talvolta dal gusto disneyano e da un’impostazione vocale pensata per un pubblico più maturo, in linea con il ritorno a una conduzione tradizionale di Carlo Conti — le prove più solide e commentate sono arrivate soprattutto dalle artiste in gara. Levante, Arisa, Patti Pravo, Elettra Lamborghini hanno rappresentato sensibilità e generazioni diverse, contribuendo a rendere meno omogeneo un impianto musicale percepito da alcuni come conservativo.
E poi c’è stato ciò che non poteva vincere ma ha lasciato traccia: la scrittura raffinata, quasi “califaniana”, di Michele Bravi; il premio della critica a Fulminacci, segnale di uno scarto tra giurie e platea. Il pubblico che premia ciò che riconosce, la critica che tenta di spingere altrove.
Di Sanremo 2026 resterà soprattutto la felicità disarmata di Sal Da Vinci: l’incontro tra una storia personale e una consacrazione attesa, tra tradizione e bisogno collettivo di qualcosa che suoni familiare. In un festival che ha scelto di non rischiare, ha vinto la forma più rassicurante dell’emozione.




